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Archive for the ‘homo sapiens sapiens’ Category

maschi cinquantenni con un accenno di seno, la pancetta “da spritz” (avoja anna’ in palestra), le chiappotte o piatte e larghe (da ex senza culo) o un po’ cascanti, guardanti verso il basso anziché no (da ex cianbelculo), criticano cosciacce e pance di coetanee, nonché gli afrori che esalano dai corpi cavernicoli spalmati sulle spiagge.
1. sta’ a casa

2. credi che perché tu guardi le figaccione trentenni, le trentenni guardino te?

3. che pensi pensino di te le cinquantenni in carne?

4. perché le donne dovrebbero avere più doveri verso il proprio corpo che si sfascia, di quanti non ne abbiano gli uomini cui si sfascia il corpo e in più l’onor del capo, molto spesso, nonché il cervello che se rincojonisce morto ma morto prima?

5. sei sicuro delle tue ascelle? e dell’alito da sorcio morto?

6. mi fermo perché è un giochetto da regazzini e non mi diverto

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Quando sorge, l’impressione di essere stupida mi permane a lungo, ben oltre la verifica di non esserlo e la certezza quasi matematica di aver capito benissimo quel che c’è da capire. Spesso si smarrisce la misura dei propri confini: a me i miei risultano sempre meno estesi di quelli altrui, che mi paiono, al contrario, vastissimi. La sensazione di essere sempre un po’ “al di qua” non solo ha tutto l’agio di formarsi, ma anche si prende tutto il tempo possibile per andarsene, e mai completamente.

(settembre, 2011)

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Freniamo il mondo: voglio starci ancora

Mi auguro che il mondo intero freni, che si trovi un equilibrio tra produzione di merci e consumo, anche perché diversamente non c’è scampo. Solo così potrà esserci vita, e solo allora potremo riappropriarci dell’essere a fronte del fare. Potremo liberarci di tutte le finzioni sociali, della vergogna di non avere un lavoro, di non guadagnare abbastanza, del pietismo peloso e delle vigliaccate di chi ruba davvero il pane. L’intelligenza e l’humanitas potranno esprimersi al meglio, nessuno sarà più indifferente, ma partecipe, nessuno sarà altezzoso, ma umile. La privacy non sarà un fatto formale, ma profondo e liberamente scelto, così come la condivisione non sarà un vocabolo vuoto e rassicurante, da piazzare in un’assemblea per poi fregare gli ingenui: sarà la prassi comune. Un mondo che lavorerà tutto, ma senza affanni e senza arrivismi. Un mondo che suonerà canterà parlerà molte lingue scriverà poesie dipingerà terrà i boschi e i mari puliti alleverà gli animali e li mangerà lo stretto necessario, coltiverà fiori e frutti, avrà case confortevoli le cui porte potranno restare aperte. Le leggi saranno severe, perché il male non sarà possibile estirparlo, ma verrà tenuto a bada con razionalità e comprensione. I malati, gli anziani e i bambini occuperanno per primi il pensiero dei governanti. I giovani saranno aiutati a piccoli gruppi a dare il meglio delle loro intelligenze stando a scuola quasi tutto il giorno. Le materie principali saranno comunicazione, filosofia, matematica, lettura, scrittura, osservazione della natura. La storia prevarrà su tutte e sarà terreno di dibattito e di confronto di idee. Le nazioni esisteranno e ciascuna avrà un proprio costume con il patto che niente vi verrà fatto che non sia universalmente accettato e riconosciuto. Non dittature, non pena di morte, non prostituzione, non speculazioni di qualunque tipo, non armi.

Mi sono svegliata triste e preoccupata, questa mattina.

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C’è chi sceglie la piazza per parlare coram populo, tra pochi intimi

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Il malumore è uno status. Così status che non se ne vuole andare. Sullo stato impo-stato a malumore (esistenziale, ambientale, socio-politico, economico, eroticosessualmorboso, relazionale, materno, ovulare, atmosferico, cervicale, eolico, nonché ionico-attico) si spalma il malumore ram, quello procurato quotidianamente da multe stradali, pastasciutta salatissima preparata dalla figlia, che per un solo boccone hai dovuto berti il Piave tutto il pomeriggio, ma, amore, era buonissima, inizio di raffreddore, ritorno delle figliole prodighe (ma non dovevamo vederci più?), e la ciliegina dell’ultimo compito incorreggibile per stasera perché certi errori madornali, uniti alle grafie runiche, gotico-auree anche solo gotiche, cirilliche, cuneiformi, geroglifiche, shodo e dintorni ti impediscono di proseguire spedita. E allora passi per il malumore di basso fondo legato ai fatti personali, e passi per le scocciature familiari: ma gli studenti citrulli, quelli, basta! E’ tanto drammatico scrivere trenta righe decenti su “Ariosto e Machiavelli: quotidianità e vita intellettuale” e sulle “sacre rappresentazioni” presenti nei  Canti VIII-IX del Purgatorio, tutta roba già spiegata, masticata, triturata da me? Estraggo dal mucchio e non virgoletto perché dovrei virgolettare a tutto spiano:

Machiavelli nella lettera a Francesco Visconti,  a Vittore (a tuo nonno!), dice che va a caccia di tortore  (oddio, le tortore no!), taglia la legna, gioca all’osteria con gli amici, poi alla sera si cambia d’abito e legge autori minori come Ovidio e maggiori come Dante. La differenza con Ariosto è che lui vorrebbe tornare alla vita di corte, mentre Ariosto in corte ci sta male come un usignolo in gabbia, oppure una rondine, e poi Ariosto vorrebbe starsene a casa e mangiarsi in santa pace le rape che gli piacciono tanto con i tordi (quelli di Machiavelli?) cosparse di salsa sopra uno stecchino. Ariosto gli basta (l’anacoluto ci sta da dio) poco come Orazio, mentre Machiavelli si sente che anche se si accontenta vorrebbe di più, è per quello che si ingaglioffa (che soddisfazione: ha citato!) con gli amici poveri all’osteria. Ad Ariosto va bene anche una vil coltre, Machiavelli si mette invece panni reali (nel senso che sono abiti veri?) e ha un’idea diversa della storia antica che Ariosto ammira e invece lui usa per dire che con l’insegnamento della storia si può modificare il presente (come no!). Nessuno gliel’ha chiesta, ma sono riusciti a rifilarmi la visione dell’uomo dell’uno e dell’altro scrivendo uomo una ventina di volte. Ho corretto solo il recto, sul retro c’è Dante: ne ho visto uno e mi basta. Ben mi sta: insisto a farli lavorare sull’unica cosa che conosco, la letteratura, sulle letture programmate. Ogni tanto mi prendo delle libertà, ma resto punita. Ogni tanto dò argomenti “attuali” ed è pure peggio. Il regno dell’idiozia, del cattivo gusto, delle semplificazioni. Rivoglio la mia quinta dell’anno scorso!

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– Le piante sono come le donne…

– Bè?

– …bisogna perderci tempo.

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