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Archive for the ‘pocheideemafisse’ Category

riporto un mio commento ad un pezzo di M. Lotter (che non conosco) testé letto su Poetarum silva: non perché le mie considerazioni meritino chissà quale attenzione, ma per “salvare” qualcosa in cui credo dal garbuglio – gliuommero – dell’età e del troppo studio (davvero sta per subentrare l’entropia!). quando succede di vedere un piccolo frammento di chiaro, vale la pena fissarlo. l’argomento era questo:

http://poetarumsilva.wordpress.com/2012/08/19/scrivo-poesie-e-non-so-di-cosa-parlano-riflessioni-sul-messaggio-artistico-di-m-lotter

io rispondo così:

se può servire, anche se ne dubito: ho preso coscienza da poco che ciò che scrivo è il risultato di una condizione inevitabile (niente di “ispirato”, niente di “romantico” in questo) e che non ho davvero nessun fine: tanto meno quello di arricchire o migliorare ciò che mi circonda. non scrivo tuttavia “per me”, altrimenti tutto sarebbe ancora nascosto nel solito cassetto (e anche sull’esistenza di cassetti si potrebbe obiettare che essi sono già uno scrivere non per se stessi). a differenza di d.e. bragagnini non vedo una contraddizione in quel passaggio preciso, ma un nugolo diffuso di sicurezze e incertezze tipiche dell’età giovanile, che è un bene che si manifestino, ma anche un “male”. un male se dovessero continuare nel tempo a riprodurre un’idea del fare poesia – e non riesco a dire dell’essere poeta: proprio non mi riesce – come qualcosa di eccezionale, sotto sotto orgogliosamente salvifico. consiglio – oh, giusto per l’età avanzata, mica per maestria di similpoeta quale sono – di considerare chi riceve ascolta legge la nostra “poesia” assolutamente, invece, come altro-da-sé, non come una “porzione di sé”: ha diritto, l’altro-da-noi, alla comprensibilità, alla cura del testo, anche se ci importa o meno di far arrivare un “messaggio”. se lo pensiamo come parte di noi – e qui vedo dell’ingenuità, un ardore per l’appunto giovanile: che disgraziatamente o fortunatamente non ho mai avuto – rischiamo di esprimere l’ombelico, di sorvolare sulla chiarezza, di parlarci addosso (come molta pretesa e pretenziosa poesia fa tuttora). consiglio anche di prendere in esame le famose gabbie interpretative: quante più se ne può ingurgitare: per poi espellerle, magari, ma di non cadere nel duplice errore di credere il giudizio dei critici come ciò che uccide la poesia e perciò tossico, e in quell’altro, che da questo deriva, di aver detto, di stare per dire, di star scrivendo la parola antica con un nuovo senso: solo se si legge legge legge e ascolta ascolta ascolta forse questo potrà accadere. in ogni caso, convinzione di vecchia non-poeta: spero che la mia non-poesia non aggiunga niente di nuovo al già detto, o che, per lo meno, non mi accada di pensare orgogliosamente di star facendo questa cosa immane. mi basterebbe si vedesse che dentro ciò che scrivo c’è l’omaggio e l’inchino ad una tradizione antichissima, di cui mi sento soltanto testimone e scriba.

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Qualcosa non ha funzionato: perchè tutta la società è un grande omogeneizzato in cui le passioni umane, a cominciare dall’odio e dall’amore, sono esorcizzate invece che interpretate, perché tutta la società guarda ai risultati, ma non ha più fini. E la politica (che non è solo economia, accidenti!) ha come unico scopo la riproposta dei politici e non l’interesse della comunità, le poltrone e non il “senso” dello stare insieme di quella comunità. Nel nostro paese forse non c’è mai stato un “senso” politico: nell’emergenza è ora di darselo e di impedire al mercato di essere l’unico orizzonte possibile. E di cominciare a lasciare il cachemire nel cassetto per i giorni di festa(1).

1. mi riferivo allora alle apparizioni in tv di certi politici di sinistra che indossavano abiti di cui ogni singolo pezzo valeva uno stipendio di quegli operai dei quali avrebbero dovuto rappresentare le istanze di equità

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QUI

per farsi un’idea di sinistra circa un’idea fissa della destra

(con la partecipazione di un paio di insegnanti sicuramente di sinistra piuttosto destri)

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Io oggi celebro – il Leprotto bisestile mi darebbe ragione – il mio non Ottomarzo.

E adesso picchiatemi pure.

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Il paese reale! Il paese virtuale! Il paese politico! Il paese dei politici!

Non c’è scampo: siamo dove siamo, abbiamo chi abbiamo,

perché anche noi vermetti  nel nostro piccolo

coltiviamo invidia e livore e piccineria

e strisciamo strisciamo

zampettiamo

sbavando

viscidi

verde

nero

no?

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Più che bisogno di distinguermi

avrei bisogno di estinguermi.

Non cerco la distinzione

ma l’estinzione.

Il nulla.

Fine.

 

 

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“L’odor de l’omo fa revegnir la dona”.

Carlo Goldoni, La puta onorata, Scena ultima

Si vorrebbe di no, ma più passa il tempo e più me ne convinco. A chi l’omo  mancò o manca, si dice che le manca “el soramànego”, specie di pialla atta a sgrossare. Luigi Meneghello dice che “le done … gussarle”: passarle alla “gua”, arrotarle. Sempre di “attrezzo” si tratta. Conosco donne antipatiche con le donne, che appena arriva un paio di pantaloni nel raggio di tre metri squittiscono, miagolano, tutto uno zucchero. Ecco, quella è una cosa che mi fa imbestialire.  Inversamente proporzionali nel gesto alla quantità di ripassate, piallate, arrotate ch’hanno pigliato nella di lor vita.

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