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Archive for the ‘nella rete’ Category

un frammento scritto da Leopoldo Attolico su facebook

Tutta la poesia di questi ultimi anni mi sembra segnata dalla nostalgia dell’origine, dalla passione inappagata del senso primitivo della parola, quando un vocabolo poteva illuminare una vita. Mai si era vista una società, anzi una civiltà così labirintica come quella di oggi, in cui si entra solo per venire centripetati e polverizzati dalla potenza tecnologica, che espelle con razionale spietatezza ogni gesto dettato dalla fantasia. Non meraviglia che la poesia che sfugge al destino tecnologico parli di notte, di morte, di infanzia, di sensazioni regressive annidate nella memoria. Alla poesia non resta che la regressione per protestare contro il labirinto di cui sopra. Ma a mio avviso si tratta di una regressione strategica, di un “cantare” il passato per meglio isolare, nella sua irrimediabile bruttezza, l’ideologia del presente. E in questa regressione sta il suo onore.

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ci sono comunità impenetrabili, hai voglia a grattare il muro della terra!
ci sono bacheche come fiumi principali, po, tevere, arno, di cui tutti gli altri sono tributari (e sembrano trovare pace dentro di esse).
chi dice che la rete azzera le distanze, che costituisce un’orizzontalità garante di democrazia, non ha fatto i conti con la naturale disposizione al feudalesimo della maggioranza degli esseri umani.

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https://giardinodeipoeti.wordpress.com/2014/02/18/lucia-tosi-2/

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che un po’ c’entra con i miei pensierini di questa mattina:

http://zauberei.blog.kataweb.it/2013/07/07/uncinetto-della-domenica/

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Nella rete

Si va dalla sgrammaticatura presa per buona (ordini di scuderia), al laudatissimo post-temino di terza media su sentimenti di cartone. C’è quello che celebra l’avvenuta presa di coscienza (la sua coscienza) nell’età adulta come un avvenimento straordinario, quello che riceve complimenti (nessuno mette in dubbio i complimenti) per il suo libro, sottolineando che li ha ricevuti da uno scrittore, critico nonché poeta di rara sensibilità (e vorrei vedere che raccontasse di aver ricevuto i complimenti da un rozzone incolto analfabeta: ma bastava dire che uno scrittore si era complimentato con lui, se proprio lo voleva raccontare). E’ inevitabile, sono la prima a dirlo, che si parli a partire dal proprio mondo, dalle proprie esperienze: così anche quando si fanno delle riflessioni e le si espone (come questa). I discorsi in astratto non hanno tenuta, sono come un bel vestito ma della taglia sbagliata: ma fai un giro su fb o in tre o quattro blog e c’è da trasecolare: per la forma e i contenuti di livello piuttosto modesto cui segue un assurdo entusiasmo dei commentatori e, pari all’entusiasmo, l’orgoglio inattaccabile dell’estensore, cui non è possibile obiettare nulla, pena il bannamento o l’ostracismo da tutti i blog del regno (i blogger hanno una rete fittissima di messaggeri che arrivano fino alla periferia dell’impero, fino alla fortezza Bastiani a portare la notizia che il Tale (Tartaro) ha osato contraddire sua maestà). Per contro, siccome ho la cattiva abitudine di tradurre in versi o brevi prose ciò che mi colpisce (che non è riferito a me per forza), mi sono presa della narcisista, dell’egocentrica: può essere, tutto può essere: con l’unica differenza che prima di accettare di mettere qualcosa di mio in altri luoghi che non qui o su fb, devo essere sicura di non mandare schifezzuole. Se poi piacciono, bene, se no, pazienza: ma le sgrammaticature no, i temini nemmeno. L’ironia che c’è (sempre) in quello che scrivo l’hanno capita in due o tre: ironia su me stessa, sulla domanda stupidissima e fondamentale che pervade le mie giornate: che cosa ci faccio io qui? Credetemi, non mi aspetto niente di niente, da nessuno: ho imparato alla nascita a cavarmela da me, a prendere il buono quando viene e a lasciare la meschinità quotidiana (che pure mi fa incazzare q.b.) in un canto. Però ho occhi buoni abbastanza per leggere e una mente abbastanza sveglia ancora per pormi delle domande: e se giro in rete, in cui pur si trovano belle cose, la sensazione è che la piaggeria diffusa, apparentemente innocua, rappresenta una cellula (malata) di un più grande organismo. Lo scodinzolamento reciproco è quello che tiene incollato il nostro paese, in tutti i suoi aspetti, al vecchio, alle pratiche stantie della politica e nel sociale. E’ evidente che sono io a non funzionare: ma è di questo che parlo, di me che non funziono: di che altro?

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ogni anno, puntualmente (e puntualmente lo dimentico)
profluvio di memento e di contromemento:
c’è chi ama definirsi antisionista (pochi invero i sionisti)
mi dimentico, quando dovrei ricordare, per esempio,
che antisraeliano qui non c’entra
ma puntualmente trovo chi il problema centra
ricordandomi un’equazione che non mi torna
(shoah e israele – vero? – non son la stessa cosa:
risvegliare morti che dormono mi frastorna)
regolare come da copione a par-che-piova
in questo giorno il dibattimento sul filo del rasoio
se i morti sono seimilioni o trecento giovani
e forti (e vecchi e bambini e donne). mi annoio:
il calor di fiamma lontana a che giova?
potessimo trasformare il giorno della memoria
in trecentosessantacinque giorni di storia.

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la bustina del mio controdolore
non posso prenderla a stomaco vuoto
son quasi contenta di quel sentore
come di cane che raspa nei bronchi
bisogna mangiare qualcosa è noto
se non vuoi che lo stomaco t’accocchi
non me lo faccio ripetere due volte
non m’importa del cane né dei cocchi
m’importa del te e dei biscotti

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