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Archive for the ‘memorabilia’ Category

In una famiglia allargata come la mia famiglia d’origine, già di suo, più che numerosa, immensa, trovarono posto, in epoche che non mi videro partecipe in quanto stetti a lungo con gli angioletti, un nonno baffutissimo e ottocentesco, un prozio quasi centenario, due prozie vegliarde, una nubile e una vedova. Di tutti costoro infiniti racconti epici e detti memorabili costellarono la mia infanzia. La casa, vecchia, grande e fredda, ospitò a turno i miei fratelli e me, che arrivai quando i due maggiori erano già fuori, in contemporanea con tre sorelle di papà, tutte nubili, belle e piene di manie, una cugina che credetti muta molto a lungo e muta non era. Una zia morì che ero microscopica, a poca distanza dalla nonna, donna bellissima, biondissima, dolcissima, che però mi incuteva timore, essendo, negli ultimi suoi tempi, condannata a letto, molto magra e sofferente: chissà che strana impressione faceva a me infante. Poi la casa si spopolò, infine cambiammo casa, per ben due volte. Nella casa vecchia quando si cenava, e un tot di fratelli era ancora presente sul territorio, la tavolata contava una dozzina di persone. Ho ricordi vaghi e meno vaghi: di me che mangiucchio, di un fratello che si arrabbia moltissimo perché si sono dimenticati che lui odia il formaggio, dei fratelli, generalmente maschi, che mi chiamano Olivia, alludendo alla mia eccessiva magrezza e altezza; ricordo che non ricevevo tantissima attenzione, mentre i grandi si facevano dispetti infiniti, scambiavano battute, e parlavano, soprattutto da grandi (scrissi un racconto ispirato a questo mondo, abbastanza buono, che un editore di racconti non buoni, trovò poco interessante, intitolato “Il muro dei grandi”). Mi facevano recitare le poesie che imparavo a scuola, quando finalmente ci andai, mi chiedevano il resoconto di quello che leggevo, perché tutti mi regalavano libri e io li divoravo e tutti erano increduli e imbarazzati che dessi fondo così in fretta ai miei passatempi. Mi dicevano di leggere una pagina in silenzio, di raccontare e mi cronometravano; poi moltiplicavano il risultato per il numero medio di pagine e infine calcolavano quanti giorni erano passati dall’ultima infornata e quanto tempo avevo dedicato alla lettura. Ne uscivano frastornati, ma dovevano ammettere che avevo letto davvero. I ricordi di questa strana e anche pesante famiglia  popolano molte poesie che ho scritto, mi sovvengono la notte quando non dormo, mi strappano ancora qualche lacrima, perché molti non ci sono più, se ne sono andati anzitempo e troppe altre cose non si sono compiute o sono franate nel peggiore dei modi. Ho ripassato per flash alcune situazioni anche oggi, anche se non ricordo già più dove e perché (come è naturale che sia nei vecchi che ricordano il tempo lontano e rimuovono quello vicino) ho sentito un’allusione alla minigonna, ideata nel 1963. Questa allusione ha funzionato da madeleine. Ricordo dunque benissimo che,  in una famiglia allargata come la mia, già di suo, più che numerosa, immensa, ma soprattutto cattolica secondo svariate sfumature, da indifferente a bigotta, spesso visitata da parroci e cappellani, per i quali le zie nubili emettevano i loro neanche tanto trattenuti sospiri, la discussione sull’uso della minigonna ebbe corso e accalorò gli animi. Io, al solito, guardavo dall’uno all’altro, capendo benissimo, ma incapace di trovare un varco per dire, cinquenne, anch’io la mia. Opinione che però alla fine sfoderai, a completamento della finta riprovazione di papà e fratelli, dell’imbarazzo goloso delle sorelle e forse anche della cugina muta, dello sdegno delle zie piissime e della castigata, anche se non piissima, mamma: “Che poi con una gonna corta così una non ci fa neanche tanto una bella figura: sembra una poveretta che non ha i soldi per comprarsi abbastanza stoffa”( i vestiti alllora si cucivano in famiglia e dalle sarte). Seguirono applausi, di cui ora un po’ mi vergogno: che cosa non fanno i bambini per guadagnarsi un posto, uno qualunque, tra i grandi.

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La “dota” (il corredo della sposa) constava di un numero di (almeno) tre capi per ciascun tipo di tessile necessario: tre completi di lenzuola, tre tovaglie, tre camicie da notte, tre set di asciugamani. Era la base: le più ricche avevano mute in numero di sei, di dodici, destinate a ingiallire miseramente nei bauli: perché sarebbero state quelle tre di base ad essere costantemente utilizzate. Non avere una “dota” cospicua da far vedere alle amiche, e la madre della sposa alle sue (in qualità di maggiore contribuente all’allestimento della stessa, vuoi con regali, vuoi con ricami dalle sue stesse preziose mani), costituiva, un tempo non antichissimo, motivo di disdoro. Ebbi amiche che me la mostrarono a sedici anni, perché la “dota” andava messa su per tempo, come i “risi” di sior Todaro; cose veramente belle, in verità, ma che mi comunicavano un velo di malinconia. E la andavano rimpinguando ai compleanni (tu pensa: almeno dieci anni di regali “utili”).
Mi sposai in fretta, a ventiquattro anni, pur senza figli in arrivo: così: “per allegria”; senza un soldo, con la necessità di acquistare il necessaire. Mi attenni, per ragioni di moneta, alla saggia terzina suddetta, consigliabile a tutte, per le ragioni summenzionate, in ispecie in tempo di crisi, che mia madre riassunse epicamente e proverbialmente così:

una indosso una in fosso
e una par quando ti te caghi ‘dosso.

 

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scopro ora che è morto Jacques Le Goff.
gli devo almeno una cosa che ho impiegato e reimpiegato negli anni in un ambito non storico, ma, chiamiamolo così, di teoria letteraria. il riporto di un exemplum che nel XIII secolo doveva essere edificante, tutto volto a far digerire la teoria dei tre ordini (oratores, bellatores, laboratores), circa un contadino biondo e bello e di gentile aspetto, a nome Helmbrecht, il quale, proprio perché dotato di capelli biondi, lunghi e inanellati, pensa di potersi mescolare ai signori. andrà malissimo: sei nato contadino, morirai contadino, e, quel che è peggio, finirai molto male, finirai bandito, che nemmeno i tuoi consorti ti vorranno più. gli irregolari, i non inquadrati la società medievale li buttava sulle strade (non è cambiato molto, dite?). uso talvolta questo raccontino non per l’evidente suo versante “morale”, a illustrazione della profonda ingiustizia su cui si basavano le società antiche, società della disuguaglianza: ma perché esso racchiude la struttura perfetta dell’ exemplum sineddochico. uno di noi, una parte per il tutto. l’altro è l’exemplum metaforico: uno, speciale, diverso da tutti, è l’incarnazione della Giustizia, della Pazienza, dell’Astuzia ecc ecc ecc. (e ditemi che la narrativa non si muove ancora, nelle sue innumerevoli sfaccettature, tra questi due poli).
una cosa così, en passant, dal maestro Le Goff.

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a me le fosse ardeatine hanno fatto sempre tanta impressione. più terribile impressione mi fece la visita scolastica, credo quattro anni fa, durante la quale una virtuosissima guida, di quelle graziate da alemanno, si dette da fare come una matta per spiegare ai miei studenti che l’eccidio si sarebbe potuto evitare se quelli di via rasella si fossero consegnati, mentre sappiamo che la rappresaglia fu consumata in tutta fretta, in segreto, e meno di ventiquattro ore dopo l’attentato, mentre in germania hitler strillava che voleva la distruzione di roma, mille deportati per ogni tedesco ucciso e fanfaronate simili. cercai di farla smettere, perché diceva cose non vere.
per fortuna, quando si entra nel sacrario si deve tacere. pregai i ragazzi di leggere quanti più nomi potevano, come omaggio ai caduti.
ora, quando mi si tira fuori il rapporto 1/10 come legittimo in base alle leggi internazionali (che poi il diritto di rappresaglia non era affatto contemplato), mi pare di sentire il giustificazionismo straccione di una guida turistica molto ignorante del comune di roma, graziata da alemanno. se siete fascisti, per convinzione o convenzione, stateci: ma fuori da qui.
signora angela merkel: si riprenda questo ingombrante fetido cadavere e se lo seppellisca dove crede!

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polenta nel paiolo di rame, ovvero quaranta minuti di vita sottratti alla fretta e allo stupido nulla e riconsegnati all’antico [posso rivedere la vecchia casa, la grande cucina con camino e cucina economica e mia madre che rimestava energica, rossi i pomelli. risento i suoi racconti, già epici quando andavo alle elementari, di me a due anni che mangiavo la polentina morbida con le manine grassottelle e uscivano lombrichi gialli dalle dita serrate a pugno. era per invogliarmi a mangiare, inappetente che ero diventata, specie di olivia bionda, in pasto al ludibrio dei fratelli più grandi].

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http://manginobrioches.wordpress.com/2013/09/08/brioscia-potter-e-il-nonno-di-voldemort-ovvero-in-tv-meglio-non-andare-si-possono-prendere-brutte-malattie/

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la libertà di opinione e di espressione ha senso fintanto che non urta principi di libertà uguaglianza solidarietà memoria collettiva verità storiche acclarate monumenti del pensiero umanistico e illuminato. quando un soggetto o un gruppo esprimono opinioni che ledono questi capisaldi del consorzio umano, negando per esempio l’olocausto, vanno perseguiti, puniti, messi a tacere. quando qualcuno si vanta da irresponsabile che, se fosse per lui, inviterebbe un naziskin o un casapound a confrontarsi a scuola con altre opinioni sulla shoah, io, da persona responsabile e capacissima di intendere e di volere, gli sputerei, con somma maestria e precisione, in un occhio.

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