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Archive for the ‘alieni’ Category

Che ho da fare io più qui?

Qui e altrove?

Deserto

e altro deserto.

La moda impone domande.

Io volevo qualche risposta,

da ragazza di paese.

Macchie scure.

Ombre.

Esc

 

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Befane

Vorrei che quei rari momenti, specie la sera, in procinto di andare a dormire, come adesso, quei rari momenti vagamente epifanici, probabilmente frutto di cicli vitali, di discese e ascensioni di flussi linfatici, non di strabilianti illuminazioni, ecco, che uno di quei beati momenti in cui non mi importa un cazzo di niente e nessuno, durassero: un giorno, non chiedo tanto. Fino a domani, o fino a saldarsi con il prossimo celestiale minuto di assoluta felice estraneità e anaffettività, fino a costituire una catena ininterrotta di colossale e possibilmente protervo menefreghismo.

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Mi auto-sospendo per le orecchie avendo parlato da sempre di politica a scuola con i ragazzi. Diceva Luca, un paio di anni fa, mentre si parlava  dell’età neroniana: “Sa, prof, ieri ho sostituito “Berlusconi” ogni volta che trovavo scritto Nerone, e il discorso filava liscio liscio, specie sui processi per lesa maestà”. Mi auto-sospendo da subito, e per le orecchie, perché sono venticinque anni che, mostrandomi la storia della letteratura mondiale  i segni del dissenso nei confronti dei pezzi di merda della politica di ogni tempo, io, parlando di letteratura, non posso che essere incappata e continuare ad incappare in discorsi politici, per giunta contrari. Potrei giusto fare dei corsi monografici su Vincenzo Monti: il ritrattatore per eccellenza, in cui questi burattini alla Fabio Garagnani troverebbero dei motivi di rispecchiamento.

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Angelica mette in bocca l’anello magico, cade, o salta, da cavallo: così esce di scena, gambe all’aria sul sabbione, la grande seduttrice. Orlando se la prende con la giumenta, la costringe a seguirlo fino allo sfinimento e poi ancora la trascina, morta. E’ difficile che dei diciassettenni, qualcuno già diciottenne, vedano l’allusione erotica nell’insistita descrizione che Ariosto fa del girovagare di Orlando pazzo con la povera cavalla. Però è alla loro portata, avendone parlato più volte e avendoli spesso invitati, nel corso degli anni, ad osservare i produttivi meccanismi della comicità, ragionare su quella caduta da cavallo, su quell’andare lunga distesa e scomposta, della bella tra le belle. E’ alla loro portata ragionare sulla misoginia come tributo letterario al quale si sottopongono svariati autori, sanno delle rime petrose di Dante e di quello che egli farebbe alla bella Petra, in Così nel mio parlar vogl’esser aspro:

S’io avessi le belle trecce prese,
che fatte son per me scudiscio e ferza,
pigliandole anzi terza,
con esse passerei vespero e squille:
e non sarei pietoso né cortese,

anzi farei com’orso quando scherza;
e se Amor me ne sferza,
io mi vendicherei di più di mille.
Ancor ne li occhi, ond’escon le faville
che m’infiammano il cor, ch’io porto anciso,

guarderei presso e fiso,
per vendicar lo fuggir che mi face;
e poi le renderei con amor pace.

Cosicché, una cosa che può non apparire immediatamente, può balzare all’immaginazione in maniera mediata: dalle letture fatte precedentemente, da quel continuum che era quasi normale costruirsi “ai nostri tempi” e che ora mostra di non riuscire in alcun modo a strutturarsi, salvo in pochi, anzi: rarissimi, sottoposti come sono, i più,  a rimozione forzata dell’immaginario letterario o, direttamente, dell’immaginazione.

Avrebbe così fatto, o poco manco,
alla sua donna, se non s’ascondea;
perché non discernea il nero dal bianco,
e di giovar, nocendo si credea.
Deh maledetto sia l’annello ed anco
il cavallier che dato le l’avea!
che se non era, avrebbe Orlando fatto
di sé vendetta e di mill’altri a un tratto.

Mi chiedevo, dunque, perché gli adolescenti non vedano l’evidenza. Non vedono il languore che sale dalle pagine, la sensualità che vi serpeggia, non possono vedere che l’amore può essere volere il corpo dell’altro fino a fargli male. Lo sentono forse nel loro stesso corpo, ma non pensano che la poesia, e la letteratura  in genere, sappiano interpretare questa follia, che dentro di esse si celi ogni mistero, ogni bagliore, ogni miseria e viltà, ogni delirio, tutte le follie, le imprese, le speranze e le disperazioni dell’umanità. Il sangue, il sesso, l’amore, la morte. Non sono attratti dall’amore raccontato se non è quello tra adolescenti. Non sono attratti dalla comicità se non è quella demenziale. E infatti si nutrono di film in cui amore e scempiaggine vanno a braccetto: high school and college movies, per intenderci. L’amore non va oltre Romeo e Giulietta in jeans e brufoli. L’amore semplicemente non esiste al di là dei trent’anni, che forse sono già un’età di vecchi. Succede di trovare ogni tanto un gruppo di studenti più sensibili, ma anche con questi l’educazione sentimentale fa cilecca. Ricordo che un paio d’anni fa non piacque Paris, di Cédric Klapisch ai miei studenti migliori: c’erano troppi (tutti) adulti in quel film e vi si parlava d’amore e di morte e d’amicizia senza drammi. Le tinte forti:  se mancano, non funziona quasi niente, tre metri sotto terra.

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Tranquilli, non vi propino la canzone di Petrarca: che poi è uno di quei pezzi di lui che mi piacciono, però, chissà perché quando penso a questo poeta mi viene in mente “propinare”. “Gli ho propinato tre sonetti, stamattina: erano morti”, gli studenti, of course: come tre cucchiaiate di olio di ricino, o di sciroppo cattivo, che non s’usano più, né l’uno né l’altro. Divago, al solito. Di sentier in sentier (che prosegue con “di monte in monte”)  è effettivamente una citazione, ma declassata. E te pareva. In pratica: navigando di piccolo cabotaggio, come faccio io, in rete, di link in link, appunto, come di sentier in sentier, di sponda in sponda, càpita di trovare delle belle idee, delle cose intelligenti e nobili. Uno di questi inciampi nobili su di me ha avuto l’effetto di indurmi a controllare una certa cosa: le modalità con cui si perviene a questo sito, i “termini ricercati nei motori di ricerca”, che WordPress elenca insieme alla contabilizzazione dei contatti. In pianta stabile, generalmente la mattina, viene cliccato il post su Achille Campanile, il racconto “Le seppie coi piselli”. Perché piace l’umorismo? Perché ci sono ricorrenti cicli di studio sull’autore? Pensate: è mattina, bisogna pur  mettere qualcosa in tavola. E io mi vedo delle massaie sparse nella penisola alle prese con le seppie pescate dal marito, regalate dal vicino di casa, comprate al mercato. Naturalmente mica le vedo abilmente dotate di coltellino appuntito per estrarre il becco e i bulbi oculari, capaci di far sgusciare l’osso di seppia senza sfasciare il mollusco, eliminare le schifezze dalla pancia sapendo trattenere il sacchetto marroncino che dà sapore, e, una tantum,  il nero. No. Le mie massaie prendono con due dita il viscido animale che regolarmente gli finisce sul grembiulino stirato di fresco (lasci stare, signora: quella sagoma le resterà vita natural durante sulla pettorina, col nero di seppia non c’è detersivo, candeggina che tenga, ringrazi che indossava, appunto, un grembiulino: una parananza, un traversòn); poi lo sbucciano (ahi, lo so che qualcuna le ha detto che alle seppie, lei, ci toglie la pelle, che schifo), ma si toglie solo la pelle che viene via, non si scuoia l’animale. Da ultimo, come sacerdotesse, dopo essersi tagliate e punte almeno una volta nell’armeggiare con il becco,  ne osservano, traendo auspici, le viscere. Io queste le butto. Brava, mangerete della gomma in umido, al sapore di pomodoro, più o meno piccante, a seconda delle latitudini. Ora tocca la ricetta. Ah, internet, che bella cosa! Un clic, ecco: sep pie co i piiii ‘ndo’ sta la s, eccola, selli. Appaiono almeno dieci siti prima de Il lunedì degli scrittori, c’è suor  Germana, signora, vada sul sicuro, a suo marito sembrerà di essere in paradiso. Se li leggono tutti, e addio seppie, a pranzo pasta burro e parmigiano. Anzi: addio bisi! che in veneziano si dice quando una cosa non andrà a buon fine.  Ma la cosa più sorprendente, che non ci sono ancora venuta a capo, è quando, oltre al normale “seppie coi piselli”,  mi digitano “seppie fluorescenti coi piselli” o “seppie con piselli fluorescenti” che è anche un po’ più intrigante, specie la mattina, una si fa delle idee. Il motore di ricerca se ne fotte della fluorescenza e me le manda qua, uguale. A quel punto, la seppia che si stampiglia sulla pettorina nella mia immaginazione assume un colore violetto, le viscere si animano, l’osso si libra come un disco volante nell’aria, i tentacoli afferrano la massaia alla gola e stringono stringono stringono.

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A. dice che sto male veramente, che è ora che mi decida a mettermi tranquilla e pensare un poco a me, che devo lasciare la scuola per un po’ e tutte le occupazioni che mi assorbono troppe energie. Rispondo che con le leggi italiane, con i provvedimenti del mio caro concittadino in materia di assenza per malattia, dovrei tapparmi in casa. Ma in casa mi posso solo fare ancora più male. E così niente malattia, lavorare lavorare, pur di uscire. C’è anche il sole, in questi giorni. Ho ancora le gambe, io, e le posso muovere una dopo l’altra dritto davanti a me. Anche se l’anima ha delle piaghe sanguinanti, una stanchezza infinita, anche se sta diventando sorda, il corpo può spostarsi nello spazio, da qui a là e da là ancora più in là. Può anche ballare, quando l’anima va a dormire, e illuderla, al risveglio, che tutto va bene.

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Alieni 4

Sto dalla mia parte

il lato brutto della strada

quello in cui stanno

quelli con cui nessuno vuole stare:

e ci sto bene, a parte quando piove.

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