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Archive for the ‘meditazioni’ Category

quando la poesia genera piacere profondo è davvero poesia. per profondo intendo tutta quella messa in moto di richiami, riconoscimenti, appelli all’interiorità, a ciò che si è letto, a ciò che si è sperimentato; richiami musicali, echi sonori, arpeggi, trilli, vocalizzi, acuti, bassi profondi. quando non produce questo e si incontra invece quasi un implicito vanto del poeta al disturbo, alla cacofonia superba (la cacofonia “poetica”, non sempre, può essere e anzi è eufonia), quel volerci urtare che ha fatto storia (ma ora basta, però), quando incontriamo l’eccesso di intellettualismo spiattellato (quella specie di “guarda come sono bravo”), l’emozione profonda va a nascondersi nello stanzino e si rifiuta di uscire. al suo posto si presentano lo sforzo per capire, la volontà di capire e trovare un senso, la paura di non essere abbastanza intelligenti, se c’è qualcuno nei paraggi; se il poeta è à la page subentra la piaggeria. e il gioco è fatto.

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La democrazia ha come controindicazione il festival continuo della stupidità. Non è che in un regime totalitario la stupidità umana diminuisca nel suo terrificante potenziale distruttivo, ma, dovendosene stare zitta, la si vede circolare meno capillarmente. In più, mentre stanno zitti, gli uomini solitamente pensano, progettano, immaginano: quasi sempre un mondo migliore. E’ così che saltano agli occhi le bestialità e le sciocchezze dei regimi tirannici. Invece, allo stato attuale, un tirannello occidentale, avvoltolato in un bozzolo di stupidità, di sciocchezze, non appare in contrasto con una società che ha la possibilità di sciorinare 24/24 il suo apparato di scemenzine, che non tace mai, che può fare passerella di cattivo gusto ad ogni ora del giorno e della notte, che scaghicchia e scataracchia paroline insulse. Lo scemo del villaggio globale ha un pubblico moltiplicato: e tuttavia si tratta di un mondo chiuso, autoreferenziale, come una corte del ‘500, solo molto ed esclusivamente dannoso, proprio per i numeri stratosferici di emittenti e riceventi (riceventi ed emittenti che si scambiano i ruoli: di qui l’autoreferenzialità). Se poi le paroline le metti in un certo modo, che vai a capo quando un altro non ci andrebbe, sei direttamente poeta e ti puoi mettere in capo un serto assertivo di alloro, allora: e di sicuro trovi chi farà oh! In mezzo a questo va e vieni continuo le sciocchezze mie, le sciocchezze tue si azzerano: anche le sue: ed eccoci qua.

L.T.

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A proposito di versi sciatti, riflettevo su quanto buttato giù ultimamente: ho fatto un bel po’ di strada dalla visionarietà delle Conversazioni, dal risentimento del Piccolo alfabeto. Ogni tanto l’anima mia risentita si rivolge ad un malumore meno puntuto, come disperso e dilatato o al freddo percepito, causato dalla baroccaggine del mondo, dalla sua accelerata entropia. La lingua, sempre ancorata al concreto che nasce dalla terra, che scende a raspare negli strati più bassi del quotidiano, può apparire (anzi, appare, decisamente) sciatta, indigesta: e rozza, e impoetica, aggiungo. E’ un destino che era segnato da sempre: poetare spoetando. Non so se c’è o c’è mai stato qualcosa di bello in quello che scrivo: mi piace, mi soddisfa abbastanza, credo di saper leggere a sufficienza: ma è roba mia e pertanto, se da un lato l’autovalutazione è importante per non mettere per strada canzonette mal conciate, dall’altro il giudizio di bello e buono non mi spetta, né, più in generale, è quello che realmente mi interessa in tutto questo trafficume senile che mi tiene a volte sveglia ad accordare versi sul ritmo diseguale di un acciottolìo interiore (i cocci di una vita fanno gran romore): ed è fatica persa, poiché il sonno che segue cancella per lo più le magiche ispirazioni. Insomma, non so se c’è o non c’è la kalocagathia a cui, fosse per me, mirerei: passando per una testarda e terragna materialità che si leva a volo puntando all’assoluto, o che scava verso territori rocciosi e malagevoli, sotterranei: o che schizza di lato, verso un qualche altrove. So però che certi accoppiamenti non giudiziosi che vanno per la maggiore, in cui l’ossimoro, che per me resta un oggetto poetico da trattare con estrema cautela, è il basso continuo, mentre gli arditismi più impertinenti accostano verbi a complementi oggetto impossibili, sostantivi ad aggettivi da far rabbrividire un futurista, un Novissimo: ecco quelle cose, no, con buona pace della sciatteria vera o presunta. Che non è ricerca, si sappia [travestita da contadinella]: è’ proprio che scrivo così: così male.

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se si riformulasse una battaglia classico-romantica, starei con i classicisti. visti sulla distanza sono classicisti persino i barocchi e i neo-barocchi, quelli che preferisco, tutti coloro che credono nella parola, nella sua impossibile capacità di dire: e pertanto si macerano nel cercarne invano il senso, la compiutezza nell’incompiuto. niente è più classicista dell’affermazione gaddiana “barocco è il mondo”. a noi ci hanno rovinato certi romantici che pretendevano di raggiungere l’ineffabile con l’ineffabile, e ci rovinano certi ruvidoni d’oggi che mirano all’essenziale con l’avarizia linguistica, l’autismo sintattico, il lessico plastificato. l’essenziale si raggiunge con la lingua grassa e bisunta, sudaticcia, roboante, tautologica, pleonastica, sovradimensionata: in andata. poi, di ritorno, asciugando, estromettendo, sgrassando, come un consommé. se parti basso, non arrivi mai. se parti svolazzando, ti schianti. devi andarci con un bastimento carico: quello che non serve, si stiva. le scialuppe sono giusto per il salvataggio: e a volte non bastano a soddisfare.

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la questione non è che siamo diventati “tutti” scrittori: è semmai che tra gli “scrittori” ce n’è che apparterrebbero alla categoria dei “tutti”, con la differenza che – ohi ohi – hanno pubblicato.

appena appena infili sei o sette subordinate, alla manzoni, saldamente tenute in mano, con virgole, punto e virgola, due punti, ti dicono che sei involuta. sfido, nell’imperare della paratassi estrema, del lessico ecolalico, la razionalità dei piani e dei sentieri che si biforcano ordinatamente, pare, al contrario, complicazione: ma la malizia e l’ignoranza sintattica sono negli occhi di chi legge.

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Occaso

Piccole gioie e ‘piccoli’, ma insistenti, motivi di scoramento. Non so voi, ma io provo un senso costante di preoccupazione che condiziona tutte le prospettive, anche nell’immediato. Il sentimento della fine – il tramonto dell’occidente, la tautologia estrema che ci accompagna da secoli – credo sia condiviso anche letterariamente: ma una cosa è scriverne, un’altra è viverlo sulla pelle. Un rimpianto dalle proporzioni immani per quello che avrebbe potuto essere, e non è stato, della nostra civiltà: e me ne frego, se questo può suonare razzistico. Non lo è, poiché sono affetta da amore incondizionato per gli esseri umani. Solo che penso a quanto di bello hanno prodotto i nostri padri: e non parlatemi delle turpitudini, ché, quelle, ogni popolo ne ha da nascondere. Penso ai pensieri leggeri e pesanti che sono usciti dalla nostra arte: dalla nostra musica, dalla nostra pittura, dalla nostra letteratura. penso alle leggi, al mondo romano! ci pensate? il diritto romano! Forza, ditemi tutte le solite fregnacce sul fatto che i romani furono degli spietati dominatori, forza! E io vi risponderò che, con le dovute cautele, rispetto ai secoli che ci separano da Cicerone, la donna, per esempio, poteva contare su un rispetto dei suoi diritti che nessun’altra ‘civiltà’ attuale, se non è improntata a quella legislazione, può attualmente vantare: e, anzi, se ne guarda bene.
Non vorrei che il mondo occidentale finisse: ma sta finendo, e io ci sono dentro: questa è la radice del male oscuro.

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Mi sono svegliata con un pensiero fortissimo, ben delineato. Ma le necessità corporali, compreso bere del caffè, ne hanno frattanto stemperato linee e colori, cosicché ora ne tengo malamente un capo. E tuttavia, l’impressione ricevutane al risveglio, in cui accade spesso di vedere con chiarezza quello che il giorno prima appariva confuso (non per niente si dice che la notte porti consiglio), mi spinge a provare a scriverne, anche solo un abbozzo, per cercare  di fermarne gli sfuggenti contorni. La cosa più difficile è tradurre in sequenze lineari dotate di senso ciò che prima appariva in forma sintetica, quasi come dipinto. Trasformare la limpidezza del concetto che mi ha sorpreso, a metà tra il sonno e la veglia, spingendomi con la forza d’urto della completezza del suo ragionamento a svegliarmi, in un discorso almeno comprensibile, se non plausibile. Pensavo alla rima. Pensavo alla rima e al metro. A come mi riescono – relativamente – facili.  A volte le parole mi escono in endecasillabi e settenari in rima con ‘troppa’ facilità: così, dalla materia grezza interiore alla pagina. E la cosa mi turba. Sì, mi turba. Perché la predisposizione a fare quello che, nel novanta per cento dei casi non viene fatto (voglio credere sia una scelta, ma a volte non mi riesce di essere così fiduciosa) è guardata con sospetto. Ora, prima che qualcuno dica quello che ha già avuto modo di dire, so benissimo che il mio apporto ‘poetico’ è insignificante nei grandi numeri – in termini numerici – che mostra di possedere oggi la poesia italiana (scrivono tutti, e, in fin dei conti, anch’io scrivo, tra questi tutti), ma l’assenza di rima, unita al perdurare di un “novecentismo” morto e sepolto, abbiate pazienza, mi gettano in grande sospetto circa le reali doti di molti poeti. Accreditati, eh? al punto che  mi pare ci sia un enorme abbaglio: un colossale, micidiale abbaglio. Poesia che non dà emozione: perché non suona, non canta, e, nel contempo non ha stoffa per dirsi volutamente arida. Non vi si vede un’eco: tutti furiosamente bachi a vomitare la propria inconfondibile seta. Io mi sento ape, al termine di un rigoglioso giardino plurimillenario, intenta a suggere il nettare e a trasportare pollini: per farne miele e cera e per depositare semi di nuova vita dove  le mie parole arrivano. Non è un compito sacerdotale: non ho investiture. Sono ape operaia: ma professionista! Lavoro, cerco, mi guardo attorno. Riproduco, provo, riecheggio. Riecheggiano nella mia testa i versi della tradizione italiana e latina, a volte, se sono in stato di grazia, i francesi, gli spagnoli, gli inglesi, i greci classici. Mi basta questo per mettermi in scompiglio, per sentirmi un granello di terriccio in un universo pieno di stelle. Non sono mai solo suono, neanche quando scherzo: vorrei dirlo a chi storce il naso di fronte al ritmo e alla rima. C’è sempre un fondo drammatico, personale, certo, ma per tutti: leggibile, abbastanza comprensibile, poco o nulla oscuro. Non so che farci: la poesia ‘difficile’ e musicalmente vuota non fa per me: anzi: la credo una terribile, facile, furbesca impostura anche negli altri. E’ per questo, alla fine, il motivo per cui sto qui, ai margini dell’orto-giardino e non vado in città a piazzare i miei frutti e i miei fiori. E’ per questo che li rendo disponibili subito. La carta è solo un involucro: poi ci incarteranno il pesce o ci si netteranno il sedere. O ce ne riscalderemo. Questo è il destino della poesia del terzo millennio.

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