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Archive for the ‘aprosdòketa’ Category

aprosdòketa – 2

– Hai visto?

– Che cosa?

– Ssst, non guardare. Non farti notare. A destra, sul ponte, quella coppia.

– Dove? Ah, quella bionda, dici? Con quel ragazzo?

– Secondo te…?

– Madre e figlio?

– Fai l’ingenua?

La coppia si voltò, scese i tre gradini del motoscafo, avendo scorto due posti liberi, davanti a due donne stracariche di buste della spesa.

– Proprio qua si sono seduti – fece la prima.

– Cosa?

– Ommadonna, parla piano, possibile che devi sempre gridare?

– Ah, scusa. Sì, ho visto – sibilò la seconda, stringendo le labbra con compunzione.

– Non sono italiani, stanno parlando in inglese.

– Lei è vecchiarella, no? – mormorò la compunta, con un certo grado di soddisfazione nello sguardo.

– Un bel po’. Non abbastanza, però, per esserne la madre.

– Hai visto che occhi? Che spalle, che eleganza?

– Bello, sì. E’ ben per quello che dico – gracchiò la prima delle due donne.

– Li lasciassero a noi, ‘ste vecchie.

– Saprei bene che farci – squittì la prima – ma non è poi così vecchia, dai – aggiunse virtuosa.

– Cosa chiami tu una che sicuramente avrà minimo minimo cinquantacinque anni e che se la fa con un giovane che non ne ha sicuramente più di quaranta – cinguettò quella che nel frattempo, abbandonando la compunzione, con aria indifferente, come per spostare una busta si sporse in avanti a cogliere qualche frammento della conversazione dei due che sedevano davanti.

Lui frattanto mostrava a lei i palazzi, le chiese. Stavano seduti con compostezza, salvo qualche movimento laterale del busto, quando le teste si avvicinavano per scambiare più intimamente qualche parola, anche perché il rumore del motoscafo in manovra ai vari attracchi, copriva le voci: che in certi momenti, su tutto il mezzo, erano costrette a elevarsi di tono. C’era un vocìo che sembrava di essere al mercato.

– Ma sei sicura che siano inglesi?

– Orpo sì! Li ho sentiti.

– A me sembra che lui abbia risposto al telefono in italiano.

– Sei riuscita a sentire qualcosa?

– Mmm, parlava di un’auto da far trovare pronta, ad Asolo, mi pare.

– Tz, chissà che villa avrà la signora!

– Chissà quanto lo paga. Hai visto che orologio?

Lui aveva spostato un braccio e l’aveva stretto attorno alle spalle della donna, che si era quasi rannicchiata vicino. Poi, continuando a parlarle, le sfiorò i capelli con un bacio.

– Mmm, ma che romantico, ‘sto gigolò.

– Ma vuoi stare attenta?

– Mi fanno schifo, ‘ste vecchie ricche, divorziate. ma anche no: magari hanno un marito straricco che paga anche il giovincello – mormorò stizzita l’ex compunta, livida.

– Amore, scendiamo qui, facciamo due passi, devo mostrarti una calletta speciale.

Si alzarono anche le due donne stracariche di pacchi, in coda, dietro la coppia che si teneva lievemente per mano. A uno scossone del motoscafo che attraccava all’Accademia, lui la sorresse per un braccio, mentre le due andavano a cozzar loro contro. Poterono sentire il profumo che emanava la donna bionda, la solidità del corpo atletico di lui. Un dio.

Un moto di rabbia si dipinse sulle facce di entrambe.

Si avviarono a sbarcare. Erano alla fine della passerella, quando la bionda, approfittando di un momento i cui lui fu costretto a lasciarle la mano e camminarle avanti, si voltò e, con il miglior sorriso del mondo, guardando le due giovani donne stracariche di borse che arrancavano sulla passerella disse:

– Quello che ha i soldi, ma veramente tanti, è lui.

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i tempi morti della vita sono quei tempi che solo nei tempi morti ci pensi e dici ecco se per esempio mettessi in fila questi cinque minuti vuoti con quei tre di ieri e i dieci dell’altro giorno alle poste e i quaranta in più a far niente di niente al gate perché nemmanco gli aerei partono più in orario avrei un’ora di vita da spendere. nei tempi morti pensi ai tempi morti: a volte con stizza altre con indifferenza. ma i più belli sono i tempi vuoti pieni di sonno quando con la testa storna prepari il caffè e scaldi il latte che tra il gas e il frigo ti muovi come una portaerei in un porticciolo per velisti. in quei tempi morti a me capita di fare delle associazioni ben strane penso cose strampalate che presto dimenticherò – perciò poi resta l’impressione di cinque dieci minuti vuoti -. è il pensiero lentissimo che pensa se stesso è il mondo sterminato che ti si para di fronte come nel sogno ma sei sveglio e allora scorrono immagini di luoghi persone cose sentite lette che si sovrappongono e siccome sei cosciente ancorché un po’ stordito sei perfettamente in grado di apprezzare – compiacendotene – la tua sbrigliatissima e poietica fantasia.
poi ti cade l’occhio sulle fette biscottate. il caffè sta uscendo con il suo clo-clo-clo: ti rimetti in moto per spegnere prima che tracimi – è lui che devi ringraziare per i tre minuti morti: hai imparato che una pipì rubata al suo farsi di polvere in caffè con quella testa storna significa stare sulla tazza a meditare vedico per poi pulire porconando molto occidentale -. ti cade l’occhio sulle fette biscottate e dici avete la faccia di quelle senza olio di palma! e ti senti immediatamente molto bene: la nimitz ha lasciato il posto a una goletta: le tue vene si ringalluzziscono le arterie in giulebbe ringraziano il pianeta tutto si risolleva per lo scampato infinitesimo pericolo di disboscamento ulteriore. le sollevi, ne scegli due – che faccio? spalmo? no meglio secche – le annusi – sei in quella fase di morte apparente in cui rinculi a stadi primordiali. e ti giunge un odore di erba bagnata di fieno di stalla – integrali eh bè certo e senza olio di palma! -. le immergi nel caffellatte che per automatismi atavici ti si materializza come già zuccherato in tazza – sei ancora nei tempi morti forse transumanti a semivuoti -. le addenti: ancorché inzuppate rimangono dure scabre graffianti. e nei tempi morti degli automatismi ti sorge un interrogativo kantiano: e se – per esempio – fossero fatte di pura corteccia di acero di castagno di legno di sambuco di gelso di palma? non avrò dato forse io lo stesso un contributo negativo al disboscamento del pianeta? esse si stagliano in tutta la loro legnosità di stallatico a costituire un attentato al lavoro del tuo dentista nonché il primo interrogativo e imperativo categorico della giornata trasformando un tempo vuoto in tempo reale irto di mavaffa e possino.

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Si alzò dal letto. Era una giornata grigia, chiusa, senza speranza di cambiamento. Si guardò allo specchio: anche la sua faccia era grigia e chiusa, lunga, con i segni del sonno profondi come rughe. Ne notò uno che il giorno prima non c’era, non proprio una ruga, un impercettibile solco che scendeva dal lato sinistro del naso e si fermava, creando un infossamento, sul labbro. Provò a stenderlo, ma non voleva andarsene, mentre le stropicciature della notte con l’acqua fredda cominciavano a dissolversi. Restava lì, a ricordargli che oggi compiva quarantacinque anni. Se ogni anno gli avesse procurato uno striscio sul viso, all’età di suo padre, che era morto pochi giorni prima a novant’anni, gli occhi sarebbero scomparsi sotto una coltre spessa di solchi, aggrottamenti, virgole, fosse, ispessimenti; le labbra risucchiate, i capelli trasparenti, le orecchie pendule, il mento tremulo e cascante. Intanto affilava il rasoio sulla cote. Aprì il rubinetto dell’acqua calda, accostò il volto allo specchio e cominciò a pennellare la schiuma. Cominciò a radersi. Dalla schiuma emergeva un volto roseo, ridente, dove prima c’era una massa informe di carne spenta e giallo-grigia. Si diede due soddisfatti buffetti sulle guance, si ispezionò i denti. Si sorrise. Prese il rasoio, lo sciacquò e poi con un gesto ampio, da sinistra verso destra, si tagliò la gola.

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