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Archive for the ‘piccolo alfabeto del malumore’ Category

Alla maturazione consegue il disincanto

del riconoscere troppe anime mute

occhi che non guardano quando un tempo

era tutto un vocìo e un trafiggersi degli sguardi

un assalto dei corpi da tenere a bada.

Vedere e riconoscere questo sfarsi

esserci arrivata mettere il dito nella piaga

varrà almeno il suono di un applauso?

 

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Neolingua postbabelica: mi chiedo

se sono l’unica a trovar poco da dire

se mi parlano di civiltà elastica

di principi olistici di alterità.

So solo che mi batto e arrabatto

rabbiosa e furibonda perché le mie parole

dicano le cose. Vado a capo, talvolta,

perché non ne vengo a capo, per dar la volta.

 

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E’ un peso talmente insopportabile

quello che di colpo ti assale

alle reni, se volgi il capo a ritroso,

impaziente malfido orfeo!

Per contro t’accorgi della leggerezza

dei tempi accampata su uno sfondo

di parole e atti consunti, inservibili,

che stralunati sbirciano dal magazzino.

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L’indifferenza e l’inattingibilità

dei luoghi malabitati dagli umani

(dismesse vie di lemuri desolati

caseggiati cantieri abbandonati

iati di cemento tra cosa e cosa

musei a cielo aperto cariatidi

di onnipotenti banche onnipresenti):

aspiro a un mondo sempre più lontano.

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La tentazione è forte:

l’incertezza e il tormento

di questi anni di latta,

che sminuzzano la pazienza

anche ai santi, fanno fare

cose stupide, come chiedersi

se questo o quello non fosse accaduto,

come sarebbe se per esempio invece.

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Non vendo tegami, né pentole:

senza coperchi men che meno.

Il grande Venditore le ha piazzate

in ogni casa: ci cuociono le anime

che lui si mangerà.

Ho una nuova paideia, da qualche parte,

se qualcuno sapesse che farsene.

Non la vogliono: non attacca.

 

 

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C’è un posto al mondo

un u-topos odioso

abitato da uomini

potenti e concupiscenti

che fottono laggiù in basso

con il rischio di clonarsi

in mille piccoli nani bastardi.

Era un bel paese, Galaad.

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