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Archive for the ‘che cos’è la letteratura’ Category

ai poeti ostinati

la poesia, come la nostra vita,
non è immortale – oggi non è immortale -,
non ci seguirà nemmeno nella tomba:
e non rende immortale alcunché.
ma non è, sia chiaro, sfogo.
è un mutante, e una mutanda:
da calzare per coprire malamente
la vergogna di essere vivi.

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io dico “rapsodico”, e quella dice “ripetitivo”, io dico “miracoloso impasto immaginifico e linguistico” e quella dice scrittura “avviluppata”, “poco scorrevole”. com’era quella cosa di gadda, nell’adalgisa, credo, delle zucche, del livello delle zucche delle manicure, delle pettinatrici, delle merciaie?
ecco, quella cosa lì. non ho capito bene dove andrà a parare emanuele trevi, con il suo lupo, ma se è vero che scrivere di letteratura è arrivato a livelli di stucchevolezza, di iniziazione, quasi, esagerati, è anche vero che di letteratura parlano un po’ tutti a caso, con un linguaggio di ogni giorno per una cosa che non è per tutti e per ogni giorno: anche se sarebbe bello lo fosse, per tutti e per tutti i giorni. non mi piace la critica che si parla addosso compiaciuta, che ama ascoltarsi e nel contempo mira a passare, spacciando forme impersonali, per assoluta. mi piace chi dice quello che pensa: e però anche nel dire quello che si pensa, in prima persona, c’è tuttavia un modo, che non può essere quello della manicure. che non si creda che, mettendo di mezzo il sentimento, dopo decenni di linguaggio criptico, per adepti, iniziatico, settario, conventicolare, si passi “finalmente” ad una (più) giusta prospettiva. l’emozione, lo sguardo “primitivo” all’opera letteraria c’è anche quando quello sguardo è esercitato, colto, curato. poi scatta il filtro: e quel filtro aiuta a dire se non “il” giusto, qualcosa di molto vicino, con una lingua adeguata, consona all’oggetto. una lingua per cui una ripetizione è semmai un refrain, una rapsodia, un’espressione epicamente formulaica, perfettamente inscritti in uno scopo (se sono esteticamente ed eticamente motivati).

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quando al massimo esisteva il correttore di bozze, lo scrittore pubblicabile, ma che abbisognasse di rivedere il suo romanzo, riceveva alcune indicazioni dall’editore e si rimetteva – alacremente (mi piace alacremente) – a correggere, cassare, riscrivere, reinventare, rimpolpare, alleggerire, caratterizzare, vivacizzare, spegnere etc. etc. era roba sua comunque: non era la prima redazione, neanche la seconda? ma quello che finiva nelle mani del lettore era opera sua. le redazioni spurie, i manoscritti diventavano roba buona per i filologi, per una disciplina come la variantistica, che, modestamente, la seppi.
ora, domando e dico: ma con certe delusioni cocenti che si provano alla lettura, con chi me la devo prendere? con lo scrittore o con l’editor? e se quello che arriva nelle nostre mani è frutto di spinte e controspinte di questa figura grigia e silenziosa, com’era l’originale? logica vuole che fosse peggiore. e che hanno visto gli addetti ai lavori in un mediocre libro – redazione finale – quando stava allo stadio iniziale, e quindi vicino a orrendo, tale da volerlo pubblicare? mi sa che funziona a spinte e controspinte d’altro genere, mi sa.
tanto, il lettore-fan webbico pronto a sdilinquirsi, si trova come i funghi sotto i pioppi, alle cinque di mattina, lungo l’argine della brenta.

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foscolo diceva italiani io vi esorto, tornate
alle istorie! ed è così che noi,
ubbidienti, abbiamo
un diario.

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«Io ho sempre scritto cose con cui gli editori non hanno fatto una lira. E questo, alla fine, mi ha dato una grande libertà. Sono tra coloro che ancora pensano alla scrittura come a un atto gratuito: si scrive per passare le serate, per coltivare l’ interiorità, perché la gratuitàè fonte di contentezza. Invece ora pare che si scriva soltanto per fare colpo sul pubblico, per vendere copie, avvinghiati ai fatti e all’ attualità, perdendo così completamente la dimensione avventurosa della scrittura, la sua potenza immaginativa. Vedi, in fondo scrivere racconti, favole, sonetti, è come spedire delle lettere. Anche se mi rendo conto che non è più tanto chiaro a chi queste lettere sono indirizzate. E poi, a ben vedere, anche qui salta fuori un tratto di ferocia. Perché gli autori si moltiplicano, lo spazio è quello che è, e dunque per esistere devi fare fuori qualcun altro: a cominciare dai banchi della libreria. Per questo, quando di recente ho pubblicato da Feltrinelli un libro di sonetti, l’ accordo era di non vendere il volume in libreria: lo avrei portato in giro io, regalandolo qua e là. Poi mi sono reso conto che la cosa non funzionava. Perché nel momento in cui regali un libro, è come se quel libro perdesse valore. Soltanto uno su mille, capisce il significato del dono».

Gianni Celati, Gli editori con me non guadagnano così sono libero, la Repubblica, 12 luglio 2011

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Un tempo il poeta si credeva un profeta, ed era un fatto onorevole; in seguito divenne paria e maledetto; il che poteva ancora andare. Ma oggi è caduto al rango degli specialisti, e quando deve indicare accanto al suo nome, nei registri d’albergo, il suo mestiere di “letterato”, avverte un certo disagio. Letterato: è una parola tale, da provocare il disgusto di scrivere; si pensa a un Ariele, a una Vestale, a un enfant terrible, e anche a un maniaco inoffensivo apparentato con i sollevatori di pesi o con i numismatici. Il tutto è piuttosto ridicolo. Mentre si combatte il letterato scrive; un giorno ne è fiero, si sente chierico e guardiano dei valori ideali ; il giorno dopo, se ne vergogna, pensa che la letteratura assomiglia assai a un modo d’affettazione particolare. Con i borghesi che lo leggono, ha coscienza della propria dignità; ma in faccia agli operai , che non lo leggono, soffre d’un complesso d’inferiorità. […] Noi non vogliamo aver vergogna di scrivere e non abbiamo voglia di parlare senza dire niente. Del resto, anche se ce lo augurassimo, non ci riusciremmo: nessuno può riuscirci. Ogni scritto possiede un senso, anche se assai diverso da quello che l’autore aveva creduto di infondergli. Per noi, in realtà, lo scrittore non è vestale né Ariele: è “implicato”, qualsiasi cosa faccia, segnato, compromesso, fin nel suo rifugio più appartato. E se, in certe epoche, usa la propria arte per costruire gingilli d’inanità sonora, anche questo è un segno: vuol dire che le lettere e, senza dubbio, la società sono in crisi; oppure vuol dire che le classi dirigenti lo hanno polarizzato, senza che lui lo sospettasse, verso un’attività di lusso, per timore che andasse a infoltire le truppe rivoluzionarie…

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