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Archive for the ‘meditazioni’ Category

Impermanenza

Un altro di quei termini dilaganti, un altro di quei concetti inflazionati cui, a ondate, accade di assistere. Perché a certe idee, non partecipandovi, non provando particolare inclinazione nei loro confronti, si è, purtroppo, in questo mondo ipercomunicativo, tuttavia costretti ad assistere. Impermanenza è quella cosa che nel buddhismo ha grande importanza: se ricordo bene, essa dovrebbe costituire uno stato mentale secondo cui, avvertiti che tutto scorre, che i fenomeni non sono destinati a durare, paradossalmente tutti dovremmo parteciparne con maggiore soddisfazione, specie nelle relazioni umane. E, fin qui, tutto bene: è questo un punto di contatto che l’epicureismo mostra di condividere con il buddhismo. Capita invece di osservare come, ennesimo tra gli ennesimi, il termine sbuchi fuori come un’ammicatina, una gomitatuzza impercettibile: capito? l’impermanenza, eh!? Come quel tale, per questo concetto e altri, “basta la parola!”. Specie l’artista: mentre aspira a  rimanere imperituro, con la superbia tipica che Dante gli attribuisce, oggi fa le viste di avere acquisito e di praticare gli esiti della nobile consapevolezza della precarietà. Sfido: ne siamo circondati! Mentre l’artista si percepisce come necessario, mostra in giro la faccia modesta (non umile: modesta!) di chi vuole convincerci di essere solo uno che dà il suo piccolo contributo al grande mare della ricerca: della verità, che altro? E allora, dagli di allusioni all’impermanenza: questa affascinante condizione per cui le tue parole, pervicacemente aggrappate alla pagina, dovrebbero invece stare e non stare, per poi librarsi in alto e dissolversi come le tue stesse ceneri. Chi crede sinceramente nell’impermanenza e nella specificità di quest’epoca labile e inconcludente, dovrebbe, al contrario, praticare la sciatteria, l’approssimazione, l’incompiutezza: lasciando le storie a mezzo, i versi da ripulire, le sculture sbozzate, e passare, costantemente, oltre. Va da sé che non si dovrebbe stampare più nulla.

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Veggenti

…rivolgeva il pensiero verso l’interno e si rendeva conto che anche quello era pericoloso, che la sua anima era come uno specchio che ti deforma la faccia al luna park. Potresti essere chiunque, qualsiasi faccia. La faccia è pelle e basta. Un caso. In quelle occasioni gli pareva di sfiorare una verità profonda eppure inspiegabile: l’identità è casuale. Ricordava, non molto precisamente, l’allegoria della caverna di Platone in quel libro ostico che è La Repubblica, dove l’umanità è imprigionata in una caverna di ombre in movimento, paralizzata dall’illusione, ma guadagnare la libertà fuori dalla caverna significa rischiare di rimanere accecati, perché la luce è abbagliante. E guadagnare la libertà fuori della caverna significa anche rischiare l’ostracismo da parte di quelli che restano ciechi.

Joyce Carol Oates, L’età di mezzo

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sono entrata in una stagione nella quale i lati peggiori del mio carattere si vanno definendo meglio. pazienza mai stata abbondante, anzi scarsetta e tutta, purtroppo, scolasticodiretta, ridotta ai minimi termini; pigrizia, molta, arrivata a bradipismo; estroversione massima coniugata a malinconia, risultato: misantropia, o quasi; abitudine a pretendere – e ottenere – molto amore: pensieri di morte, di accattonaggio e barboneria in solitaria; attitudine giudicante – come quella tale la chiamò, per pararsi il culo: resta attitudine giudicante e tranciante e definitiva-definitoria, sissignora, proprio, ben detto; narcisismo, autocompiacimento, come la talaltra li chiamò per medicarsi l’anima sua: ma me ne volete lasciare un poco anche a me, o lo volete tutto voi, il narcisismo, egoisti!
poi c’è quella cosa, che se ne viene dritta dall’infanzia ed è identica, sempre lei, sempre la stessa, la mappata densa e affaticante del rifiuto totale, imperterrito, del giudizio altrui quando non è limpido, delle cose dette per il mio bene, ma intese a fare male. quella cosa che non saprò mai fare sulle persone e che altri esercitano volentieri su di me, essendo così terribilmente esposta, per il mio pessimo carattere, cioè: avendo un carattere.

ci sono persone nella mia vita che dovrei prendere a calci e alle quali non saprò tuttavia mai negare un gesto d’amore, uno scherzo, una carezza, la condivisione di un pensiero, perché le stimo, le apprezzo, ne ammiro l’intelligenza. vista da fuori questa sembra una drammatica incoerenza. ma mi rifaccio con le decine e decine di microscopici altri che semplicemente, altro dato senile, ho imparato a cancellare, dimenticare, lasciare nel loro brodo: con i loro osceni giudizi consolatori sul mio conto.

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modesti propositi

la lista dei buoni proponimenti si lasciava nella letterina sotto il piatto di papà il giorno di natale; grandi risate trattenute per quell’elenco innocente di riparazioni a malefatte mitologiche e promesse di fare bene. svoltato l’angolo degli antipasti si gridava e correva come prima, in più c’erano giocattoli nuovi per cui litigare, accapigliarsi, dirsi “stupido”, “imbecille”.
svoltato l’angolo del capodanno resterò pigra, irresoluta, piena di conti aperti con la vita in genere, con le mie cose; con il mio disordine cronico, i miei ritardi, le improvvise ritirate. perché farsi una lista di propositi? 
nata ombrosa, morirò notturna.

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a mo’ di “pensierino della domenica”, grazie ad Anna Maria Curci

http://poetarumsilva.com/2013/10/20/oskar-pastior-resa-dei-conti/

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bachtiniana

la vita è altrove. tra scope e fornelli, molta parte. non si scappa, checché vi diate tanta pena di mostrare. si mangia, si sporca, la polvere cade dagli astri, la si toglie e lei ricade. ci ricorda che siamo impastati di lei? è questo?
si mangia in riti di morte – anche i vegani, sì, anche i vegani – per defecare e far tornare tutto alla terra. poi la letteratura registra tutto questo, lo sublima, lo rende più vero del vero – e non c’entra il “realismo” -: e c’è chi smarrisce la sorgente e prende la vita solo attraverso questo pertugio.
ma la vita è altrove: nelle mani, nelle facce, nelle lingue. nel letto in cui abbracci – un uomo, una donna – e lo stringi che vorresti soffocarci dentro, passargli attraverso, divorarlo: sapendo la grazia di averlo incontrato. non c’è letteratura che possa dirne.

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sacro

dice che abbiamo perduto la dimensione del sacro. non è che capisco molto questa cosa, forse per un rifiuto personale di marca illuministica nei confronti di tutto ciò che è attinente la sfera religiosa. capisco che, quando da ambienti non solo laici, ma decisamente “atei”, proviene una affermazione di questo tipo – la materia peraltro è zeppa di studi – si vuole intendere forse un’idea più ampia, non strettamente religiosa, ma che ha a che fare con quell’oltre che ci riguarda tutti, quello che ci trascende pur essendo di natura umana. non l’anima, per carità! comunque la si guardi, l’anima è un oggetto scivoloso. ogni tanto faccio uso del termine, ma senza significative implicazioni: men che mai neo-spiritualiste, new-age, per capirsi.
e tuttavia questa cosa della scomparsa del sacro mi coinvolge: perché penso che per me il “sacro” esiste ancora – ed è, ripeto, molto umano – : è quando scrivo due righe perché mi sono svegliata con quelle parole in testa, è quando leggo e resto estasiata di fronte alla perfezione di un’immagine, all’emozione che mi suscita e che potente si sprigiona da dentro di me. la letteratura, la musica, le arti in genere sono il sacro.
e sacro è il sentimento d’amore che provo per gli esseri umani, alcuni in particolare. sacro è il furore che mi investe di fronte alla meschinità umana, alla codardia, alla superbia che spinge uomini a sfruttare altri uomini, nelle più svariate forme di sfruttamento. sentimenti umani ma che ci trascendono.
la poesia è la scoperta del sacro. e quando dico poesia dico anche la prosa, certa prosa.

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