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Archive for the ‘i miei maestri’ Category

scopro ora che è morto Jacques Le Goff.
gli devo almeno una cosa che ho impiegato e reimpiegato negli anni in un ambito non storico, ma, chiamiamolo così, di teoria letteraria. il riporto di un exemplum che nel XIII secolo doveva essere edificante, tutto volto a far digerire la teoria dei tre ordini (oratores, bellatores, laboratores), circa un contadino biondo e bello e di gentile aspetto, a nome Helmbrecht, il quale, proprio perché dotato di capelli biondi, lunghi e inanellati, pensa di potersi mescolare ai signori. andrà malissimo: sei nato contadino, morirai contadino, e, quel che è peggio, finirai molto male, finirai bandito, che nemmeno i tuoi consorti ti vorranno più. gli irregolari, i non inquadrati la società medievale li buttava sulle strade (non è cambiato molto, dite?). uso talvolta questo raccontino non per l’evidente suo versante “morale”, a illustrazione della profonda ingiustizia su cui si basavano le società antiche, società della disuguaglianza: ma perché esso racchiude la struttura perfetta dell’ exemplum sineddochico. uno di noi, una parte per il tutto. l’altro è l’exemplum metaforico: uno, speciale, diverso da tutti, è l’incarnazione della Giustizia, della Pazienza, dell’Astuzia ecc ecc ecc. (e ditemi che la narrativa non si muove ancora, nelle sue innumerevoli sfaccettature, tra questi due poli).
una cosa così, en passant, dal maestro Le Goff.

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http://lapresenzadierato.wordpress.com/2014/03/13/sei-poesie-di-leopoldo-attolico/

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A quei tempi era sempre festa.
Bastava uscire di casa e traversare
la strada, per diventare come matte, e tutto era così bello,
specialmente di notte, che tornando stanche morte
speravano ancora che qualcosa succedesse,
che scoppiasse un incendio, che in casa nascesse
un bambino, o magari venisse giorno all’improvviso
e tutta la gente uscisse in strada e si potesse
continuare a camminare camminare
fino ai prati e fin dietro le colline.

Cesare Pavese, incipit de “La bella estate”
[trascritto da me in “versi” seguendo il ritmo del testo, secondo il caratteristico verso lungo di “Lavorare stanca”]

Pavese è stato il principe delle mie letture tardoadolescenziali. Poi l’ho smesso e ripreso soltanto per ragioni professionali. Già trent’anni fa erano poche, poiché erano state troppe, le tesi di laurea su di lui. Da adulta ho ripreso con altro spirito “Lavorare stanca” e “Il mestiere di vivere”, ma non posso leggere né l’uno né l’altro senza scoppiare a piangere. “Lavorare stanca” è un punto di riferimento formale importantissimo per me, con quei versi che pullulano di echi letterari nascosti nell’aria dimessa, quasi sciatta che inalberano, nel soliloquio, nel linguaggio quotidiano e quasi sonnacchioso, all’apparenza, in realtà preciso, e quasi adunco, direi, nelle iuncturae acres.  Un maestro.

[L’anno della morte Cesare Pavese vinse lo Strega con La bella estate (insieme a Tra donne sole e Il diavolo sulle colline, tre racconti lunghi).  A proposito della mia fissa circa la scrittura esanime, piatta, senza sussulti, soporifera, e diciamolo!, di certi recenti premi strega, avete idea che significhi, al confronto, la paratassi, la semplicità modernissima, la colloquialità ritmata, venata di poesia di Cesare Pavese?
C’è chi della paratassi ne fa un’arte, e c’è chi è il massimo a cui arriva.]

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Se ne dicono tante.
Si dice, anche,
che la morte è un trapasso.

(Certo: dal sangue, al sasso.)

G.C., Cianfrogna

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Anima mia, fa’ in fretta.
Ti presto la bicicletta,
ma corri. E con la gente
(ti prego, sii prudente)
non ti fermare a parlare
smettendo di pedalare.

Arriverai a Livorno
vedrai, prima di giorno.
Non ci sarà nessuno
ancora, ma uno
per uno guarda chi esce
da ogni portone, e aspetta
(mentre odora di pesce
e di notte il selciato)
la figurina netta,
nel buio, volta al mercato.

Io so che non potrà tardare
oltre quel primo albeggiare.
Pedala, vola. E bada
(un nulla potrebbe bastare)
di non lasciarti sviare
da un’altra, sulla stessa strada.

Livorno, come aggiorna,
col vento una torma
popola di ragazze
aperte come le sue piazze.
Ragazze grandi e vive
ma, attenta!, così sensitive
di reni (ragazze che hanno,
si dice, una dolcezza
tale nel petto, e tale
energia nella stretta)
che, se dovessi arrivare
col bianco vento che fanno,
so bene che andrebbe a finire
che ti lasceresti rapire.

Mia anima, non aspettare,
no, il loro apparire.
Faresti così fallire
con dolore il mio piano,
e io un’altra volta Annina,
di tutte la più mattutina,
vedrei anche a te sfuggita,
ahimè, come già alla vita.

Ricòrdati perché ti mando;
altro non ti raccomando.
Ricordati che ti dovrà apparire
prima di giorno, e spia
(giacché, non so più come,
ho scordato il portone)
da un capo all’altro la via,
da Cors’Amedeo al Cisternone.

Porterà uno scialletto
nero, e una gonna verde.
Terrà stretto sul petto
il borsellino, e d’erbe
già sapendo e di mare
rinfrescato il mattino,
non ti potrai sbagliare
vedendola attraversare.

Seguila prudentemente,
allora, e con la mente
all’erta. E, circospetta,
buttata la sigaretta,
accòstati a lei soltanto,
anima, quando il mio pianto
sentirai che di piombo
è diventato in fondo
al mio cuore lontano.

Anche se io, così vecchio,
non potrò darti mano,
tu mórmorale all’orecchio
(più lieve del mio sospiro,
messole un braccio in giro
alla vita) in un soffio
ciò ch’io e il mio rimorso,
pur parlassimo piano,
non le potremmo mai dire
senza vederla arrossire.

Dille chi ti ha mandato:
suo figlio, il suo fidanzato.
D’altro non ti richiedo.
Poi, va’ pure in congedo.

G.C., Ultima preghiera

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Bravo. Sei stato lirico.
Lirico fino all’orgasmo:
Ora va’ a letto. Dormi,
beato, nel tuo entusiasmo.

***

Devi perseverare,
usare buona pazienza.
Ricordalo, se vuoi arrivare
al punto di partenza.

***

E ora che avevo cominciato
a capire il paesaggio:
<<Si scende,>> dice il capotreno.
<<E’ finito il viaggio.>>

G.C. Entremets

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Entrava sorridendo appena, un saluto gentile. Sempre impeccabile, preferibilmente in grigio. Portava i capelli ben pettinati, grigi anch’essi, argentei. Mai un filo di barba, l’aria fresca, ordinata, di chi provvede con cura, ma senza smancerie, alla propria persona. Parlava con calma, precisione, graffiando leggermente le erre, non tutte, come se avesse cercato a lungo di sbarazzarsi di un difetto che conferiva alla sua parlata un esotismo percepibile come un inutile vezzo femmineo, all’epoca tollerato non senza qualche sorrisetto degli astanti.

Se ci distraevamo o parlottavamo tra noi, picchiettava con la penna sulla cattedra, inarcando leggermente le sopracciglia. Era di una chiarezza insuperabile, pacato, gradevolissimo all’ascolto. Non ricordo di essermi mai distratta durante le sue lezioni. I compagni non lo amavano tutti: l’amore per i professori andava per lo più ad altri soggetti, allora, che sprizzavano maggiore energia: jeans, camicia a quadri, pipa, capello lungo, barba. Di quelli che ci lasciavano sedere sui banchi, uscire in continuazione, leggere il giornale, discutere discutere discutere nella misura in cui, a livello, anche quando non c’era da discutere niente. Con lui ci si sedeva al proprio posto, si apriva il libro e si leggeva. Dava volentieri la parola, poneva domande sempre più complesse sullo stile, la retorica, il punto di vista. Così all’antica e pure così aperto al nuovo: chi altro mai avrà portato alla maturità nel 1976 il Gruppo ’63 e i Novissimi? Si studiava, si scriveva molto. A me veniva facile, e gli piaceva la mia maniera. Sapeva che leggevo tantissimo e che riversavo le mie letture in quello che scrivevo: mi incoraggiava a farlo con il suo modo sobrio, quasi asciutto.

Solo dopo molto tempo, non più di un anno o due fa, ho provato a scrivere timidamente i primi versi. Penso a lui spesso, rivedo il suo viso sereno e quella che mi sembrava allora severità, mentre era timidezza, era pudore, come se sapesse di maneggiare una cosa fragilissima come la letteratura e la sua bellezza, e di farlo per individui delicati e difficili, sospettosi, perfino ostili, quali eravamo. Penso a lui anche se non mi spinse mai in nessuna direzione esplicitamente. Incontrai più tardi dei grandi e riconosciuti maestri all’università, però talora, quando scrivo, penso al professor P., alla grazia e alla leggerezza della sua profondità di spirito, e se mi sorride, socchiudendo gli occhi, vuol dire che la pagina tiene.

(apparso su Lpels il 18 aprile 2011)

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