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Archive for the ‘amori miei’ Category

Cominciato per dire, finito in Gericault

Voglio scrivere anch’io lunghi paragrafi
con citazioni di latino e greco, frasi dotte
– tanti autori hanno dato forfait nella mia testa –
io per studiare ho avuto giorni avari
e per avere almeno un’infarinatura
in sere e notti, quando i figli dormivano, leggevo
pensa un po’che follia, la storia tutta
i tomi ponderosi grigioazzurri
storia della letteratura di garzanti
poi quella del pensiero filosofico e scientifico

se vi dicessi d’aver capito tutto
sarei ridicol_mente menzognera
vabbe’, volevo tracannare il mondo
incamerarne pagine su pagine
facevo indigestione di nozioni
che mi colonizzavano scomposte.

Qui metterei degli asterischi
*
se me ne ricordassi
ma tutto s’ingarbuglia, una matassa di cognomi
inglesi, americani, il primo novecento
grandi poeti letti  in pochi versi
senza approfondimento, quello manca.
Spaziare tra le discipline fu caotico
memorizzare ancora più difficile
ma si sedimentarono vivendo, in regioni mentali
d’un pensiero ribelle.

**
Scrivevo di emozioni, nel frattempo
senza che fosse chiaro anche a me stessa
affioravano lemmi, sprazzi didascalici
versi, storia, botanica, la fisica dei quanti
un pot pourri come svuotarsi tasche
o affidare vestiti al servomuto
speculazioni filosofiche da casalinghità

***
A scrivere di getto mi sorprendo
scaturiscono frasi dal mio dentro, un bel mistero
a scompigliarmi il giorno, anche la notte
è un continuo parlarmi da quei luoghi
in cui sostavo da novella Alice
e nemmeno mi persi quando un volo
mi condusse ai confini dell’eterno, anzi fu il salto
a rivelarmi il doppio e il triplo
e il multiforme respirare in zone estreme

****
Attendo fuori tempo ancora l’alba del cercatore
porgo l’orecchio al disinteressato proseguire
c’è chi vorrebbe ammutolirmi ad arte
definirmi da baci perugina, e non permetto
perché ho imparato che si svela il cuore
e l’intelletto solo passando tra le fiamme e solo
quando ai confini del dolore, alle zattere spinte
dopo ogni affondamento di Medusa
ci viene dato il dono del pennello.

Cristina Bove

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http://www.connessomagazine.it/teatro/la-bancarotta-vitaliano-trevisan-riscrive-goldoni-operaestate-festival-2011

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Secondo che il tempo

fresco e odoroso

sèguiti la tua corsa

segnata dallo strappo

anima d’acqua e sale

impellente ed euforica

un ronzìo derelitto ti giunge

dal lembo di terra e acciaio

figlio dell’inconsapevole

vastità delle acque

creatura libera incontenibile

lontana

dal fragore degli avari

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Potessi andare al mercato a comprarla

ci correrei: vedi, c’è il sole

che invita a passare tra i banchi e le ceste.

Intenta a cercarla

non potrei non vedere i fiori, i pulcini

morituri dopo le feste – ricordi? -,

e il vestito da niente che a te con poco

starà così bene. Ti comprerei

almeno tre cose: una maglia, un vestito,

un cappello di paglia, ché arriva l’estate.

Li metteresti e io penserei un’altra volta

“guardate!, non è un amore questa bimba cresciuta?”.

Ma son venuta per cercarti una cosa

sperando la vendano a peso.

Tu l’hai perduta e io non ne ho:

è da un po’ che non se ne vede,

è diventata una rarità:

“scusi, per caso, lei vende

– per la mia figliola ventenne –

un po’ di serenità?”.

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Ripropongo qui una vecchia poesia, con cui aprii il blog. Ricorrono fra pochi giorni cinque anni dalla sparizione di A. da questa terra, una delle persone che ho amato di più, ma che non voleva essere amata. E’ il mio modo di ricordare le donne: il femminicidio.

per a., quasi un’ossessione

potresti essere morta già allora

potresti essere sparita nell’ombra

umida delle calli dentro una risata

–  le nostre risate! –

(l’immagine che sale è sempre la stessa)

o dentro un silenzio improvviso

che ti dipingeva solchi tra gli occhi

a vent’anni e un sorriso

storto un po’ più in basso

tra noi un discorrere fitto: parlavamo

d’amore – quasi carlotta e speranza –

senza il volano e la crinolina

ma con gonne lunghe fiorite, sì!

che raccoglievamo vezzose e ignare

salendo gli sbreccolati ponti mentre

cadeva talora un libro o volavano

fogli finemente vergati

–  i  miei e i tuoi appunti! –

stessa scrittura stessi sogni stessi

lunghi capelli ancorché biondi o castani

stessa fame di vivere e di fargliela pagare

a chi non sapevamo

ma ci abitava il cuore un’ansia

uno struggimento oscuro come il destino

che la zingara – ricordi? –

ti lesse nella mano e mi fece impallidire

altra mano ti ha fermata e io non ero lì con te

avrei preso almeno un paio di pugni

una sberla un calcio anch’io

ti avrei sorretto il capo ti avrei dato

il mio respiro

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A GP

Você é assim
Um sonho pra mim
E quando eu não
Te vejo
Eu penso em você
Desde o amanhecer
Até quando eu me deito
Eu gosto de você
E gosto
De ficar com você
Meu riso é tão feliz contigo
O meu melhor amigo é o meu amor
E a gente canta
E a gente dança
E a gente não
Se cansa
De ser criança
A gente brinca
Na nossa velha infância
Seus olhos, meu clarão
Me guiam
Dentro da escuridão
Seus pés me abrem o caminho
Eu sigo e nunca me sinto só
Você é assim
Um sonho pra mim
Quero te encher
De beijos
Eu penso em você
Desde o amanhecer
Até quando eu me deito

Vecchia infanzia – Tu sei così, come un sogno per me, voglio riempirti di baci e quando non ti vedo, ti penso, dal mattino fino a quando vado a dormire. Ti amo e mi piace stare con te, quando sono con te la mia risata e così felice: il mio migliore amico è il mio amore. La gente canta la gente balla non è mai stanca di essere bambina, la gente gioca nella nostra vecchia infanzia. I suoi occhi, come una luce improvvisa, mi guidano nell’oscurità, i suoi piedi mi aprono la strada, io seguo e non mi sento mai sola.

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Video teatro

qui

ho aggiunto un video.

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Ventotto

Ventotto gli anni, ventotto il giorno!

Non ne cambierei uno

(o giusto uno, forse sì)

mentre sai  che ne cambieremmo tanti

avessimo il potere di mutare

il corso della storia

che abbiamo ammassato

pezzo a pezzo, strappata a morsi,

fitta di sberleffi e smorfie,

per non urlare.

Ci è andata bene sin qui:

potremmo essere soli e inariditi

attaccati ai ricordi in bottiglia,

attraversati da ancor più luttuosi

destini, non bastassero quelli che

in sorte ci è stato dato di avere.

Non cambierei un giorno, ti ripeto:

non cambierei te, con tutti i tuoi guai:

non c’è mano che sfiori uguale

non c’è forza né gioia che ti valga.

 

 

 

 

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“Amor”, dicea, il ciel
mirando, il piè fermo,
“dove, dov’è la fè
ch’el traditor giurò?”
Miserella.
“Fa’ che ritorni il mio
amor com’ei pur fu,
o tu m’ancidi, ch’io
non mi tormenti più.”
Miserella, ah più no, no,
tanto gel soffrir non può.
“Non vo’ più ch’ei sospiri
se non lontan da me,
no, no che i martiri
più non dirammi affè.
Perché di lui mi struggo,
tutt’orgoglioso sta,
che si, che si se’l fuggo
ancor mi pregherà?
Se ciglio ha più sereno
colei, che’l mio non è,
già non rinchiude in seno,
Amor, sí bella fè.
Ne mai sí dolci baci
da quella bocca havrai,
ne più soavi, ah taci,
taci, che troppo il sai.”

Ottavio Rinuccini, Lamento della ninfa, Musica di Claudio Monteverdi

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Un tempo cane

 

…ma un giorno fantastico. Poteva essere un giorno buono, per certe ragioni, che, invece, per queste stesse ragioni si è trasformato in un giorno ottimo. E quelle tali ragioni sono la ragion sufficiente per cui questo è il migliore dei giorni possibili, temporaneamente. Mi sentirò così forse ancora, spero, per ragioni simili, o quando avrò un nipote: a quel punto egli/ella sarà la ragione più che sufficiente per rendere questo il migliore dei mondi. Per il momento mi godo il mio sufficiente mondo migliore da cui la pioggia è scomparsa come d’incanto. Mi bevo il mio bicchiere di prosecco in compagnia di un uomo altrettanto temporaneamente contento, alla salute di una principessa bionda e carina e del suo alfiere nero. Bravi tutti e due.

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