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Archive for the ‘musica’ Category

Ieri sera a Xfactor a Morgan je rodeva da morire. C’è Fedez, l’ultimo arrivato, che ha ancora in gara tutti i suoi concorrenti, mentre il vecchio leone, sempre più lunatico, bilioso, stravagante, in quattro puntate ne ha persi due. Lo spareggio finale tra i due estromessi dalle due manche della puntata era tra due suoi. Ha dovuto eliminarne uno, eliminazione confermata dal giudizio del pubblico a casa. Ma, appena pronunciato l’ultimo giudizio, Morgan ha alzato le chiappe, preso le sue carte, cacciato all’indietro il ciuffo, e se n’è andato borbottando cattivo di non aver ormai più niente a che spartire “con la deriva che ha preso la trasmissione”. La deriva sarebbe che il pubblico non capisce, e dunque non premia, i suoi arrangiamenti stravaganti, decisamente eccessivi ed eccedenti lo scopo. Nello specifico della serata, destinata al tema della censura e della disuguaglianza, in cui si sono avvicendati, tra gli altri, bei pezzi di Lou Reed, Billie Holiday, Springsteen, decisamente più azzeccati e amabili, pur essendo, in ispecie quello cantato dalla bravissima scozzese Emma Morton, “Strange fruit”, un quasi inedito di Billie Holiday, drammatico, lugubre, non propriamente “cantabile”, che fa il maestro Morgan? schiaffa ai poveri Spritz for five (un simpatico gruppo di giovani che cantano a cappella e ogni tanto, ma poco poco, steccano, e avrebbero potuto dare di più se fossero stati curati nella direzione di ciò che sapevano fare già abbastanza bene) un pezzo sconosciuto, dissonante, orecchiabile meno di zero, del maestro Roberto De Simone “Il gioco del cavallo a dondolo”, che, con tutto il rispetto, forse conosceva solo lui (tra i giudici di sicuro, figurarsi tra il pubblico in sala e a casa); ai Komminuet, un duo sbilanciato tra una brava cantante e un rapper così così, ha affibbiato “Je t’aime moi non plus” rappato dal ragazzo e stracantato dalla ragassa, con accenti alla Giuni Russo un po’ eccessivi, senza l’ironia di Giuni Russo.
Ora: Je t’aime… è diventata negli anni una macchietta, che scandalizzò forse, e dico forse, il pubblico del 1969; se i Komminuet l’avessero cantata ironizzando, avrebbero aggiunto una tacca alle infinite versioni caserecce e pecorecce de noantri: senza ironia ne è venuta una cosa senza senso. Forse Morgan è troppo avanti per il pubblico italiano, che è di bocca buona: in ispecie se stravaccato americanamente sul divano con birre e panini e altre cose velenosissime. Noi di casa, che non siamo di bocca buona, pur senza essere degli esperti, non abbiamo capito/gradito le due performance, mentre, in linea di massima, gli altri concorrenti sono stati, come si dice in gergo teatrale, “credibili”. Ci sono delle voci bellissime nel concorso: quattro di queste, tutte voci maschili giovanissime, sono appannaggio di Fedez che sa catturare il pubblico giovane con il suo modo facile di fare e diretto e fantasioso nell’esprimersi. Gli altri due giudici, Mika e Victoria Cabello sono molto gentili, preciso e professionale Mika, più incerta la un po’ svamp Victoria. Ma nessuno di loro arzigogola commenti lunari, mentre Morgan puntualmente dice cose frammentarie, sconnesse, spesso contraddittorie. Siccome ieri sera buttava male – e la colpa è solo sua – ha cominciato a rifilare perfidie agli altri concorrenti, trovando da ridire su inesistenti peli nell’uovo: ma il vero coup de théâtre è stato l’abbandono “per sempre” di X factor.
Ci ripenserà, perché ha firmato un contratto e, sai le penali? ma l’episodio merita una riflessione: se sei così avanti, ma così avanti che pensi che il pubblico non ti capisca e non ti meriti, fa’ tu, in quanto “maestro” un passo verso il pubblico. Il luogo, inadatto e molto popolare, impone un pizzico di originalità e tanta pazienza. Se in Italia si ascolta Gigi D’Alessio vorrà pur dire qualcosa, no? Che poi, scusi maestro Castoldi: quale genialità dovremmo vedere (sentire) nell’orrenda sua versione della già orrenda “Je t’aime moi non plus”? un pezzo furbetto, commerciale, di quello che lei reputa un “mostro” quale Serge Gainsbourg, che dovette la sua fama principalmente a quel pezzo e al fatto di far cantare attrici stonate? Abbia pazienza, eh, Morgan? Si metta il cuore in pace: lei e i suoi protetti semplicemente non siete piaciuti. Punto. Succede anche ai più bravi di prendere un granchio. Bisogna però saper stare al gioco: perché di questo si tratta. E poi con chi se la prende: con i suoi colleghi? Se se l’è presa con il povero pubblico a casa, stravaccato sul divano a mangiar schifezzuole, è assurdo. Per parte mia ho avuto il piacere di verificare che le sue critiche furbastre e cattivelle non hanno avuto su di esso nessun potere.
Se la trasmissione, come molti beninformati tendono a dire, è addomesticata, a me non interessa, per lo meno qui: mi interessa notare come l’ipernarcisismo, lo sfoggio di una cultura “alta” e “altra” alla fine non paghi. O la metti con fatica in circolazione, oppure te la tieni stretta (ché, purtroppo la cultura non può essere mai veramente popolare): ma non vai in trasmissioni leggere e non ammorbi il pubblico con i tuoi discorsi fumosi. Divulgare è un’arte sconosciuta: la più parte fa solo passerelle, in tutti i settori.

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in tutti gli ambienti ci sono delle specie di guru (guruguru! me mi viene in mente il tacchino: e infatti spesso cotesti individui hanno attitudini tacchinesche, detto, così, en passant). in tutti gli ambienti si formano delle correnti di gusto (quella cosa per cui tutti gli stili sono ammessi, tutti gli obbrobri, tutti i tatuaggi, i pirsin, il coppedè vicino all’egizio-sommaruga, per capirci: né vale commentare, perché de gustibus; una volta che commentai sostenendo che esiste per me una specie di assoluto-relativo cui tendere, per non guastare, niente calma grandezza, per carità, mi beccai di beghina crociana&idealista del ecc. ecc.). insomma, in tutti gli ambienti c’è de’ be’ tomi che acquistano (magia? charme? una specie di guarda come sono bravo stampato in faccia dalla nascita? congiunzioni, congiure, congiunture astrali? presentazione da parte di altro guruguru?) un’importanza condita di aura lideresca, da nonplusultra, ma senti qua che roba.
ora, io, di mio, sta’ sicuro che se cerchi di catturarmi e portarmi a pascolare nel campetto affollato, mi do alla macchia, sono come il cane randagio della favoletta: e intanto (c’ hanno provato a ipnotizzarmi, che sarebbe tanto comodo per svariati impieghi: ma niente: rido); se mi vuoi convincere, metti là la tua mercanzia: io guardo, annuso, tasto: se mi piace compro, o torno, sennò ciao. non provare a spingere, che fai peggio. in tutti gli ambienti, dicevo, c’è de’ be’ personaggi che attirano folle di consenzienti (troppo facile pensare alla politica: lasciamola fuori): l’attrice teatrale canina, il cantante cinofilo (che però non va al cinema), lo scrittore che ormai va qualunque cosaccia scriva, l’esperto musicale che spara giudizi tranchant e tutti giù a tranciare, quello che osanna, e tutti su a osannare nell’alto dei cieli, alleluja alleluja! vi do una notizia, mi spiace ma mi tocca informarvi (che è la cosa cui tengo di più: informarvi delle stranezze): c’è anche il tj di grido: il t-gei è il tango-disk-jockey, per abbrev. tj. guai a non riconoscergli una caratura superiore agli altri (forse perché si fa pagare più degli altri? forse perché – come sopra – ha scritto in faccia dalla nascita ecc. ecc.? forse perché essendo esperto musicale per forza mette la musica da tango migliore? forse perché viene da ambienti tanghèri autochic, autobravissimi, in cui la fama si autoalimenta, appunto?). in tutti gli ambienti, e il tango ci ha anch’esso l’ambient (dio solo sa quanto poco contava questa cosa quindici anni fa, che dio abbia in gloria gli anni dei miei primi passi!), devi sottostare a delle specie di regole di scuderia, soggette però a mutamenti repentini, attento ad annusare l’aria prima degli altri per cui X, tanto osannato un tempo, ora, sì, inzomma! mentre Y, che non se lo filava nessuno, ora te lo danno come il genio del male della tanda (tanda: gruppo di quattro ovvero tre pezzi di tango, vals, milonga, intervallati da stacchetti di max 30 sec. di altro genere: lo stacchetto è il tempo entro il quale il ballerino accompagna la ballerina al posto in cui l’ha trovata, perché sono tanto ordinati i ballerini di tango, e si ridona ad altra impaziente tanguera).
succede, come in tutti gli ambienti, che tu hai espresso nel lontano 1902 un giudizio positivo su un tj, un ballerino, un maestro argentino e la folla dei festanti ti ha: ignorato, rimbeccato, manco presa in considerazione, sorrisetto, lasciamo perdere; nel più vicino 2012 quegli stessi ti dicono: ti consiglio il tale tj (quello stesso, quello lì! che tu avevi promosso all’attenzione invitandolo a farsi coraggio e rendersi disponibile a mettere la musica – si diceva musicalizzare, da musicalizador: ma anche questa è preistoria): e moo disci ammé? hai mai preso lezione da **** (che poi, i festanti, hanno scarsa memoria, cosa che purtroppo, abbonda invece in queste lande): ma se te l’avevo consigliato io? (naturalmente, colpiti dalla grossolanità del fatto, si trasecola, lì per lì, o si tace, per lo migliore).
insomma, in tutti gli ambienti più o meno così, o con le varianti del caso, c’è il suo bel pesce pilota che apre la strada ai giudizi, li condiziona, attrae su di sé o su chi gli piace, l’attenzione. io, eterno cane sciolto (così sciolto che ne rimarrà una pozzangherina, vedrete), ieri sera mi sono annojata a morte a una serata con uno dei tj più acclamati. sono rientrata tardi perché speravo sempre si redimesse: e, porello, ha pure messo delle tande ragionevoli, ma così male assortite tra loro e al loro interno, con pezzi iniziali sprintosi che finivano al quarto in morire, che la sensazione globale è stata da pollice verso. ma poi, ragionevolissimo dubbio: se un’orchestra va per la maggiore da settant’anni in un dato pezzo, ci sarà un motivo, no?
se un certo pezzo non piace, indipendentemente dall’orchestra, ci sarà anche lì una ragion sufficiente, no? allora, tj alla moda: gli sperimentalismi, i cocktail musicali, in cui mesci il pezzo già brutto di suo nella versione meno conosciuta e/o orrenda, assieme ad altri pezzi rari in versioni imballabili e imballate (:come un motore), fatteli a casa tua, che ci hai un finissimo, non lo metto in dubbio, orecchio musicale. a noi, pori mortali, ci piace d’abballà, capisci? dancing. non so se

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o mio babbino caro

https://www.youtube.com/watch?v=DOOyTzY3Z4A

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Quando il controllo dello spazio e delle azioni nello spazio e dei pensieri in relazione a quell’esserci non è al massimo, per esempio al risveglio, specie dopo una nottataccia, mi accadono alcune, o tutte o almeno una delle seguenti noje: mi accade di intruppare col ginocchio nello spigolo di una sedia che stava lì anche ieri, con il mignolo del piede nella stessa sedia, centrandone perfettamente una gamba; di mettere il caffè senza l’acqua nella caffettiera; di pensare a foschi presagi scegliendo, dopo mille incertezze e sguardi ebeti, la tazza x invece della tazza y, la quale, sicuramente, al chiuso dello stipetto, inizierà, per vendetta, una danza voodoo che mi farà andare tutto storto; di calcolare ripetutamente le calorie dei biscotti che sono rimasti, che per tre in più, mangiali, così si butta il sacchetto, però tre in più sono, pare di no, cento kcal., hai detto niente; di cercare una musica di sottofondo e di piombare senza meno su Handel, Sarabande: allegria!; di cercare una poesia da leggere e di incappare a. in uno di questi moderni, che non ci capisco niente b. in un tramontino con uccellini c. in una poesia mortifera d. allora apro Caproni: e la giornata si distende, la regressione al tribale si scioglie, i muscoli si temprano, il coraggio si rinfranca.

Gli amici sono spariti
tutti. Le piazze
sono rimaste bianche.
Il vento. Un sentore
sfatto d’acqua pentita.
A ricordare la vita,
un perduto piccione
plumbeo, sul Voltone.

G.C., Escomio

https://www.youtube.com/watch?v=JSAd3NpDi6Q

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Hope there’s someone
Who’ll take care of me
When I die, will I go

Hope there’s someone
Who’ll set my heart free
Nice to hold when I’m tired

There’s a ghost on the horizon
When I go to bed
How can I fall asleep at night
How will I rest my head

Oh I’m scared of the middle place
Between light and nowhere
I don’t want to be the one
Left in there, left in there

There’s a man on the horizon
Wish that I’d go to bed
If I fall to his feet tonight
Will allow rest my head

So here’s hoping I will not drown
Or paralyze in light
And godsend I don’t want to go
To the seal’s watershed

Hope there’s someone
Who’ll take care of me
When I die, Will I go

Hope there’s someone
Who’ll set my heart free
Nice to hold when I’m tired

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