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Archive for the ‘meditazioni’ Category

modesti propositi

la lista dei buoni proponimenti si lasciava nella letterina sotto il piatto di papà il giorno di natale; grandi risate trattenute per quell’elenco innocente di riparazioni a malefatte mitologiche e promesse di fare bene. svoltato l’angolo degli antipasti si gridava e correva come prima, in più c’erano giocattoli nuovi per cui litigare, accapigliarsi, dirsi “stupido”, “imbecille”.
svoltato l’angolo del capodanno resterò pigra, irresoluta, piena di conti aperti con la vita in genere, con le mie cose; con il mio disordine cronico, i miei ritardi, le improvvise ritirate. perché farsi una lista di propositi? 
nata ombrosa, morirò notturna.

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a mo’ di “pensierino della domenica”, grazie ad Anna Maria Curci

http://poetarumsilva.com/2013/10/20/oskar-pastior-resa-dei-conti/

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bachtiniana

la vita è altrove. tra scope e fornelli, molta parte. non si scappa, checché vi diate tanta pena di mostrare. si mangia, si sporca, la polvere cade dagli astri, la si toglie e lei ricade. ci ricorda che siamo impastati di lei? è questo?
si mangia in riti di morte – anche i vegani, sì, anche i vegani – per defecare e far tornare tutto alla terra. poi la letteratura registra tutto questo, lo sublima, lo rende più vero del vero – e non c’entra il “realismo” -: e c’è chi smarrisce la sorgente e prende la vita solo attraverso questo pertugio.
ma la vita è altrove: nelle mani, nelle facce, nelle lingue. nel letto in cui abbracci – un uomo, una donna – e lo stringi che vorresti soffocarci dentro, passargli attraverso, divorarlo: sapendo la grazia di averlo incontrato. non c’è letteratura che possa dirne.

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sacro

dice che abbiamo perduto la dimensione del sacro. non è che capisco molto questa cosa, forse per un rifiuto personale di marca illuministica nei confronti di tutto ciò che è attinente la sfera religiosa. capisco che, quando da ambienti non solo laici, ma decisamente “atei”, proviene una affermazione di questo tipo – la materia peraltro è zeppa di studi – si vuole intendere forse un’idea più ampia, non strettamente religiosa, ma che ha a che fare con quell’oltre che ci riguarda tutti, quello che ci trascende pur essendo di natura umana. non l’anima, per carità! comunque la si guardi, l’anima è un oggetto scivoloso. ogni tanto faccio uso del termine, ma senza significative implicazioni: men che mai neo-spiritualiste, new-age, per capirsi.
e tuttavia questa cosa della scomparsa del sacro mi coinvolge: perché penso che per me il “sacro” esiste ancora – ed è, ripeto, molto umano – : è quando scrivo due righe perché mi sono svegliata con quelle parole in testa, è quando leggo e resto estasiata di fronte alla perfezione di un’immagine, all’emozione che mi suscita e che potente si sprigiona da dentro di me. la letteratura, la musica, le arti in genere sono il sacro.
e sacro è il sentimento d’amore che provo per gli esseri umani, alcuni in particolare. sacro è il furore che mi investe di fronte alla meschinità umana, alla codardia, alla superbia che spinge uomini a sfruttare altri uomini, nelle più svariate forme di sfruttamento. sentimenti umani ma che ci trascendono.
la poesia è la scoperta del sacro. e quando dico poesia dico anche la prosa, certa prosa.

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quando la poesia genera piacere profondo è davvero poesia. per profondo intendo tutta quella messa in moto di richiami, riconoscimenti, appelli all’interiorità, a ciò che si è letto, a ciò che si è sperimentato; richiami musicali, echi sonori, arpeggi, trilli, vocalizzi, acuti, bassi profondi. quando non produce questo e si incontra invece quasi un implicito vanto del poeta al disturbo, alla cacofonia superba (la cacofonia “poetica”, non sempre, può essere e anzi è eufonia), quel volerci urtare che ha fatto storia (ma ora basta, però), quando incontriamo l’eccesso di intellettualismo spiattellato (quella specie di “guarda come sono bravo”), l’emozione profonda va a nascondersi nello stanzino e si rifiuta di uscire. al suo posto si presentano lo sforzo per capire, la volontà di capire e trovare un senso, la paura di non essere abbastanza intelligenti, se c’è qualcuno nei paraggi; se il poeta è à la page subentra la piaggeria. e il gioco è fatto.

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La democrazia ha come controindicazione il festival continuo della stupidità. Non è che in un regime totalitario la stupidità umana diminuisca nel suo terrificante potenziale distruttivo, ma, dovendosene stare zitta, la si vede circolare meno capillarmente. In più, mentre stanno zitti, gli uomini solitamente pensano, progettano, immaginano: quasi sempre un mondo migliore. E’ così che saltano agli occhi le bestialità e le sciocchezze dei regimi tirannici. Invece, allo stato attuale, un tirannello occidentale, avvoltolato in un bozzolo di stupidità, di sciocchezze, non appare in contrasto con una società che ha la possibilità di sciorinare 24/24 il suo apparato di scemenzine, che non tace mai, che può fare passerella di cattivo gusto ad ogni ora del giorno e della notte, che scaghicchia e scataracchia paroline insulse. Lo scemo del villaggio globale ha un pubblico moltiplicato: e tuttavia si tratta di un mondo chiuso, autoreferenziale, come una corte del ‘500, solo molto ed esclusivamente dannoso, proprio per i numeri stratosferici di emittenti e riceventi (riceventi ed emittenti che si scambiano i ruoli: di qui l’autoreferenzialità). Se poi le paroline le metti in un certo modo, che vai a capo quando un altro non ci andrebbe, sei direttamente poeta e ti puoi mettere in capo un serto assertivo di alloro, allora: e di sicuro trovi chi farà oh! In mezzo a questo va e vieni continuo le sciocchezze mie, le sciocchezze tue si azzerano: anche le sue: ed eccoci qua.

L.T.

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A proposito di versi sciatti, riflettevo su quanto buttato giù ultimamente: ho fatto un bel po’ di strada dalla visionarietà delle Conversazioni, dal risentimento del Piccolo alfabeto. Ogni tanto l’anima mia risentita si rivolge ad un malumore meno puntuto, come disperso e dilatato o al freddo percepito, causato dalla baroccaggine del mondo, dalla sua accelerata entropia. La lingua, sempre ancorata al concreto che nasce dalla terra, che scende a raspare negli strati più bassi del quotidiano, può apparire (anzi, appare, decisamente) sciatta, indigesta: e rozza, e impoetica, aggiungo. E’ un destino che era segnato da sempre: poetare spoetando. Non so se c’è o c’è mai stato qualcosa di bello in quello che scrivo: mi piace, mi soddisfa abbastanza, credo di saper leggere a sufficienza: ma è roba mia e pertanto, se da un lato l’autovalutazione è importante per non mettere per strada canzonette mal conciate, dall’altro il giudizio di bello e buono non mi spetta, né, più in generale, è quello che realmente mi interessa in tutto questo trafficume senile che mi tiene a volte sveglia ad accordare versi sul ritmo diseguale di un acciottolìo interiore (i cocci di una vita fanno gran romore): ed è fatica persa, poiché il sonno che segue cancella per lo più le magiche ispirazioni. Insomma, non so se c’è o non c’è la kalocagathia a cui, fosse per me, mirerei: passando per una testarda e terragna materialità che si leva a volo puntando all’assoluto, o che scava verso territori rocciosi e malagevoli, sotterranei: o che schizza di lato, verso un qualche altrove. So però che certi accoppiamenti non giudiziosi che vanno per la maggiore, in cui l’ossimoro, che per me resta un oggetto poetico da trattare con estrema cautela, è il basso continuo, mentre gli arditismi più impertinenti accostano verbi a complementi oggetto impossibili, sostantivi ad aggettivi da far rabbrividire un futurista, un Novissimo: ecco quelle cose, no, con buona pace della sciatteria vera o presunta. Che non è ricerca, si sappia [travestita da contadinella]: è’ proprio che scrivo così: così male.

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se si riformulasse una battaglia classico-romantica, starei con i classicisti. visti sulla distanza sono classicisti persino i barocchi e i neo-barocchi, quelli che preferisco, tutti coloro che credono nella parola, nella sua impossibile capacità di dire: e pertanto si macerano nel cercarne invano il senso, la compiutezza nell’incompiuto. niente è più classicista dell’affermazione gaddiana “barocco è il mondo”. a noi ci hanno rovinato certi romantici che pretendevano di raggiungere l’ineffabile con l’ineffabile, e ci rovinano certi ruvidoni d’oggi che mirano all’essenziale con l’avarizia linguistica, l’autismo sintattico, il lessico plastificato. l’essenziale si raggiunge con la lingua grassa e bisunta, sudaticcia, roboante, tautologica, pleonastica, sovradimensionata: in andata. poi, di ritorno, asciugando, estromettendo, sgrassando, come un consommé. se parti basso, non arrivi mai. se parti svolazzando, ti schianti. devi andarci con un bastimento carico: quello che non serve, si stiva. le scialuppe sono giusto per il salvataggio: e a volte non bastano a soddisfare.

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la questione non è che siamo diventati “tutti” scrittori: è semmai che tra gli “scrittori” ce n’è che apparterrebbero alla categoria dei “tutti”, con la differenza che – ohi ohi – hanno pubblicato.

appena appena infili sei o sette subordinate, alla manzoni, saldamente tenute in mano, con virgole, punto e virgola, due punti, ti dicono che sei involuta. sfido, nell’imperare della paratassi estrema, del lessico ecolalico, la razionalità dei piani e dei sentieri che si biforcano ordinatamente, pare, al contrario, complicazione: ma la malizia e l’ignoranza sintattica sono negli occhi di chi legge.

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Occaso

Piccole gioie e ‘piccoli’, ma insistenti, motivi di scoramento. Non so voi, ma io provo un senso costante di preoccupazione che condiziona tutte le prospettive, anche nell’immediato. Il sentimento della fine – il tramonto dell’occidente, la tautologia estrema che ci accompagna da secoli – credo sia condiviso anche letterariamente: ma una cosa è scriverne, un’altra è viverlo sulla pelle. Un rimpianto dalle proporzioni immani per quello che avrebbe potuto essere, e non è stato, della nostra civiltà: e me ne frego, se questo può suonare razzistico. Non lo è, poiché sono affetta da amore incondizionato per gli esseri umani. Solo che penso a quanto di bello hanno prodotto i nostri padri: e non parlatemi delle turpitudini, ché, quelle, ogni popolo ne ha da nascondere. Penso ai pensieri leggeri e pesanti che sono usciti dalla nostra arte: dalla nostra musica, dalla nostra pittura, dalla nostra letteratura. penso alle leggi, al mondo romano! ci pensate? il diritto romano! Forza, ditemi tutte le solite fregnacce sul fatto che i romani furono degli spietati dominatori, forza! E io vi risponderò che, con le dovute cautele, rispetto ai secoli che ci separano da Cicerone, la donna, per esempio, poteva contare su un rispetto dei suoi diritti che nessun’altra ‘civiltà’ attuale, se non è improntata a quella legislazione, può attualmente vantare: e, anzi, se ne guarda bene.
Non vorrei che il mondo occidentale finisse: ma sta finendo, e io ci sono dentro: questa è la radice del male oscuro.

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