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Archive for the ‘pensierini’ Category

morte

un poeta quando scrive, vicino o lontano, a ben guardare sta sempre parlando della morte. ne parla in modo esplicito, chiamandola morte, in modo sfumato, con molte immagini, molti nomi. ma la morte è sempre nelle sue parole. se non c’è una qualche morte, una qualche forma di morte, non è poesia. egli ci parla della nostra vocazione alla discesa, della disperazione della discesa, della desolazione di essere vivi per morire. è per questo che la poesia non la vuole quasi nessuno: giace negletta, la vera poesia, come un parente povero, un po’ matto, di cui i parenti ricchi e sani si vergognano.

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La “dota” (il corredo della sposa) constava di un numero di (almeno) tre capi per ciascun tipo di tessile necessario: tre completi di lenzuola, tre tovaglie, tre camicie da notte, tre set di asciugamani. Era la base: le più ricche avevano mute in numero di sei, di dodici, destinate a ingiallire miseramente nei bauli: perché sarebbero state quelle tre di base ad essere costantemente utilizzate. Non avere una “dota” cospicua da far vedere alle amiche, e la madre della sposa alle sue (in qualità di maggiore contribuente all’allestimento della stessa, vuoi con regali, vuoi con ricami dalle sue stesse preziose mani), costituiva, un tempo non antichissimo, motivo di disdoro. Ebbi amiche che me la mostrarono a sedici anni, perché la “dota” andava messa su per tempo, come i “risi” di sior Todaro; cose veramente belle, in verità, ma che mi comunicavano un velo di malinconia. E la andavano rimpinguando ai compleanni (tu pensa: almeno dieci anni di regali “utili”).
Mi sposai in fretta, a ventiquattro anni, pur senza figli in arrivo: così: “per allegria”; senza un soldo, con la necessità di acquistare il necessaire. Mi attenni, per ragioni di moneta, alla saggia terzina suddetta, consigliabile a tutte, per le ragioni summenzionate, in ispecie in tempo di crisi, che mia madre riassunse epicamente e proverbialmente così:

una indosso una in fosso
e una par quando ti te caghi ‘dosso.

 

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Probabilmente gli studenti, prima di affrontare una prova scritta, si fanno un cicchetto o una canna per tenersi su, per vincere la paura: altre spiegazioni non so darmi di certi risultati deliranti.

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parlando alcuni giorni fa con una cara amica al telefono – di quelle che si fanno trovare, sempre: e motivi per negarsi ne avrebbe – poetessa di larga esperienza nella “scrittura” (virgoletto perché odio profondamente questa parola, ma anche mi adatto bonariamente ad usarla), ho capito una volta di più che quello che scrivo lo faccio prima di tutto per me. e aggiungo: come quando cucino: prima di tutto mi diverto e poi lo condivido. dalla condivisione del suo pane e companatico (l’immagine del convivio dantesco è sempre viva, mutatis mutandis) ne è venuto apprezzamento nel tempo ed elogi da persone che, dice, mai si sarebbe aspettata.
le cose vanno così: se c’è sostanza, lo dirà il tempo.
nessuna chiamata alle armi, nessun programma: soprattutto nessuno pensi di dire cosa ci deve o non ci deve essere nella “scrittura”. tutti i programmi e gli appelli hanno/hanno avuto sempre un che di ridicolo e presuntuoso: soprattutto quando non si accettano i limiti e le chiamate d’altri, ché spesso si incontrano di questi soloni, e allora tutti i soloni hanno ragion d’essere, oppure nessuno. non è più tempo per regulae. guardino tutti nel loro fiumicello, se per caso non scorre fangoso*, invece che nei rivoletti altrui. non è più tempo: e ancora, tuttavia, sarà il tempo l’unico giudice.

*Hor, Sermones, I, 4,11

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Le scoreggette d’autore profumano

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a mo’ di “pensierino della domenica”, grazie ad Anna Maria Curci

http://poetarumsilva.com/2013/10/20/oskar-pastior-resa-dei-conti/

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Che il poeta da strapazzo vada a capo un po’ a caso, è l’idea confortante di tutti quelli che non sono nemmeno all’altezza dello strapazzo. E ce n’è che stanno su, per qualche non sempre chiara ragione e guardano in basso e ne ridono, per scaldarsi al pensiero che certi loro sterili papocchi siano poetici, e nient’altro.  C’è chi invece sta in basso e guarda coloro che provano e riprovano e di suo non arriverebbe mai nemmeno a lambire il margine estremo della poesia strapazzata dei poeti da strapazzo: e tuttavia ne ride. C’è chi sta in disparte e se la ride degli uni e degli altri: la poesia, come la nostra vita, non è immortale – oggi non è immortale -, non ci seguirà nemmeno nella tomba: e non rende immortale alcunché. Ma non è, sia chiaro, sfogo. E’ un mutante, e una mutanda: da calzare per coprire malamente la vergogna di essere vivi.

self made

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