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Archive for the ‘nuovo alfabeto’ Category

strani incroci zooantropologici

danno forma a sempre nuove

razze di eletti autoelettisi

stare alla finestra e guardare

guardare quanto può durare

questo fitto scambio di elogi

come quando fuori piove

[poi in pianto volgeranno i detti]

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vorrei trasgredire,
combinare un bel pasticcio.
risolvo i guai altrui,
aggiusto cuori, mi impiccio;
sistemo nodi alle cravatte,
correggo errori di lingua,
chiedo scusa. vorrei
far piangere qualcuno,
spezzare almeno un cuore,
stare a guardare
un gran disastro
e non saper più ricominciare,
non saper più come i cocci
raccogliere e incollare

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si ricomincia dal controllo
dell’ordine del giorno
delle convocazioni
[sperando di non esserci
neanche fosse la pagina
dei necrologi sul giornale]

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diventando vecchia ricordo troppo
ricordo tutto [e non dimentico
- ahimé - come un tempo i torti]
ricordo uno per uno certi
sorrisi la scioltezza di un gesto
un bicchiere bevuto insieme
un ti amo quando
non c'entrava niente col momento.
di veramente brutto forse [fino a tempi recenti]
non c'era stato niente di rilevante
che meritasse d'esser ricordato:
adesso mi par tutto un dar di gomito
uno starnazzare inquieto
uno sfrucuglio di gnomi
ignobili che prima non vedevo.
sarà la presbiopia incalzante
la pazienza prossima all'arresto
la pena che più forte provo
per tanti che prima sentivo affini
ma lo sguardo mi vaga sempre più lontano:
e però nell'andarmene di qui [sempre più spesso]
mi porto le ferite i contrattempi 
le piccole miserie quotidiane.
il male ha fatto strada si è raffinato
sa come incunearsi nei pochi anfratti desti
della mia svagata indifferenza
sa come colpirmi mettermi in ginocchio.
le ossa infragilite il sonno tormentato
il caldo e il freddo a tutte le stagioni
non sono niente contro la fragilità
dell'anima che mi sono conquistata
col sudore della fronte l'applicazione
seria costante e determinata
la fulgente maturazione di una vita.

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ricordare è bello, sì, ma non troppo
perché non si può dire ai ricordi
tu sì, tu no, tu stattene in un canto:
non hanno padroni. sorgono lesti,
veloci sgusciano con la corazza
irta di squame dure come rettili
ripugnanti, con le gambette secche
di piccolo elfo vile e beffardo,
con il fruscio sinuoso delle fate.
vuole toccarne il velo trasparente
la vecchia bambina: ma ne riceve
per lo più un morso, una zampata:
una stridula malefica risata.

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chive e live: due begli avverbi di luogo
che profumano di montagna 
di pini e porcini di prati
sfacciatamente assolati
non so più se ancora r-esiste
qualcuno a dirli questo qui e
così stranieri e se c’è una bambina
che ne ascolta il suono rapita in sogno
a contare prima ancora di saper contare
il ritmo l’accento a ca(r)pirne il senso
oltre il mistero

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Meglio che me ne vada a Berlino
come quei due, mi ha detto un angelo,
qui fa troppo caldo,  ci rimetto le penne.
Volevo dirgli lascia stare, ma s’era già levato
in volo – per un angelo vuol dire dieci quindici
minuti massimo venti se soffia borea – ma non è
stagione. Chissà come s’è trovato col cielo azzurro
neanche una nuvola: e quaranta gradi! peggio di qua.
Un angelo caduto mezzo lessato spiumato e ingannato.

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