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Archive for the ‘alieni’ Category

Angelica mette in bocca l’anello magico, cade, o salta, da cavallo: così esce di scena, gambe all’aria sul sabbione, la grande seduttrice. Orlando se la prende con la giumenta, la costringe a seguirlo fino allo sfinimento e poi ancora la trascina, morta. E’ difficile che dei diciassettenni, qualcuno già diciottenne, vedano l’allusione erotica nell’insistita descrizione che Ariosto fa del girovagare di Orlando pazzo con la povera cavalla. Però è alla loro portata, avendone parlato più volte e avendoli spesso invitati, nel corso degli anni, ad osservare i produttivi meccanismi della comicità, ragionare su quella caduta da cavallo, su quell’andare lunga distesa e scomposta, della bella tra le belle. E’ alla loro portata ragionare sulla misoginia come tributo letterario al quale si sottopongono svariati autori, sanno delle rime petrose di Dante e di quello che egli farebbe alla bella Petra, in Così nel mio parlar vogl’esser aspro:

S’io avessi le belle trecce prese,
che fatte son per me scudiscio e ferza,
pigliandole anzi terza,
con esse passerei vespero e squille:
e non sarei pietoso né cortese,

anzi farei com’orso quando scherza;
e se Amor me ne sferza,
io mi vendicherei di più di mille.
Ancor ne li occhi, ond’escon le faville
che m’infiammano il cor, ch’io porto anciso,

guarderei presso e fiso,
per vendicar lo fuggir che mi face;
e poi le renderei con amor pace.

Cosicché, una cosa che può non apparire immediatamente, può balzare all’immaginazione in maniera mediata: dalle letture fatte precedentemente, da quel continuum che era quasi normale costruirsi “ai nostri tempi” e che ora mostra di non riuscire in alcun modo a strutturarsi, salvo in pochi, anzi: rarissimi, sottoposti come sono, i più,  a rimozione forzata dell’immaginario letterario o, direttamente, dell’immaginazione.

Avrebbe così fatto, o poco manco,
alla sua donna, se non s’ascondea;
perché non discernea il nero dal bianco,
e di giovar, nocendo si credea.
Deh maledetto sia l’annello ed anco
il cavallier che dato le l’avea!
che se non era, avrebbe Orlando fatto
di sé vendetta e di mill’altri a un tratto.

Mi chiedevo, dunque, perché gli adolescenti non vedano l’evidenza. Non vedono il languore che sale dalle pagine, la sensualità che vi serpeggia, non possono vedere che l’amore può essere volere il corpo dell’altro fino a fargli male. Lo sentono forse nel loro stesso corpo, ma non pensano che la poesia, e la letteratura  in genere, sappiano interpretare questa follia, che dentro di esse si celi ogni mistero, ogni bagliore, ogni miseria e viltà, ogni delirio, tutte le follie, le imprese, le speranze e le disperazioni dell’umanità. Il sangue, il sesso, l’amore, la morte. Non sono attratti dall’amore raccontato se non è quello tra adolescenti. Non sono attratti dalla comicità se non è quella demenziale. E infatti si nutrono di film in cui amore e scempiaggine vanno a braccetto: high school and college movies, per intenderci. L’amore non va oltre Romeo e Giulietta in jeans e brufoli. L’amore semplicemente non esiste al di là dei trent’anni, che forse sono già un’età di vecchi. Succede di trovare ogni tanto un gruppo di studenti più sensibili, ma anche con questi l’educazione sentimentale fa cilecca. Ricordo che un paio d’anni fa non piacque Paris, di Cédric Klapisch ai miei studenti migliori: c’erano troppi (tutti) adulti in quel film e vi si parlava d’amore e di morte e d’amicizia senza drammi. Le tinte forti:  se mancano, non funziona quasi niente, tre metri sotto terra.

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Tranquilli, non vi propino la canzone di Petrarca: che poi è uno di quei pezzi di lui che mi piacciono, però, chissà perché quando penso a questo poeta mi viene in mente “propinare”. “Gli ho propinato tre sonetti, stamattina: erano morti”, gli studenti, of course: come tre cucchiaiate di olio di ricino, o di sciroppo cattivo, che non s’usano più, né l’uno né l’altro. Divago, al solito. Di sentier in sentier (che prosegue con “di monte in monte”)  è effettivamente una citazione, ma declassata. E te pareva. In pratica: navigando di piccolo cabotaggio, come faccio io, in rete, di link in link, appunto, come di sentier in sentier, di sponda in sponda, càpita di trovare delle belle idee, delle cose intelligenti e nobili. Uno di questi inciampi nobili su di me ha avuto l’effetto di indurmi a controllare una certa cosa: le modalità con cui si perviene a questo sito, i “termini ricercati nei motori di ricerca”, che WordPress elenca insieme alla contabilizzazione dei contatti. In pianta stabile, generalmente la mattina, viene cliccato il post su Achille Campanile, il racconto “Le seppie coi piselli”. Perché piace l’umorismo? Perché ci sono ricorrenti cicli di studio sull’autore? Pensate: è mattina, bisogna pur  mettere qualcosa in tavola. E io mi vedo delle massaie sparse nella penisola alle prese con le seppie pescate dal marito, regalate dal vicino di casa, comprate al mercato. Naturalmente mica le vedo abilmente dotate di coltellino appuntito per estrarre il becco e i bulbi oculari, capaci di far sgusciare l’osso di seppia senza sfasciare il mollusco, eliminare le schifezze dalla pancia sapendo trattenere il sacchetto marroncino che dà sapore, e, una tantum,  il nero. No. Le mie massaie prendono con due dita il viscido animale che regolarmente gli finisce sul grembiulino stirato di fresco (lasci stare, signora: quella sagoma le resterà vita natural durante sulla pettorina, col nero di seppia non c’è detersivo, candeggina che tenga, ringrazi che indossava, appunto, un grembiulino: una parananza, un traversòn); poi lo sbucciano (ahi, lo so che qualcuna le ha detto che alle seppie, lei, ci toglie la pelle, che schifo), ma si toglie solo la pelle che viene via, non si scuoia l’animale. Da ultimo, come sacerdotesse, dopo essersi tagliate e punte almeno una volta nell’armeggiare con il becco,  ne osservano, traendo auspici, le viscere. Io queste le butto. Brava, mangerete della gomma in umido, al sapore di pomodoro, più o meno piccante, a seconda delle latitudini. Ora tocca la ricetta. Ah, internet, che bella cosa! Un clic, ecco: sep pie co i piiii ‘ndo’ sta la s, eccola, selli. Appaiono almeno dieci siti prima de Il lunedì degli scrittori, c’è suor  Germana, signora, vada sul sicuro, a suo marito sembrerà di essere in paradiso. Se li leggono tutti, e addio seppie, a pranzo pasta burro e parmigiano. Anzi: addio bisi! che in veneziano si dice quando una cosa non andrà a buon fine.  Ma la cosa più sorprendente, che non ci sono ancora venuta a capo, è quando, oltre al normale “seppie coi piselli”,  mi digitano “seppie fluorescenti coi piselli” o “seppie con piselli fluorescenti” che è anche un po’ più intrigante, specie la mattina, una si fa delle idee. Il motore di ricerca se ne fotte della fluorescenza e me le manda qua, uguale. A quel punto, la seppia che si stampiglia sulla pettorina nella mia immaginazione assume un colore violetto, le viscere si animano, l’osso si libra come un disco volante nell’aria, i tentacoli afferrano la massaia alla gola e stringono stringono stringono.

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A. dice che sto male veramente, che è ora che mi decida a mettermi tranquilla e pensare un poco a me, che devo lasciare la scuola per un po’ e tutte le occupazioni che mi assorbono troppe energie. Rispondo che con le leggi italiane, con i provvedimenti del mio caro concittadino in materia di assenza per malattia, dovrei tapparmi in casa. Ma in casa mi posso solo fare ancora più male. E così niente malattia, lavorare lavorare, pur di uscire. C’è anche il sole, in questi giorni. Ho ancora le gambe, io, e le posso muovere una dopo l’altra dritto davanti a me. Anche se l’anima ha delle piaghe sanguinanti, una stanchezza infinita, anche se sta diventando sorda, il corpo può spostarsi nello spazio, da qui a là e da là ancora più in là. Può anche ballare, quando l’anima va a dormire, e illuderla, al risveglio, che tutto va bene.

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Alieni 4

Sto dalla mia parte

il lato brutto della strada

quello in cui stanno

quelli con cui nessuno vuole stare:

e ci sto bene, a parte quando piove.

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Alieni 3

Però, la vita,

comunque la spendiamo

tra il mattino e la sera

tra un pasto e l’altro,

nel sesso e nei litigi

negli scorni del vivere,

tra l’ufficio la scuola e la fabbrica

comprando cose inutili e necessarie:

lo dico a te, che, alieno, mi parli

di altri  mondi, o di un mondo solo,

ma parallelo, che  ostinato

fai la spola tra quello e questo

a dirmi che altro c’è

che tanto ti martella

e dovrebbe, anche se poco,

turbare anche me.

Ma quello che mi sconvolge

non è il mondo parallelo,

è il corpo in cui il mistero

si consuma, la carne in cui marcisce

ogni speranza, la libertà di pochi

che qui e ora, senza le tue parole,

senza le mie, senza tutte queste

nobili bugie

vivono la vita, fanno prole,

invecchiano, amano, bevono,

sbagliano, cancerizzano,

non sanno, né vogliono sapere

quanto il poeta sappia

al di là antivedere.

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Alieni 2

Seminudo semidio

da mille anni di lontananza

da un abisso di memoria

mio oracolo privato

mia delfica deità deliquescente

mio sibillino amore

ti chiedo una verità

una qualche imperfetta

menzognera verità:

chi siamo noi?

Scrivilo sulle foglie

rosse dell’acero caduco

sui resti della betulla luminescente

ma dimmi, chi siamo, da dove veniamo,

perché siamo

caduti così in basso, da cieli

di pianeti doppi dov’era viola

l’erba e verde il giacinto

con cui mi ornavi la fronte

nei giorni d’autunno, come questi?

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alieni

come fossi malata di un male incurabile

così mi sento

(so cosa si sente ché lo fui davvero)

non ho voglia di niente

non ho voglia di uscire

dico che è il caldo

dico che sto male

ho un fastidio qui, proprio qui, vedi, in bocca,

e col caldo peggiora

si tiene il cocomero in fresco se mai arriva qualcuno

chi ha da venire, mi dici? non ho voglia di vedere nessuno

che poi anche gli amici, farfuglio ad occhi chiusi,

anche gli amici sono  veri

fino a che zitto componi felici astrazioni

su stragi e guerre, ingiustizie e distruzioni

ma quando protesti caparbio il tuo no

agli stretti nodi che ingorgano la tua vicenda

(l’ingiustizia nasce da qui, da un amore che qualcuno

si ostina a chiamare contratto)

tutto appare rosicchiato sbreccolato inservibile.

una guerra, la nostra, senza quartiere,

a cominciare dai sorrisi di circostanza,

alle solidarietà che non costano niente

alla memoria che risale ad una settimana:

pensa se accade così tra le pulci

che ha da essere nell’alto dei cieli.

è il paese tutto che va a male

e io sto male per questo

e per tutto: mi balena in un lampo

che potrebbe essere diverso

che potrebbe essere ancora

ma mi affiorano volti e risonanze

dall’insensatezza ipocrita del presente

e un tutt’uno atroce e osceno

mi ricorda che è sempre più tardi

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