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Archive for the ‘poesia’ Category

leucade

il delfino che tra skorpiòs
e lefkada facendo carambole
coi suoi fratelli mi incantò,
sembrava volesse parlarmi,
dirmi vieni! tuffati! non aver paura!
mi trattenne un pudore strambo:
un’occasione noumenica perduta,
ancor mi chiedo se mai ne riavrò.

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franco veneto #1

bon, alura! gavem el president
de tuch la zent deficient
a no me piaz gnent
sta imbriagadura
piena de pagura
vedem quant che la dura
che la zent l’è meza morta
no ga pi gnent drent la sporta
chi gh’è, mo’, drio la porta?
a faran el govern de larghe intese!
noalter sem zent senza pretese:
de benvegnù ghe farem du tri scorese!
parissi ch’i gabia laurà durament
i l’è tuti desconizai, bruti, siupài:
de cossa, con quela testa da batipai!
mi par mi, l’è drio rivar i pezo guai!

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sine titulo

vorrei che non parlassi di morte

almeno non così spesso

e non prima di notte

la notte poi non dormo

inseguendo con un sonno

malato che pesa più di una veglia

la clamorosa ingiustizia

della tua malattia

vorrei che tacessi:

questi orecchi che pulsano

il cuore che ha balzi

(che ha conosciuto

e già dimenticato)

il sudore freddo

non li sopporto

è come morire ogni volta:

se muoio prima di te

non potrò più morire per te

 

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sine nomine

come fa presto tutto a precipitare
non si salva quasi niente
solo le cose lontane
restano avvinte
non viste,
vive

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day after day

verrà la guerra e avrà i vostri biscotti
il mio caffellatte i nostri figli
le loro teste d’uovo i nostri cattivi
pensieri sopraffini i distinguo
i perché i capelli spaccati in quattro
ma anche in sei, in otto.
verrà la guerra e diremo ma come mai
che bisogno c’era? la stanza dei bottoni
una faccetta marroncina una palla di lardo
un clic un’esplosione e poi più niente!
stavo bevendo il mio caffellatte
e, com’erano, i vostri biscotti?

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oggi dal cielo cadevano stracci
angeli che si smutandavano
in assenza di dio (andato
in vacanza alle barbados
stanco del freddo e vergognoso
di non potere nulla sul tempo)
annoiato a morte dai battibecchi
degli umani. verrà il diluvio
universale e senza noè,
morto ubriaco.

***

povere piante e poveri molto
alberi da frutto già fioriti.
penso ai fiori smarriti e intirizziti
al patto con il sole morto e sepolto.

***

accessi di tosse lacrime rantoli
sospiri il vestibolo dell’inferno
suona e rimbomba come casa mia
per la bestemmia bisogna esserci
portati ci vuole ritmo e fantasia.

***

il pesce d’aprile è un Leviatano

[l’ora del tempo
la dolce stagione
la discesa all’inferno
tutto ti dice
se solo stai accorto
che il tempo si compie]

***

il cane sciolto

randagio s’è fatto

è un cane colto

ma non “sul fatto”

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le madri

le madri sono essenziali per un’infinità
di inezie bazzecole pinzillacchere e quisquilie
solo loro sanno se il beige va col nero
e se il nero è troppo o troppo poco
come segugi lo apprendono le figlie
fingono indipendenza inalberano caparbietà
poi cercano le madri ne sopportano
lo sguardo di fuoco il piglio battagliero
si fanno piccole e giudiziose
bussano alla porta. le madri sanno
è un gioco stanco che si tramanda
come le ricette più appetitose.
ma per le cose insidiose
che contano pungono fanno impensierire
le madri sono delle inette come se
non avessero vissuto non fossero
state giovani mai. le fanno ammattire
smaniare imbestialire istupidire
le figlie alle madri con i piedi nelle fosse

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