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Archive for the ‘poesia’ Category

https://giardinodeipoeti.wordpress.com/2014/02/18/lucia-tosi-2/

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Per quanto mi sforzi

di finirla all’anno passato

– alberi palline fiocchi scatole

lanterne corone pungitopo –

mi arriva addosso l’odore

di resina, irresistibile.

Adesso è l’ora dell’assalto

ad ogni coccarda un ricordo

da amaro a meno amaro

dolce mai, salato anche:

le lacrime per un gioco

durato poco

per te che mi chiamasti Anna

ma il mio nome è Lucia.

Sembra un secolo

che te ne sei andata

un giorno soltanto

dal tempo dei riccioli d’oro.

In mezzo, a migliaia,

i miei natali, amari meno amari,

dolci, che io ricordi, mai.

(Natale 2010)

 

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 mi no so gnente de come resister a la morte

 no so de denunce spietàe

 so vegnua su ‘bastansa ben

 drento case gelide umide e smorte

 indove, tirà via le ore del sòno

 e quei quatro minuti par magnar,

 el resto del tempo scoreva scolorìo

 in fantasmi de svago e tremenda

 eterna piasevole letura provando

 i sentimenti che gà da provar la roba

 in man ai òmini e i stomeghessi

 dei essari umani, piàvoli

 o personàgi gingilo. so de no saver

 ‘bastansa: ma me basta chel ‘bastansa

 pa’ invelenarme la vita

 pa’ sercar morta-de-fame el travo

e scriver chel tanto al giorno

dei schiti de osèo e del stagno, dele mosche

e dele formìghe che ne infesta

la festa e i ne la rende cussì grave.

no so se ti xe poesia e se ti pol resister

 – come che dixevo – a la morte

se el to dir serva a denunciar qualcossa.

so solo che ti sta co mi

ti me spalanchi i oci impegolai de caigo

ti me sconsoli a mezogiorno

ti me consegni dei dopopranso inutili

che no combino gnente ti me lassi

dei vaucer de vodo da consumar nel viagio

de note e te ritrovo da novo sentada qua

bela comoda co l’aria de torme in giro

che ga na nemìga che sa de ‘ver

zà vinto.

 

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oh, soave il rombo in lontananza!
cielo in subbuglio, nuvole indaffarate
[disabituate com’erano ad apparecchiare,
le mantenute, corrono impazzite,
i venti le spronano: tu avvoltolati
a spirale, tu mettiti
verticale, tu piccolina gonfiati,
fai la faccia nera, tu va di là
e aspetta, poi viene borea
e ti dà una sistematina,
tu non metterti a piangere ora,
solo al mio via!]
i rombi minacciosi si fanno
più vicini: sono spariti i trilli nell’aria
le voci in strada. ovunque un calare
di persiane porte che sbattono secche
e perentorie: è qui! è qui!
spalanco le finestre mi avvolgo
di grigio e blu. fra un poco pioverà
scenderò in strada senza ombrello.
sorriderò: le antiche danze
piacciono ai miei lari.

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F – come fatica

quando si pensa alla fatica

viene in mente una donna grossa

con gambe di varici ramose

l’ortolana la contadina

la lavandara

che affonda mani come spatole

nelle acque gelide schiumose

di una gora

tutto un repertorio di mestieri

letterari mai visti che qualcuno

pretende la nonna gli abbia raccontato.

ed era così per certo:

abbiamo anche le foto!

viene in mente la catena di montaggio

e il turno delle sei: quelli della notte

che smontano quelli del mattino

che cominciano sei-due.

facce stravolte sudate alienate.

quando pensiamo alla fatica

vediamo sacchi di farina

da portare a capocollo

pietre da spaccare nel porfido

rosso e nero di montagna.

abbiamo un mondo di visioni

consolanti romantiche immagini

mentali che stanno sulla libreria

e ciondolano un cartellino

con la effe di Fatica.

quando penso alla fatica

mi vedo prossima alle ramificazioni

al debordare del tafanario

sudata fradicia disfatta

che pulisco scale portoni

case d’altri

che lavo panni in ammollo.

eppure il mio rimuginare solitario

non è mai così brutto come la fatica

che non ha nome non ha senso

(e un senso invece ce l’ha: ma non si può dire)

quel non voler vivere quel sentire

di morire

di aver sbagliato giorno mese anno

di essere nata per recar danno

a me e agli altri.

la fatica di restare sempre indietro

di dire acqua e mi versano vino

di dire ci sto ma se ne sono andati

di porgere una mano che viene sfiorata

malamente quasi con disgusto

sentire il busto

staccarsi dalle gambe

la testa che se ne va in un canto.

nessuno che aspetta

tutti di fretta:

per andare dove si chiedono a parole

(il saperlo non è finezza)

ma lo sanno e sanno come

io sola resto fedele alla parola

che se dico non so non capisco

non ce la posso fare

è vero:

e non mi so cambiare.

la mia fatica moderna

è non capire è il groviglio

sempre più disfatto

della matassa

è il sentirmi un po’ vaiassa

un poco vivandiera

con una testa che hanno sbagliato

a darmi quel giorno

quel mese

quell’anno

del grande danno

della disfatta.

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oggi c’è da pensare con serietà e compostezza – prima di tutto per me –  alle parole di Anna Maria Curci

che ha colto, con la precisione chirurgica che le è propria, alcune cose decisive circa questo mio

s-canzonato modo di dire e scrivere che, per brevità, sono costretta a chiamare poesia:

http://poetarumsilva.wordpress.com/2013/05/19/lucia-tosi-metafore-del-freddo-sei-poesie/

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http://rebstein.wordpress.com/2013/05/07/fuoristagione/

alcune mie poesie scelte da Natàlia Castaldi per “La dimora del tempo sospeso”, l’amatissimo blog di Francesco Marotta

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