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Quindicesima conversazione

sai,  mamma

la piccola vuole morire!

la tua piccola, quella che, da ultimo,

scambiasti per la cugina morta

da tanto tempo

(che pugnalata, signore, quella volta!)

non alzerai le braccia al cielo

ché un cielo non c’è

a cui alzare le braccia.

non barare con me: non c’è

e basta,  e non fingere

di disperarti alla notizia

che c’è di peggio ogni dannato giorno

tu stai al sicuro, di là dal muro

non sei nemmeno più nel vento

non ti vorrai lamentare…

dicevo che la piccola vuole morire

(sta’ ferma non ti agitare)

non è una novità è vecchia storia

risale al millenovecentosettantotto!

perché, mi dici. e che ne so perché?

voglio morire, e basta.

ma la beffa è

che non posso permettermi la morte

(di questi tempi neanche un paio di scarpe

si può più, in verità, signora mia, mamma mia)

devo crescere, vivere e morire

ma non per mano mia

quando lo vorrà quel cielo

che neanche tu ci credi più

quel cielo deserto in cui stai

in cui ombre smagrite in veste

d’uccelli di passo van cantando

lor guai: non una voce che li ascolti:

mai, quasi come qui…

ma qui è peggio: ogni dannato giorno,

è peggio.

vatti in pace, che la mia marea nera

non hai fatto a tempo

a patirla.

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Quattordicesima conversazione

hai ragione, siamo sempre in tempo

(come hanno ragione le ragazze belle

basta ammicchino di sguincio cogli occhi

si intraveda un attimo di pelle)

per me è mattina, per te ancora notte

dire e stare e mangiare qui ogni giorno

davanti a dei brandelli di giornale

poi s’esce e s’incontra il marciapiede

coi suoi quaranta all’ombra delle case

solo facciate imposte e balconate

la sagoma rattrappita d’un cane

un albero sbilenco con un’ombra

circolare pomo pero chi può dire

è un progresso è un sintomo del contagio

è finito il tempo del disagio

ho un mio nucleo tradizionale

un punto fermo come una fase

che attraverso rapido e mi riporta

sempre indietro a quella dannata porta

alla livida palude del nocchiero

ormai non sono più, ma prima ero


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Tredicesima conversazione

avventure e peripezie non le ho mai potute soffrire

licenziose e degradate – sei matta – ma quando mai?

stavo lì col posto fisso il sabato mezza giornata

il pomeriggio dal parrucchiere un rito di passaggio

la streghetta occhialuta la crisalide ligia e bigia

si faceva farfalla volavo verticale

dopo una settimana orizzontale

in cui dovevo sorridere amaramente

alla mancanza di punti di contatto edificanti

in cerca di uno specchio in cui potermi vedere

un microfono a cui lasciare la voce da riascoltare.

sono diventata brava a riassumere con perifrasi

una vita insipida e balenga quella cosa

che – ad essere precisi me lo chiedessero –

definirei verdastra – perché ridi – sì verdastra.

non uomini non figli malattie di testa

finite sul corpo – eterne diete e vitamine e ferro –

la mela dopo pasto la bistecca al sangue

le vacanze in montagna perché al mare no

le zitelle – a mostrare cosa le cosce mosce -.

poi – dice – una viene qui che se me lo chiedi

– chiedimelo hai capito – non ho capito niente

ancora c’è la fabbrica e le perle e le sirene

il paesino le mucche la laguna le mele

lo yogurth acido – che fa dimagrire ma non è vero –

tu con le trecce e una faccia piena di perché

le ossa delle scapole fragili il broncio sopra il piatto

ma niente – ti dico credimi – niente è più al suo posto

neanche i colori. li hai mai visti – potrei anche sbagliarmi –

un bosco rosa una mela bianca una bambina azzurra?

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Dodicesima conversazione

Devo ricordarmi di ricordare

e dopo essermi ricordato di ricordare

mi devo sforzare di non dimenticare.

Nessun piacere in questa sequela

di sforzi memoriali da cui non esce niente

di rilevante: donne che si incipriano il naso

in un’aria densa di aspettativa, vecchi seduti

con il panico della sordità dipinto in volto,

bambini che guardano un’eclissi

da dentro i vetri bruni dello sciroppo per la tosse:

ma solitamente lo spazio è silenzioso

di fatti e di cose: non dimentico niente e niente

ricordo. La crepa tra me e tutto il resto consiste

in questo tacermi addosso d’ogni cosa

di cui saprei il nome la storia i casi

ma solo quando ho fortuna ne so dire una sillaba

che s’accende come una miccia nel pensiero.

La prima volta è stata un’ombra rotonda

gettata dal melograno in fondo al cortile:

con l’ombra (ombra!) se ne venne come incollato

anche il nome dell’albero rosso di fiori e l’albero

portò la terra e i sassi e i sassi un cielo dello stesso

colore di piombo. Poi più nulla per mesi o anni.

Si scopre per caso di essere morti (morti!) come

per caso di poter venirsene qui. Se vengo qui

via da un cielo percorso da cumuli, temporali

furibondi e passeggeri, se me ne vengo

dalla confusione e dal silenzio

cui mi hanno condannato, le parole

bucano l’aria, le vedo balenare come lampi

voglio afferrarle e tante ne catturo

come è vero che ti posso parlare,

ché prima non potevo. Farà parte

dell’apprendistato banale e spietato

di noi operai della filiera della

parola

che già (lo vedi?) già non so più.

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Undicesima conversazione

E’ venuto l’uccellino del freddo

a picchiettare avido ai vetri

appannati (più che appannati, sporchi)

in attesa di briciole che non ho

che non mangio pane né lo mangiavo

(per la glicemia e il colesterolo);

con fatica ho spazzato la finestra

con la mano dalla nebbia grondante.

Il raschio lo ha infastidito

(basta un niente da queste parti

che ti trovi in un’altra storia):

scricciolo scricciolo scricciolo resta!

E’ volato sulla siepe spinosa

è tornato che era un pettirosso:

avevo una noce l’ho spezzata

nel nome del padre, un pezzo a me uno

a lui. Ha mangiato il microcervello

guardandomi attento che neanche tuo padre

le sere d’inverno col freddo

gli occhi grandi per vedermi meglio.

Qui non si sta male, rispetto alla scogliera:

il vento sibila di fuori, c’è un camino

con una minestra sospesa sempre pronta.

Ma non ho fame, giusto la noce.

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Decima conversazione

Posso immaginare che così, di punto in bianco,

non sia un grande affare trovarsi altrove. Nella

buona stagione traversare quel prato bruciato

osservare il sole quadrettato entrare dal finestrino

attendere nell’abbaglio altro abbaglio, è poco sforzo.

Ma ora come ora, è una pena

con le nebbie e la pioggia

– che sarebbe neve se facesse solo poco più freddo –

attendere e passare nella guazza, vestito di poco,

con le pantofole di casa; non sai se la luce verrà,

– dovevi dirle ancora due o tre cose -, il cuore fatto

di pietra, mentre va nell’aria un’aria

di festa che non ti riguarda,

il finestrino è appannato e non filtra

il mondo di noi rimasti già avvolto nel buio

dell’ora invernale. L’ombra vasta e silenziosa

ti sommerge: ti chiedi se quella tenebra sta dentro o fuori

e se la luce verrà a sventrarla infrangendola di mille specchi.

Tu attendi! – voci accreditate dicono che piove sempre

mentre una smemoratezza leggera svapora i contorni –

e forse

potrai fare ancora quel viaggio che volevi.

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Nona conversazione

Vi chiedo – di grazia – fermatevi una volta

per più dei tre minuti che mi avete

via via carpito. E non guardatemi così

troppo dappresso, state dove siete,

sotto l’olmo, sotto il cipresso

dentro l’urne sconfortate di schianto.

Vi voglio bene, lo giuro! ma il sonno

della morte è forse men duro

se provate a dormire, una volta, sognare

e non far chiasso, attorno, per dare a me

il vostro fardello

di ricordi velati, di immagini sfocate.

Piove sempre e c’è sempre troppa nebbia,

gli uffici sono chiusi, non sapete dove andare

allora venite qua solo perché ho troppo a che pensare

e vi infilate dritti a scombinarmi il flusso

delle idee, posandovi chi sulle spalle,

chi insufflandomi in un orecchio

il ghiaccio del suo fiato.

Quando vorrei chiedervi quella cosa

svanite in fondo al corridoio

e mi salutate con la mano, di lontano.

Sono stanca di domande

voglio risposte: voi che siete morti

forse non potete

e costoro che son vivi

non sanno.

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