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presero un pezzo di roccia
lo spezzarono e gli diedero
un cuore dei polmoni un fegato
da quel pezzo di roccia spezzata
(quella che intanto stava in un canto
separata ad aspettare)
trassero me una me informe
e sciancata che quegli dei
sdegnarono per primi
esposto al sole e al vento
e alla rabbiosa pioggia di levante
il coccio si indurì cercando
impaziente il suo pezzo amante
quello che portava la madre
delle sue molecole delle sue catene
ma invano: al pezzo principale
era cresciuta intanto un’anima
una cosa trasparente come un velo
da sposa tra l’azzurro e il bianco
il sasso duro e graffiato
da qualche inverno passato
nell’acqua salata dove il fiume
finisce e si confonde nel mare
sbozzato dalle onde della risacca
trascinato su una riva melmosa
si faceva uno spirto da sé ch’entro ruggiva
ma piano che non si poteva
il sasso secondo un po’ sasso è rimasto
il sasso madre splendente d’azzurro
ne ebbe pietà e vide che era cosa buona
gli incastri rimasti a coda di rondine
perfetti per ricomporre quell’uno
più grande. un’anima in due
era bastevole ad entrambi.

sono indecisa nello stabilire se mi annojano di più le persone prevedibili o quelle prevedibilmente imprevedibili. le prime sono solo nojose, le seconde, nella loro particolare forma di prevedibilità, mi stancano.

sono indecisa se ritenere più sgradevoli le persone che si prendono sul serio o i fautori del non prendersi sul serio. con le prime non mi ci piglierò mai, con i secondi nemmeno, dacché ho il sospetto che essi vogliano che noi tutti si prenda sul serio solo loro, che fingono di non prendersi sul serio e snobbano coloro che si prendono sul serio seriamente, come dei pirla, che non hanno capito niente, mentre loro, che fingono, ma fingono soltanto, di non credere ad una sola delle proprie affermazioni, o gesto, o comportamento, sono quelli che hanno capito tutto: e vanno dunque presi sul serio.

Questa è un’epoca miserevole perché non sa inventare niente di nuovo, se non termini suggestivi per chiamare le stesse vecchie fregature di sempre.

dove tu sei

io sono

(or son trent’anni)

e quando non ci sei

vuoto è

il mattino

(per non parlare

della notte

scura)

il vuoto

s’annida

nel pieno più pieno

là dove

il coraggio

viene meno

o le cose ti escono così, di tacco, o è inutile che smanetti e ti arrabatti come vedi fare ai mangiatori di zuppe al farro, pane al kamut, agnolotti alle ortiche, insalatine di germogli d’acero, cioè

indi passò

dall’indispensabile

a dire

d’ amore

l’impensabile

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