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Archive for the ‘i miei poeti’ Category

I fantasmi seduti sulle panchine vuote
ci sentono percorrere i viali
__e siamo noi, invisibili a loro,
vivi come ancora è possibile
nei punti cardinali, negli spazi
ridotti a poco più che commissure__

hanno gli stessi occhi di quando
squillavano colori alle pupille
e garofani rossi tra i capelli.

Siamo noi che passiamo
nel disinvolto incedere da morti
che ci sentiamo caldi ed esistenti
invece siamo nebbie fluviali
in questo esilio__ dove tutto appare
e nulla esiste
intanto che l’inganno ci trattiene

Loro
hanno la vita che li splende

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a mo’ di “pensierino della domenica”, grazie ad Anna Maria Curci

http://poetarumsilva.com/2013/10/20/oskar-pastior-resa-dei-conti/

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Questa poesia non è
per te né per nessuno
non lascia alone
ha l’aut. min. ric.
non odora di chiuso
e poi
non si fa i fatti miei
ha tutte le carte in regola
è ochei.

Questa poesia è bielastica
può essere una esse
o volendo un’ixelle,
questa poesia si stende
come una parte del corpo,
una pelle.

Questa poesia non quadra
il cerchio casomai
si acumina in un rombo,
questa poesia non è
per te che sparirai
prima che tocchi il fondo.

Luigi Socci

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http://ws081amcu.wordpress.com/2013/09/28/canti-dal-silenzio/

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Nella casa distrutta

Guarda come l’erba
le scale risale della casa
distrutta: un gradino alla volta
il verde ritorna dove già era.
Ospite non più discreto
che sfonda le porte senza bussare
è l’autunno dal passo veloce.
Nella casa ammutinata
una pace cresce ricca di rami
che il seme del buio maturo
dischiude. Osserva: così nella casa
una casa più grande adesso si apre,
verde di ombre furtive.

http://poetarumsilva.com/2013/10/01/da-al-blu-di-prussia/

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A quei tempi era sempre festa.
Bastava uscire di casa e traversare
la strada, per diventare come matte, e tutto era così bello,
specialmente di notte, che tornando stanche morte
speravano ancora che qualcosa succedesse,
che scoppiasse un incendio, che in casa nascesse
un bambino, o magari venisse giorno all’improvviso
e tutta la gente uscisse in strada e si potesse
continuare a camminare camminare
fino ai prati e fin dietro le colline.

Cesare Pavese, incipit de “La bella estate”
[trascritto da me in “versi” seguendo il ritmo del testo, secondo il caratteristico verso lungo di “Lavorare stanca”]

Pavese è stato il principe delle mie letture tardoadolescenziali. Poi l’ho smesso e ripreso soltanto per ragioni professionali. Già trent’anni fa erano poche, poiché erano state troppe, le tesi di laurea su di lui. Da adulta ho ripreso con altro spirito “Lavorare stanca” e “Il mestiere di vivere”, ma non posso leggere né l’uno né l’altro senza scoppiare a piangere. “Lavorare stanca” è un punto di riferimento formale importantissimo per me, con quei versi che pullulano di echi letterari nascosti nell’aria dimessa, quasi sciatta che inalberano, nel soliloquio, nel linguaggio quotidiano e quasi sonnacchioso, all’apparenza, in realtà preciso, e quasi adunco, direi, nelle iuncturae acres.  Un maestro.

[L’anno della morte Cesare Pavese vinse lo Strega con La bella estate (insieme a Tra donne sole e Il diavolo sulle colline, tre racconti lunghi).  A proposito della mia fissa circa la scrittura esanime, piatta, senza sussulti, soporifera, e diciamolo!, di certi recenti premi strega, avete idea che significhi, al confronto, la paratassi, la semplicità modernissima, la colloquialità ritmata, venata di poesia di Cesare Pavese?
C’è chi della paratassi ne fa un’arte, e c’è chi è il massimo a cui arriva.]

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Le mie parole non sanno guarire

afflitte dal morbo del canto che non ha riposo

tengono nella voce l’idea fissa

che il mondo debba essere detto almeno di quel tanto.

Hanno le gambe sempre in movimento

in un letto pieno di cose da raggiungere.

Nel loro sonno parlano senza peraltro aggiungere

nessun petalo alla composizione della rosa.

Insonni si riservano un loro senso spinoso

per la coniugazione di un qualche verbo

e stupirsi di come possa essere inespressa

la sintassi che sta dentro la malattia del fiore.

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