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Archive for the ‘memorie del presbiopiterio’ Category

 

Di tutte le paia di occhiali da lettura 1 che ho comprato a partire dal mio cinquantesimo anno di età – e si reputi fortunata, signora, ché le prime difficoltà si avvertono intorno ai quarant’anni – e ne ho comprate parecchie, di tutti i colori, resta solido e magicamente come fosse potenziato solo il paio costoso comprato dall’ottico/orafo di via p. (chi più spende, meno spende). Quando cominciai a dover inforcare gli occhiali non è che non potevo più leggere senza: in determinate circostanze ci riuscivo. Ci riuscivo per giorni, poi improvvisamente dovevo ricorrervi. E’ stato un lungo corteggiamento. Prendevo e lasciavo questi fidanzatini, li scaricavo da qualche parte, mi ci sedevo sopra (non ridete), li perdevo, li riacquistavo, ci facevo pace. Poi venne l’epoca del panico: erano così importanti per me! Solo quando ne ero senza sentivo che la mia vita dipendeva da loro: e loro, giustamente, non si facevano trovare, dopo tante buche che gli avevo dato, dopo tanti imbarazzi – che per esempio ne inforcavo uno, pensavo all’insaputa degli altri due, e invece almeno uno di questi me lo ritrovavo che mi spiava tra i cuscini del divano o sotto una pila di fogli, o dalle pagine di un libro -. Seppero ben presto che erano un po’ come Jules et Jim e si adattarono alle circostanze (oltre a Jules et Jim c’era anche François e, al massimo della mia perversione, ci fu contemporaneamente anche un Rocco, che portò i suoi fratelli).
Decisi di essere razionale e lasciare Jules, che si stava un po’ sbucciando, che andava perdendo la luminosità giovanile, nello stipetto a scuola, perché quando avevo cinque ore di cose da leggere era matematico che li avrei dimenticati a casa; poi  Jim, il bel Jim che ancora indosso – eh, Jim? – sempre al riparo in borsetta – ne avevo bisogno per il menù al ristorante, per leggere le etichette dei prodotti al supermercato, che attualmente non leggo nemmeno con Jim caro -, e mille altre occasioni di irritazione massima diurna.
Poi c’erano, finché duravano, appunto, i Claude, i François, e ne vennero decine di altri che, come loro risiedevano sul comodino, in attesa di essere scelti per venire a le…ggere con me la sera. E quelli addetti alla scrivania. E quelli al tavolino da the e da libro.  Tutti costoro avevano un lato affascinante e benefico: in un battibaleno, da chiazze confuse e disturbanti, uno scritto si rivelava, e rilevava, nitido, gagliardo; ma un lato inquietante, nauseante: non potevo guardare altro che dritto davanti a me a venti centimetri di distanza i caratteri a stampa. Alzarsi di scatto con Jim sul naso era relativamente raccapricciante: ma i fratelli di Rocco e ancor prima, Rocco, per quanto attraente con quel blu e quel nero, non aveva abbastanza forza per sorreggermi, come certi belli del cinema, un po’ effeminati. Caracollavo e per non vomitare lo scagliavo lontano da dove avrebbe occhieggiato per giorni, fino a che, nascondendosi al mio cospetto gli altri, non lo avessi ritrovato e risarcito della malagrazia.

(1 – continua)

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