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Trovo veramente fuori luogo fare riferimento, nel giorno della memoria, a ciò che fa Israele ai palestinesi. Israele è Israele, gli ebrei nei campi di sterminio sono altro. La shoah non ha nessun paragone, nessuna possibilità di essere riassorbita, livellata dal confronto con nessun altro crimine passato o presente. I numeri sono importanti, la decisione a tavolino di far fuori un popolo pure: e ciò costituisce la differenza. Se vogliamo ricordare che l’olocausto ha molte facce, bene: tutti i giorni i dannati della terra soccombono per l’ingiustizia del nord del mondo, dell’occidente satollo. Ma lasciate fuori l’equazione ebrei-israele, che non è nemmeno corretta storicamente.

Vecchi

Sono sulla buona strada per diventare una vecchia terribile, di quelle che se la godono e fanno ammattire tutti. E’ una vita che mi alleno a non farmi incastrare nella melensaggine degli affetti senili, ma, al contrario, a rendere la pariglia alla vita, anello di una catena sulfurea e solforica. Una di quelle vecchie da romanzo, che quando le vorrebbero far fuori, ci restano secchi: come in una specie di Delitto e castigo rovesciato.

E’ venuto l’uccellino del freddo

a picchiettare avido ai vetri

appannati (più che appannati, sporchi)

in attesa di briciole che non ho

che non mangio pane né lo mangiavo

(per la glicemia e il colesterolo);

con fatica ho spazzato la finestra

con la mano dalla nebbia grondante.

Il raschio lo ha infastidito

(basta un niente da queste parti

che ti trovi in un’altra storia):

scricciolo scricciolo scricciolo resta!

E’ volato sulla siepe spinosa

è tornato che era un pettirosso:

avevo una noce l’ho spezzata

nel nome del padre, un pezzo a me uno

a lui. Ha mangiato il microcervello

guardandomi attento che neanche tuo padre

le sere d’inverno col freddo

gli occhi grandi per vedermi meglio.

Qui non si sta male, rispetto alla scogliera:

il vento sibila di fuori, c’è un camino

con una minestra sospesa sempre pronta.

Ma non ho fame, giusto la noce.

un tempo

navigammo

acque

migliori

fortunatamente

il cuor

non sente

non sono

né vorrei

essere

niente

mentre la poesia italiana mi pare in buona salute (sarà perché la lasciano in pace nella sua riserva?), il romanzo, con rare eccezioni, credo sia giunta l’ora di ricoverarlo per un bel check-up, vedere cosa non funziona. mi fa un po’ pena così mal messo, avrei una cura: ma i professoroni che lo osservano hanno i loro protocolli e si mostrano abbastanza soddisfatti dell’andamento della malattia. meglio tanti romanzi italiani malaticci, che pochi esemplari sani: se no noi chi curiamo? prima di beccarmi il morbo – fosse mai si piglia attraverso la carta – me ne vo all’estero per altri dieci quindici anni, come feci in passato.

senza autore, senza titolo, cioè io

quanto

vorrei

mancare

di rispetto

si sta

decisamente

meglio

senza

Tu sei di qui, di questo mondo
l’ombra delle tue dita si stampa
sul candido del foglio, la punta della penna;
stai dentro le parole, stai ogni giorno dentro le parole
nella forma delle cose mentre le si osserva
e ogni forma diventa una forma di tristezza
il tuo lungo ingresso alla cenere.

Rimetta a noi i nostri cieli la parola aggiustata,
un segnale nutrito dal lampo nel poco di nessun conto
nel conto dei giorni vissuti senza cura
e abbracci, ma senza abbagliare,
ogni minuto preso dal vento
e il presente di queste mani
come se fosse eterno.

(da Mandate a dire all’imperatore)

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