Sono sulla buona strada per diventare una vecchia terribile, di quelle che se la godono e fanno ammattire tutti. E’ una vita che mi alleno a non farmi incastrare nella melensaggine degli affetti senili, ma, al contrario, a rendere la pariglia alla vita, anello di una catena sulfurea e solforica. Una di quelle vecchie da romanzo, che quando le vorrebbero far fuori, ci restano secchi: come in una specie di Delitto e castigo rovesciato.
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E’ venuto l’uccellino del freddo
a picchiettare avido ai vetri
appannati (più che appannati, sporchi)
in attesa di briciole che non ho
che non mangio pane né lo mangiavo
(per la glicemia e il colesterolo);
con fatica ho spazzato la finestra
con la mano dalla nebbia grondante.
Il raschio lo ha infastidito
(basta un niente da queste parti
che ti trovi in un’altra storia):
scricciolo scricciolo scricciolo resta!
E’ volato sulla siepe spinosa
è tornato che era un pettirosso:
avevo una noce l’ho spezzata
nel nome del padre, un pezzo a me uno
a lui. Ha mangiato il microcervello
guardandomi attento che neanche tuo padre
le sere d’inverno col freddo
gli occhi grandi per vedermi meglio.
Qui non si sta male, rispetto alla scogliera:
il vento sibila di fuori, c’è un camino
con una minestra sospesa sempre pronta.
Ma non ho fame, giusto la noce.
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mentre la poesia italiana mi pare in buona salute (sarà perché la lasciano in pace nella sua riserva?), il romanzo, con rare eccezioni, credo sia giunta l’ora di ricoverarlo per un bel check-up, vedere cosa non funziona. mi fa un po’ pena così mal messo, avrei una cura: ma i professoroni che lo osservano hanno i loro protocolli e si mostrano abbastanza soddisfatti dell’andamento della malattia. meglio tanti romanzi italiani malaticci, che pochi esemplari sani: se no noi chi curiamo? prima di beccarmi il morbo – fosse mai si piglia attraverso la carta – me ne vo all’estero per altri dieci quindici anni, come feci in passato.
senza autore, senza titolo, cioè io
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Tu sei di qui, di questo mondo
l’ombra delle tue dita si stampa
sul candido del foglio, la punta della penna;
stai dentro le parole, stai ogni giorno dentro le parole
nella forma delle cose mentre le si osserva
e ogni forma diventa una forma di tristezza
il tuo lungo ingresso alla cenere.
Rimetta a noi i nostri cieli la parola aggiustata,
un segnale nutrito dal lampo nel poco di nessun conto
nel conto dei giorni vissuti senza cura
e abbracci, ma senza abbagliare,
ogni minuto preso dal vento
e il presente di queste mani
come se fosse eterno.
(da Mandate a dire all’imperatore)
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