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Archive for the ‘recensioni’ Category

Ieri sera a Xfactor a Morgan je rodeva da morire. C’è Fedez, l’ultimo arrivato, che ha ancora in gara tutti i suoi concorrenti, mentre il vecchio leone, sempre più lunatico, bilioso, stravagante, in quattro puntate ne ha persi due. Lo spareggio finale tra i due estromessi dalle due manche della puntata era tra due suoi. Ha dovuto eliminarne uno, eliminazione confermata dal giudizio del pubblico a casa. Ma, appena pronunciato l’ultimo giudizio, Morgan ha alzato le chiappe, preso le sue carte, cacciato all’indietro il ciuffo, e se n’è andato borbottando cattivo di non aver ormai più niente a che spartire “con la deriva che ha preso la trasmissione”. La deriva sarebbe che il pubblico non capisce, e dunque non premia, i suoi arrangiamenti stravaganti, decisamente eccessivi ed eccedenti lo scopo. Nello specifico della serata, destinata al tema della censura e della disuguaglianza, in cui si sono avvicendati, tra gli altri, bei pezzi di Lou Reed, Billie Holiday, Springsteen, decisamente più azzeccati e amabili, pur essendo, in ispecie quello cantato dalla bravissima scozzese Emma Morton, “Strange fruit”, un quasi inedito di Billie Holiday, drammatico, lugubre, non propriamente “cantabile”, che fa il maestro Morgan? schiaffa ai poveri Spritz for five (un simpatico gruppo di giovani che cantano a cappella e ogni tanto, ma poco poco, steccano, e avrebbero potuto dare di più se fossero stati curati nella direzione di ciò che sapevano fare già abbastanza bene) un pezzo sconosciuto, dissonante, orecchiabile meno di zero, del maestro Roberto De Simone “Il gioco del cavallo a dondolo”, che, con tutto il rispetto, forse conosceva solo lui (tra i giudici di sicuro, figurarsi tra il pubblico in sala e a casa); ai Komminuet, un duo sbilanciato tra una brava cantante e un rapper così così, ha affibbiato “Je t’aime moi non plus” rappato dal ragazzo e stracantato dalla ragassa, con accenti alla Giuni Russo un po’ eccessivi, senza l’ironia di Giuni Russo.
Ora: Je t’aime… è diventata negli anni una macchietta, che scandalizzò forse, e dico forse, il pubblico del 1969; se i Komminuet l’avessero cantata ironizzando, avrebbero aggiunto una tacca alle infinite versioni caserecce e pecorecce de noantri: senza ironia ne è venuta una cosa senza senso. Forse Morgan è troppo avanti per il pubblico italiano, che è di bocca buona: in ispecie se stravaccato americanamente sul divano con birre e panini e altre cose velenosissime. Noi di casa, che non siamo di bocca buona, pur senza essere degli esperti, non abbiamo capito/gradito le due performance, mentre, in linea di massima, gli altri concorrenti sono stati, come si dice in gergo teatrale, “credibili”. Ci sono delle voci bellissime nel concorso: quattro di queste, tutte voci maschili giovanissime, sono appannaggio di Fedez che sa catturare il pubblico giovane con il suo modo facile di fare e diretto e fantasioso nell’esprimersi. Gli altri due giudici, Mika e Victoria Cabello sono molto gentili, preciso e professionale Mika, più incerta la un po’ svamp Victoria. Ma nessuno di loro arzigogola commenti lunari, mentre Morgan puntualmente dice cose frammentarie, sconnesse, spesso contraddittorie. Siccome ieri sera buttava male – e la colpa è solo sua – ha cominciato a rifilare perfidie agli altri concorrenti, trovando da ridire su inesistenti peli nell’uovo: ma il vero coup de théâtre è stato l’abbandono “per sempre” di X factor.
Ci ripenserà, perché ha firmato un contratto e, sai le penali? ma l’episodio merita una riflessione: se sei così avanti, ma così avanti che pensi che il pubblico non ti capisca e non ti meriti, fa’ tu, in quanto “maestro” un passo verso il pubblico. Il luogo, inadatto e molto popolare, impone un pizzico di originalità e tanta pazienza. Se in Italia si ascolta Gigi D’Alessio vorrà pur dire qualcosa, no? Che poi, scusi maestro Castoldi: quale genialità dovremmo vedere (sentire) nell’orrenda sua versione della già orrenda “Je t’aime moi non plus”? un pezzo furbetto, commerciale, di quello che lei reputa un “mostro” quale Serge Gainsbourg, che dovette la sua fama principalmente a quel pezzo e al fatto di far cantare attrici stonate? Abbia pazienza, eh, Morgan? Si metta il cuore in pace: lei e i suoi protetti semplicemente non siete piaciuti. Punto. Succede anche ai più bravi di prendere un granchio. Bisogna però saper stare al gioco: perché di questo si tratta. E poi con chi se la prende: con i suoi colleghi? Se se l’è presa con il povero pubblico a casa, stravaccato sul divano a mangiar schifezzuole, è assurdo. Per parte mia ho avuto il piacere di verificare che le sue critiche furbastre e cattivelle non hanno avuto su di esso nessun potere.
Se la trasmissione, come molti beninformati tendono a dire, è addomesticata, a me non interessa, per lo meno qui: mi interessa notare come l’ipernarcisismo, lo sfoggio di una cultura “alta” e “altra” alla fine non paghi. O la metti con fatica in circolazione, oppure te la tieni stretta (ché, purtroppo la cultura non può essere mai veramente popolare): ma non vai in trasmissioni leggere e non ammorbi il pubblico con i tuoi discorsi fumosi. Divulgare è un’arte sconosciuta: la più parte fa solo passerelle, in tutti i settori.

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Mi è capitato tra le mani un librino della collana Saggi brevi di Einaudi, del 1990, La verità del gatto che raccoglie interviste di Enrico Filippini, collaboratore di Repubblica, co-fondatore del catalogo Feltrinelli, traduttore di filosofi tedeschi come Husserl e Benjamin; uno di quei libretti che non si ricorda di aver letto e che, spolverando, o mentre si sta cercando altro, capita di reincontrare. Librino/libretto detto così per il formato, il volume raccoglie interviste e ritratti fatti a grandi pensatori e artisti, alcuni già morti all’epoca dell’uscita della raccolta – gli articoli sono del periodo 1977-1987, nel 1988 Filippini morì prematuramente – curata da Federico Pietranera, con l’introduzione di Umberto Eco.
Perché ve ne parlo? perché, se guardate le date, tutto il peggio doveva ancora accadere (1990) e tra la fine degli anni settanta e ottanta ancora si poteva parlare profeticamente, ma con una certa buona approssimazione, della società che stava per manifestarsi. Non era bello ciò che si prospettava nelle parole di Alain Touraine, ma pareva di potercisi opporre, allora; si parla di “piacere perverso della letteratura” a proposito di Roland Barthes e tutti e tre i termini dell’espressione allora avevano senso pieno: ora costituirebbero un inutile datato e spietato slogan che qualcuno ancora agita, mentre, almeno “letteratura”, non ha quasi più senso; si parla variamente di “modernità” che, ricordo, era allora un punto focale di tanta indagine filosofica e socio-antropologica: travolta anch’essa dall’ironia di chi, non sapendo veramente di che tratti la questione, bastonò, per negarla, e ancora lo fa, la nozione di “post-moderno”; si parla di Simone Weil, di Sartre, di Benjamin, di Contini, di Habermas, di Laing, di Grass, di Handke, di Enzensberger, di Marquez, di Klossowski, di Popper e di infiniti altri, che compaiono nei diversi articoli e nei richiami che vi si producono, che hanno popolato le mie letture giovanili. Non è rimasto niente. Provo una grande tristezza per il nulla estremo che ci circonda, per la pochezza, la miseria, i sogni perduti, per una grandezza smarrita che doveva indicarci almeno un pezzo di strada e per quello che invece “succede”.

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Stefania Crozzoletti o “della guerra dei mondi”

Avevo chiesto qualche tempo fa a Stefania Crozzoletti di mandarmi alcune sue poesie che ritenesse significative, perché volevo farne una lettura per queste pagine del Giardino. Mi mandò questi testi:

non farmi a pezzi, parola

cadi lieve sul fondo

disperdi i frastuoni

silenzio, la bambina dorme!”

allontana i mostri legnosi, tignosi

sii docile, fatti lavorare

non approfittare del sonno

per beffarmi e pugnalare

ti dissi “ricostruisco la casa

se mi porti i mattoni”

invece è partita feroce

la lapidazione

giurasti di essere

la seconda possibilità

miele che guarisce

invece sei tossica

medicina sbagliata

non demolirmi, parola

ridiventa gentile

benedici i balbettii

cancella i peccati

e bussa prima di entrare

 

 

sirene

 

non segue il richiamo, il coltello gentile che tenta l’affondo

allontana i colpi, scansa il ragno paziente

 

d’ora in avanti non parlerà di pelle

nemmeno sotto tortura

 

sorride dell’infruttuosa pesca in alto mare

sulla riva raccoglie pesci storditi da ventiquattromila baci

e vecchie sirene con la coda in fiamme

 

non scriverà di umori

nemmeno con una pistola puntata alla tempia

 

le parole che arrivano di corsa hanno il fiato corto

 

 

 

 

tango di mezzo inverno

 

Sembra che le foglie non si vogliano staccare

con questo mezzo freddo

si tengono addosso la fede i colori

e rilasciano preghiere

prima della crocifissione a terra.

Il primo gelo – dice mio padre –

arriverà come una mannaia

a rovesciarle a terra

è solo questione di tempo

 

Gli amanti seduti di fronte

sono occupati a tempo pieno

a tenersi incollata la pelle.

Cinica sorrido

mentre al finestrino del treno mi appare

il ghigno di un centro commerciale

o è il profilo del maestro di tango

che farà scivolare su perle di sudore

anime e corpi in fuga

 

è solo questione di tempo

 

 

canto d’agosto

 

Ricomporsi”

è l’invito, il suono che risveglia

chiamare a raccolta i pezzi perduti nello spazio

circostante, dimenticati dalla storia”.

 

Confusi arrivano

al mio centro, si attaccano

come ferraglia sulla calamita

 

un disordine che fa male.

 

Si cercano mente e frammenti di corpo

che sono stati uno

nei rari momenti di grazia

[non reggono ora la fatica del riconoscersi].

 

“Serve soccorso, anime

e chiamo a me le voci delle madri

eredità di parole in forma di conforto

acqua e cibo nei giorni di metallo.

 

Arriva il canto e incide la pelle

sorelle maggiori portano in grembo

buone domande che sono già risposte

 

respira!”, dicono

possiamo partire, ora”.

 

Cammino con la mia piccola madre

di carne, creatura di seta partorita dalle colline

senza parole per sé, senza il calore

 

non dipendere mai da un uomo

l’unica certezza, il suo dono

ma io li ho contati i suoi mille sì

detti sottovoce.

 

Vedi, se c’è una storia, questa è la radice:

desideri mai pronunciati, il dovere che sfiora

il martirio.

 

Il tempo ripara con pazienza

dice la legge che impone l’oblio

 

ma con che cosa teniamo unite le storie, le mani

se abbiamo solo corpi che spurgano finzioni.

 

Il canto d’agosto arriva da prati d’erba e ortiche:

è il respiro della nascita, infinito e puro,

il fiato lento e calmo delle madri che cullano.

 

canto senza spartito

 

A Laura stanno ricrescendo i capelli, ha il sorriso bello,

gli occhi lucidi e scuri: “non ero preoccupata per me,

pensavo piuttosto ai miei figli”.

 

E’ così che dovremmo essere, roccia e sempreverde insieme.

 

Ci attacchiamo alla vita quando sfiancata oscilla e minaccia

di cadere a terra come un frutto maturo,

non vogliamo perdere nemmeno un grammo di possibilità,

 

perché se tutto finisce, s’interrompe il canto

e abbiamo bisogno delle note finali

per applaudire l’orchestra.

 

Arrivano da fuori le braccia che mi riprendono,

sono bambini che cantano senza spartito.

 

 

[la poesia | la testa | lo stretto necessario]

 

È accaduto. Così com’è arrivata, se ne è andata. Spaventata, forse, ubriaca di parole, stanca di vomitarsi addosso.

La costringevo ad ascoltare le voci, tutte le voci che sbattevano sui muri delle case intorno alla piazza, i cicalecci, le risa di scherno, i commenti malevoli di giovani promesse petulanti e vecchie glorie ingioiellate. Troppo per lei, esserino debole e sconnesso.

Troppa l’attenzione richiesta al suo sguardo marziano. Troppi mattoni sotto_sopra_ai lati.

Se ne è andata perché le ho chiesto di farlo, non in modo esplicito, ma pensando intensamente che l’avrei barattata con un giorno senza assilli, né pensieri.

L’avrei scambiata per una prosa brillante, con un trattato sugli ecosistemi del pianeta, con un film d’azione, un cartone animato. Se solo ne fossi stata capace. L’avrei offerta alle carovane di passaggio, in cambio di spezie profumate, dell’assenza di giudizio.

[Ma le carovane non si sono mai fermate davanti alla mia casa, e il baratto è pratica antica, fuori moda].

Così se ne è andata, senza preavviso. All’inizio non ho dato importanza alla sua fuga silenziosa. È uscita alla ricerca di uno spacciatore, si è drogata di versi sporchi, di analisi glaciali, è rimasta in balìa delle leggi di mercato. I suoi respiri erano avanzi da buttare.

Mi ha lasciata perché non l’ho saputa difendere, e ha fatto bene.

Tritata, stritolata, venduta, quasi mai donata – se non per ricevere qualcosa in cambio – ammassata nella discarica virtuale, si è sentita umiliata. E come una moglie delusa, ha messo in una borsa lo stretto necessario e ha preso il largo.

Per consolarmi, mi ha lasciata in compagnia dei Pochi. A mo’ d’esempio: vedi, questa sono io. Tutto il resto è carne macinata, mascelle serrate, falsi sorrisi, rabbia repressa, interessi da tutelare.

Loro mi diranno cosa fare. Con le vite che si chiudono, passi definitivi che tracciano il sentiero, accompagnano. L’esperienza non significa nulla, serve sempre una conclusione. Questo rimane, mi rimane – alla fine – dopo l’ebbrezza della creazione, l’illusione della condivisione, la delusione che segue la presa d’atto. I mondi, in fondo si assomigliano tutti.

 

 

[ci sorregge l’inferno

con memoria di elefante

e vista acuta

 

mille anni fa ci vide passare

e ancora ci ricorda

scombinati esseri

vestiti da guerrieri]

 

 

verso est

 

È un po’ come allontanare

le ore scontate, le attese:

nulla arriva o torna.

 

Lo sguardo lavora contro

se non compie tutto il giro.

 

Sparecchiare, sistemare casa

togliere i quadri dal muro

[oh, le care rappresentazioni!]

 

abbracciare i parenti

fiaccare i confini fascisti

 

chiudere a chiave la porta

attaccarci il biglietto:

“nessuno qui è speciale

 

incamminarsi verso il primo

esercizio di vicinato

o l’ultima isola del tesoro

 

con o senza cane – poco importa

[si vive comunque].

 

Verso est, la mia passeggiata sottile.

 

 

…e io da questi voglio cominciare, anche se la riflessione includerà riferimenti impliciti ad altre poesie e prose contenute nel libro poco prima della guerra, Kolibris, uscito ad aprile di quest’anno, di cui fanno parte i brani riportati, tranne l’ultimo, verso est.

Il primo aspetto che colpisce della poesia di Stefania Crozzoletti è la maniera spoglia e antilirica di registrare il vissuto anche di eventi minimi. Poche le rime, tendenziale l’andamento prosastico, accentuato da forti enjambement, spesso da strutture parallelistiche che non creano disordine, ma ritmo quasi “rassicurante”, lessico che non tenta funambolismi, rarità, ma precisione, che non esclude raffinatezza. Crozzoletti ricorre spesso a parentesi, saltando la familiare parentesi tonda, che tradizionalmente contiene un inciso, passando alle parentesi quadre, che in filologia rappresentano ciò che si dà, ma non ci sarebbe nel testo ufficiale: come dire “vi dico anche questo, ma non lo impongo, è una nota in calce, per chi volesse: un sussurro, un ritardato soprassalto della memoria, che vi accludo”. Per lo più interpreto con la stessa funzione l’uso indifferente del minuscolo, del maiuscolo, della scarsa punteggiatura a marcare nel segno di volta in volta prescelto un significato indiretto, laterale, dove, chi legge, ha visto risiedere quella liricità che non è mai evidente, esplosiva, “facilmente” riconoscibile. Mi urge, a questo proposito, una sottolineatura di carattere generale: trovo che la poesia oggi (la “vera” poesia), a conclusione di un percorso lungo un secolo, non possa che fuggire a gambe levate da ogni luogo in cui si manifesti (ancora) l’ipotesi di un lavoro astratto, d’illuminazione, per pochi eletti: o per pochi intimi, che fingono di capire le astruse associazioni sonore, eredi di un avanguardismo stantio che ha allontanato progressivamente, disamorandolo, il pubblico dalla poesia (non pretendo sia questo l’unico motivo del disamore, dell’indifferenza alla parola poetica).

Stefania Crozzoletti mostra di scegliere il terreno della linearità e della comprensibilità, distribuendo, tra le pieghe delle situazioni narrate (individuali ma collettive), quel tanto di sfuggente al senso, di nascosto, di irriducibilmente poetico che ne dichiara l’appartenenza: al poetico, non al prosastico. Illuminante è il passo in “prosa” [la poesia | la testa | lo stretto necessario], posto nel libro a p. 49. L’io poetico ci narra un’esperienza piuttosto nota (e ricorrente) a chi scrive poesia: forse non l’ha attraversata, o ha finto di non patirla, solo D’Annunzio, forse Carducci, gli inarrestabili: mentre noi s’ha particolare simpatia per gli imperdonabili, meglio ancora le imperdonabili, quei poeti che ricordano all’uomo ciò che hanno perduto, come sosteneva Cristina Campo; aggiungo io: poeti che parlano di assoluti attraverso relativi estremi. Come dice bene Alessandra Pigliaru nella prefazione al libro, Crozzoletti parla di una guerra in cui “gli unici vinti sono quelli che non hanno saputo ascoltare il proprio tumulto interiore e che non hanno potuto dire di no alla partecipazione attiva all’abiezione”. Ricordare agli uomini di non respingere, attratti da un presente omologante, “l’alfabeto della generosità e della responsabilità” corrisponde a mettersi tra le imperdonabili. Ma vediamo il testo.

1. La poesia va e viene, esserino fragile, troppo sollecitato a riprodurre tutte le voci, i cicalecci…la poesia ha uno sguardo marziano, muore se confinata tra case di mattoni: non può stare, cioè, alla regole di chi non vuole capirla. Non ce la fa, quando è vera, a reggere l’urto di un’ufficialità che pretenderebbe (in un mondo in cui tutti i lettori sono scrittori: e poeti) di avocare a sé soltanto il compito sacerdotale di fare poesia. Tolta di mezzo la poesia di vecchie nonne, tramonti e uccellini, stando in un ordine di raffinatezza espressiva, di eleganza, di tematiche che dal quotidiano spazino all’universalità (certi universali sono ormai quotidianità), chi può dire chi è oggi poeta? La poesia allora se ne va, disgustata.

2. Se ne va anche perché è il poeta che glielo chiede: vattene, non servi a niente, mi dai solo grattacapi, sto meglio senza di te, faccio una miglior figura se scrivo “una prosa brillante”: barattabile con altro, “spezie profumate”, per esempio, portate da “carovane” che però non si fermano mai davanti alla sua casa. La poesia non serve a niente, è derisa: meglio la scrittura,questo ritrovato scenico del teatrino dell’ “assenza di giudizio” [dei soliti noti: come Stefania, vi sussurro anch’io, fuori campo].

3. La poesia si sentiva sporcata dalle “leggi di mercato”: il poeta non l’ha saputa difendere ed essa l’ha abbandonato.

4. La poesia se sta, sta con i Pochi: ma quei pochi non sono un’élite: anzi sono tutto meno che elitari! Vorrebbero donarla, la poesia: e invece “mascelle serrate, falsi sorrisi, rabbia repressa, interessi da tutelare”, la maggior parte dei poeti [i Molti] la vendono, la stritolano.

5. Ciò che rimane è una presa d’atto amara: “l’illusione della condivisione”. “I mondi, in fondo si assomigliano tutti”: che ci riporta all’idea che la poesia sia qualcosa di alieno, ma non del tutto: ovvero si riconosce simile finché porta con sé tracce di alienità. Ciò che conferma l’appartenenza dei poeti, che non soggiaciono all’abiezione delle mode, delle confraternite, che non si fanno “carne macinata”, al regno degli imperdonabili.

Tutto il passo, scritto in prosa apparente, se posso semplificare così, costituisce commento al bellissimo componimento che qui vi viene dato in apertura “non farmi a pezzi, parola”, costituendo quasi, un esempio dell’antichissimo prosimetron, con cui i poeti amavano incorniciare, spiegandoli, i propri componimenti poetici. Il testo è ironico e coltissimo: vi è ritmo, una musicalità sapientemente interrotta, vicina al rap. La parola è dipinta come un essere indipendente, dotato di vita propria, un tempo capace di allontanare “i mostri legnosi, tignosi”, “miele che guarisce” (come non ricordare Lucrezio, De rerum natura, I, 936-942).

come i medici, quando cercano di somministrare ai fanciulli

l’amaro assenzio, prima cospargono l’orlo

della tazza di biondo e dolce miele,

affinché l’inconsapevole età dei fanciulli ne sia illusa

fino alle labbra e frattanto beva l’amaro

succo d’assenzio, senza che l’inganno nuoccia,

e anzi al contrario in tal modo rifiorisca e torni in salute.

Ora, invece, la parola è “tossica/medicina sbagliata”: a lei fa appello, con cadenze che ricordano Zanzotto, perché ridiventi “gentile”, benedica “i balbettii”, cancelli “i peccati” (innumerevoli altri echi lontani, non esibiti provengono da Dante, Petrarca, i Crepuscolari): ma la chiusa ci riconsegna un io poetico ironico, deciso a rintuzzare il fantasma di una poesia salvifica, consolatoria, che accampa troppi diritti sul poeta come se questi fosse solo un suo tramite (eterno “vate”: e sempre a rischio water, cloaca, “discarica”): “e bussa prima di entrare”, come dire alla poesia “le cose che contano sono anche altre, la vita è altrove (come direbbe Montale), mettiti in coda, non hai privilegi”. D’altra parte il poeta l’ha giurato: “non scriverà di umori/nemmeno con una pistola puntata alla tempia/le parole che arrivano di corsa hanno il fiato corto”.

Il che mi pare una weltanschauung, una poetica gigantesca, nella sua ambivalenza: da un lato un raggio d’azione “corto”, quella quotidianità, immediatezza di cui prima si diceva, del tutto apparente, dall’altro il ricordare che poesia, per l’appunto, è/non è immediatezza, ma, anzi, mediazione: e cesello, e lavoro.

[Chi scrive è tentata di ripetere persino il ritornello “sporco lavoro: e qualcuno lo deve pur fare”].

 

Stefania Crozzoletti (1966) è nata e vive a Isola della Scala (Verona). Ha pubblicato nel 2009 con Fara Editore la silloge Prima Vita (finalista al Concorso letterario Beppe Manfredi Opera prima, ed. 2009) e con Clepsydra Edizioni l’e-book La parte assente. Suoi testi sono contenuti nell’antologia Poetarum Silva, curata da Enzo Campi, Samiszdat 2010; ad aprile 2013 è uscito poco prima della guerra, edito da Kolibris edizioni.

mia recensione apparsa sul Giardino dei poeti, luglio 2013

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Ho finito Le colpe dei padri di Alessandro Perissinotto. Impressioni a caldo: è impossibile non pensare a Resistere non serve a niente, di Walter Siti, anche perché la voce narrante svolge lo stesso ruolo, quello dell’autore che raccoglie le confessioni del protagonista. La scrittura di Perissinotto, che altri definiscono “piatta”, è una scrittura limpida, contrariamente a quella di Siti, che, in quel romanzo, lungi dall’essermi sembrata di spessore, risulta talvolta poco comprensibile (e voglio vedere se posso permettermi di considerare o meno “comprensibile” una scrittura, o se, per l’azzardo di “incomprensibilità”, devo per forza rientrare nell’ordine delle pittaunghie, merciaje, pettinatrici di gaddiana memoria ). Mentre Le colpe dei padri dà luogo a un personaggio completo, attorno al quale girare e coglierne i diversi aspetti, il Tommaso di Siti resta per lo più campato per aria, reso poco credibile dal contorno wikipedico di nozioni finanziarie (peraltro soporifere). Il Guido di Perissinotto, il manager di quasi-successo, ha dalla sua la solidità di un ambiente e di una città ricostruiti con precisione nei loro aspetti urbanistici e sociali, sia si tratti dei quartieri degradati della Falchera, sia del centro, ormai omologato alla maggior parte delle città occidentali, visti in prospettiva storica. Il racconto di ciò che furono le lotte e gli scioperi degli anni ’60-’70, di come era la produzione nelle fabbriche, a Mirafiori e nell’indotto, mette il dito nell’occhio al lettore della mia età, che volentieri guarderebbe, per la vergogna, da un’altra parte, ma, seppur lacrimante, è costretto a guardare e a ricordare. E’ chiaro che ai quarantenni, che pure si sforzano, a volte scippandolo, di far proprio un passato che riguarda invece i cinquanta-sessantenni, sfugge per lo più la tenuta, o meno, di una ricostruzione sul piano di moment, race, milieu, per utilizzare la nota formula naturalistica (sebbene naturalistico sia termine, pare, da evitare qui, sul momento: fino a che, almeno, qualche bella testa auto-autorizzata non riterrà di doverlo evocare). Quello che ho trovato interessante di questo libro (che non è stratosferico, si badi bene: non so perché, ma non lo è) è la fusione, se vogliamo tutta “tecnica” – ed esibita -, di modi di scrittura differenti: il romanzo storico, il romanzo sociale, il thriller (apparente), materia nella quale Perissinotto è autore ormai esperto, il romanzo psicologico (l’ennesima ammiccante prova all’insegna del “doppio”: ma con una sua originalità). Il libro è fitto di citazioni e riferimenti letterari e cinematografici espliciti e meno espliciti, una buona dose dei quali legati a “torinesi” illustri: Pavese, Calvino, Primo Levi, Ginzburg, dal cui “Caro Michele” un personaggio trae il nome e il destino, ma anche al mio amatissimo Luigi Meneghello (nel capitolo “Libera nos a luamen”). Pare che arrivati alla fine della storia, o “dopo la fine”, tocchi scriverne: il problema non è il realismo o il non-realismo, come taluni mostrano di non voler nemmeno più discutere (per me falso problema vero): il problema è se un libro ci cattura o meno: lo può fare con il rifiuto pertinace a scrivere di realtà, o con il suo legare strettamente l’inventio al dato storico (sbrigativamente, vedi: Manzoni). Il risultato è buono quando nel testo, dove potevano annidarsi banalità o effetti di scarsa tenuta, l’autore li evita: e, addirittura, l’esperto di Tecniche delle scritture, Alessandro Perissinotto, nel suo racconto ce li addita metaletterariamente, intrattenendo un ulteriore colloquio con il lettore sul farsi del romanzo, quello che sta scrivendo, e sul fare romanzi in genere. Scrittura forse non esaltante, ma precisa, senza quel vizietto degli aggettivi sconnessi rispetto alla realtà che vorrebbero descrivere: con il risultato di occultarla o delle metafore alla Guillaume Apollinaire, non saprei come altro definirle, che vanno tanto di moda e da cui lo stesso Siti non è esente (senza peraltro impreziosire la sua scrittura). Il personaggio mi ricorda, forse perché viene anche esplicitamente nominato il suo senso di “resa”, l’arrendevole smobilitazione dei personaggi de La resa, di Fernando Coratelli, altro romanzo che può rientrare nella riflessione sul presente e il senso di perdita che molti avvertono, nonché La misura del danno, di Andrea Pomella, per il declino-precipizio in cui il protagonista si va a impelagare, anch’esso racconto (qui la scrittura è, però, a mio avviso, di livello superiore) tra passato e presente.

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qui la mia recensione al libro

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Mio cugino il fascista è il romanzo d’esordio di Vincenzo Ciampi, napoletano d’origine, romano da sempre. Fu pubblicato da Robin Edizioni nel 2005, ristampato nel 2013. E’ un libro che merita attenzione perché stratificato, cioè leggibile da livelli diversi di gusto e comprensione. Può risultare utile a chi poco sa degli avvenimenti degli anni ’30-’40, e tra questi  molti giovanissimi, se è vero, come è vero, che quando si accenna a sigle quali CLN e RSI, si cita la guerra partigiana, la data dell’8 settembre, poco o nulla sanno, a meno che non siano “arrivati” a quel periodo storico. Spesso ne conservano tuttavia una conoscenza fumosa: si convincono che i tedeschi erano nemici, e che gli italiani erano alleati degli Alleati. Dunque il libro potrebbe avere un’utilità a coprire, con l’accattivante formula del romanzo, delle voragini di conoscenze. Il romanzo ha la forma e la stoffa dei buoni romanzi storici: documentazione, sfondo, credibilità dei personaggi, una morale. La lezione manzoniana vi è tutta: inutile storcere il naso: quella rimane la scuola più alta a cui accostarsi per scrivere una storia d’invenzione che non stucchi con trovate banali, contraffacendo il “vero”. Di Ciampi ho letto con gusto Nulla se non il corpo, 2008, romanzo storico ambientato nella Roma della tarda Repubblica, in cui si intrecciano le vicende personali e collettive degli uomini politici di quell’epoca furibonda, viste dall’angolazione di Fulvia, moglie, tra gli altri, di Marcantonio. In entrambi i romanzi lo scrittore mostra di saper gestire con levità e chiarezza, senza perderli di vista, avvenimenti complessi nei quali si incastonano alla perfezione le vicende individuali di personaggi storici, noti e meno noti, e di personaggi d’invenzione. Nel caso del Cugino prevale l’invenzione, essendo la voce narrante quella di Michele, un giovane di famiglia altoborghese, del tutto inventata. Destinato a sicura carriera nel mondo brillante delle professioni, nella Roma fascista, Michele è attratto, anche se a volte se ne discosta criticamente, dalla straripante personalità del cugino Alessandro, Alex, di poco più vecchio, con il quale, più che con il proprio fratello, intratterrà tutta la vita un rapporto fraterno d’amicizia e fedeltà. Nessuno nasce perfetto: Alex milita nel Fascio, con astuzia e temerarietà e un pizzico di mistero ricopre incarichi importanti per il regime; Michele, al contrario, non vanta serie convinzioni politiche, è cresciuto negli agi propri della sua classe, diventa avvocato, entra in Banca: niente che lo veda particolarmente determinato in una o l’altra delle direzioni che poteva prendere la sua vita. Goffo con le donne, quanto abile e spregiudicato è il cugino, Michele si ritrova catapultato in circostanze più grandi di lui, a compiere, con oculatezza e metodo fino a lì impensabili, azioni pericolose a sostegno della Resistenza, segno che il suo mentore, l’ineffabile Aristide Dell’Acqua, non si sbagliava su di lui. E’, il Dell’Acqua, un liberale cavouriano, irriducibile ad ogni sopruso, ma anche abile edificatore di ricchezze imprenditoriali nel segno della correttezza, che ritiene il Fascismo una terribile disdetta, un inconveniente sulla strada della crescita economica e culturale dell’Italia e, come tale, oltre che per le nefandezze che va compiendo come alleato dei nazisti, va combattuto. Il romanzo è anche un bildungsroman: però il protagonista cugino risulta un personaggio statico nel suo inquieto ed irrequieto stile di vita, non scostandosi molto da ciò che era da ragazzo, un tantino sbruffone e temerario, per quanto sinceramente affezionato a Michele, mentre Michele entra nella storia con nessuna certezza, un po’ imbranato, quasi un inetto, per poi diventare uomo, uscendo dalle vicende patrie profondamente mutato. Nella conclusione Michele rivede con estrema umiltà il suo apporto alla causa della libertà non sentendosi affatto l’eroe che in molti dipingono: ha invece imparato, a titolo del tutto personale, a valutare le persone che lo avvicinano e a dire no alla comodità di una professione sicura. La storia ha il suo bello in questo tenere in equilibrio coerente i personaggi, fornire qualche colpo di scena da batticuore, il giusto dosaggio di vicende amorose e familiari, il rigore, ma anche la leggerezza di tratto circa le vicende storiche. Si incontrano gustosi quadretti sui vari personaggi che spesso spingono il lettore a fare paragoni con l’attualità: è, questo, tra gli altri, il fattore per cui si diceva che il libro è leggibile in maniera stratificata. Il libro ha inoltre una morale: ma non del moralismo. Chi, per svariate circostanze, milita dalla parte sbagliata, ha diritto ad essere rappresentato e non giudicato: illuministicamente il lettore è condotto a trarre le sue conclusioni. La scrittura è limpida, non ha nessun atteggiamento manierato, si mette classicamente al servizio della storia narrata, e questo è veramente molto: come dire che lo stile vero, finalmente, è sembrare di non avere uno stile, mentre narrare è l’unica legge a cui rispondere.

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Libri che parlano di scuola, recensiti da me qualche anno fa, per LPELS, nella rubrica Vivalascuola!

Frank Mc Court, Ehi, prof!

“Dovrebbero dare una medaglia a chi scampa a un’infanzia infelice e poi finisce a fare l’insegnante, e io dovrei essere il primo a riceverla, quella e tutti i nastri che ci si possono appendere per i patimenti successivi”.
Frank McCourt (1930-2009) ha fatto per trent’anni l’insegnante in cinque scuole pubbliche e in un’università di New York: 30.000 ore di lezione, tenne a precisare, di giorno, di sera, ai corsi estivi; partito svantaggiato (irlandese di Limerick, cattolico), per tutti quegli anni si è chiesto se quella era la sua strada. Sì e no. No, perché si è rivelato un ottimo scrittore, segno che forse avrebbe potuto cominciare a scrivere (cosa che desiderava moltissimo) prima dei sessantasei anni, sì perché, a chi gli chiedeva come mai avesse atteso tanto per pubblicare il suo primo straordinario libro (Le ceneri di Angela, che gli valse il Pulitzer e altri riconoscimenti, pubblicato in Italia nel 1997 da Adelphi, diventato film per la regia di Alan Parker), rispondeva: Insegnavo!
Ecco, uno che ritiene di non avere tempo sufficiente per scrivere, se fa l’insegnante, è insieme un bravo scrittore e un bravo insegnante. Per scrivere ci vuole molta dedizione e molto tempo, per insegnare (bene) molto di più dell’una e dell’altro.
Ehi, prof! racconta, con umorismo tutto irlandese, quei trent’anni di tentennamenti, di frustrazioni, di errori tattici, con i ragazzi e con i superiori, di un prof. assalito talora dalla sensazione di essere, sotto sotto, un cialtrone, ma anche di successi insperati, come quello di riuscire a far scrivere con entusiasmo degli alunni di una scuola professionale, “crogiolo di razze e culture […] campionario di ragazzi provenienti da tutti e cinque i continenti”, proponendo dei compiti originali, a volte suscitati da un episodio curioso capitato lì per lì: una giustificazione (troppo creativa per essere vera) suggerisce di inventare giustificazioni per personaggi celebri, Adamo ed Eva, Al Capone; uno squisito marzapane fatto da uno studente scatena la caccia alla ricetta, che va declamata con espressività, o cantata con accompagnamento musicale.
“Niente Milton né Swift né Hawthorne né Melville […] Magari potresti trovare un modo per divertirti un po’ meno […] Ai teenager in crisi potresti infliggere il Beowulf e le Cronache anglosassoni”.
A proposito delle ricette in luogo della grande letteratura anglosassone, il docente di scrittura creativa Frank Mc Court, abituato dalla sua terribile educazione cattolica (e irlandese) a farsi regolarmente l’esamino di coscienza, si pone la domanda delle domande: “La scuola in fin dei conti a che serve? Ditemi voi: il compito di un insegnante è fornire materiale all’apparato militar-industriale? Stiamo confezionando colli per la catena di montaggio delle grandi aziende?”. Ehi, prof! c’è da meditare, e da ridere: che non guasta.

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Luigi Meneghello, Fiori italiani

Luigi Meneghello ha parlato quasi sempre di scuola nei suoi libri, da una parte all’altra della barricata: memorie di scolaro, di liceale, di universitario e memorie di docente. Ma da questo lato della strada sembra non si sia sentito totalmente a suo agio se, ancora ne Il dispatrio (1993), “questa specie di Libera nos da Reading”, come recita la dedica sul frontespizio della copia che mi regalò nel 2001, il ricordo dello shock con la lingua e la cultura inglese è raccontato da un ormai affermato scrittore e apprezzato docente di Letteratura italiana che si rivede giovane e meno giovane insegnante che non insegna, ma impara. Di scuola parla nel celeberrimo Libera nos a Malo (1963), dalle prime classi (prima seconda e terza)

incastrate a intaglio: la prima in strati paralleli come una costa di mare davanti alla maestra; le dune e le roccette della seconda sotto le finestre, si articolavano all’interno in una plica di banchi centrali; in fondo i contrafforti della terza. Ai piedi della lavagna c’era la strisciolina sabbiosa della primetta, dove soggiornavano i piccoli non ancora maturi per la prima, gli “osservatori” che osservavano con aria spaventata

all’università, epoca, questa, che ritornerà ne I piccoli maestri (1964) sottoforma dell’esperienza della lotta partigiana. In Libera nos le ore di scuola sono attraversate dall’insegnamento permeante e misterioso della religione cattolica: senza soluzione di continuità le lezioni della maestra Prospera si alternano agli insegnamenti di don Tarcisio, poi insegnante in quarta e quinta, alla confessione degli “atinpuri” (atti impuri), alla riflessione sul dolore-perfetto e su quello imperfetto: all’età di sette, otto anni.

Il libro dedicato più nettamente alla scuola è però Fiori italiani (1976) che esordisce proprio con la domanda “Che cos’è un’educazione?”. Si tratta dell’educazione di S.: studente, Meneghello stesso, ma anche ogni studente cresciuto alle scuole dell’era fascista. Il titolo, dice l’autore, gli venne da una conferenza a Reading il cui tema era la education:

Alla fine si alzò tra l’uditorio un ragazzotto dai capelli rossi, malinconico e cortese, che si mise a rimproverare il panel per aver trascurato l’aspetto più importante dell’educazione, quello floreale. “Noi siamo vasi di fiori” disse. “Voi dovreste coltivarci delicatamente, farci fiorire.” S. si portò a casa la teoria dei fiori in vaso e ci pensò su qualche anno.

Pensa che ti ripensa viene fuori Fiori italiani, che riprende da Il balilla Vittorio, libro per la quinta elementare (già ricordato in una gustosa scenetta in Libera nos), 9 lire, compilato da “un propagandista coi piedi per terra”, Roberto Forges Davanzati per arrivare, attraverso gli anni del ginnasio e del liceo, fino all’università e l’incontro con Antonio Giuriolo, capitano Toni, che guidò la formazione partigiana universitaria dei “piccoli maestri”.

Non è un libro facile, Meneghello non è facile: ma è divertente, curioso e denso. Nel racconto si susseguono episodi, alcuni dei quali esilaranti, specie quelli legati all’epoca del ginnasietto e del ginnasio su cui dominano, vicino o lontano, il fascismo e lo scoglio della cultura italiana, ufficiale, antagonista del dialetto con il quale, al contrario, Meneghello non ha mai finito di misurarsi. Oggi, che s’usa dare di quei compiti forniti di dossier dal quale i nostri S. devono trarre un articolo o un saggio, simulando d’essere dei giornalisti, dei recensori, degli organizzatori di mostre (eventi, si dice) può tornare utile confrontarsi con un passato in cui tutto si chiedeva allo scolaro, fuorché di scrivere giornalisticamente:

Gigi, che poi diventò un giornalista famoso, era già giornalista a scuola. Scriveva su Enea, non le solite scipitaggini sulla malinconia di avere un destino, anzi con l’aria di un inviato speciale al seguito di quella casinistica crociera: descriveva il cappello da lupo di mare del capitano al timone, le sue spalle curve sotto gli scrosci; intervistava Acate, Palinuro… […] S. assisteva perplesso. Aveva anche lui un suo oscuro compito non canonico su Enea, ma non gli pareva possibile nonché scriverlo in classe, neanche metterlo in parole. La pioggia improvvisa, la corsa alla grotta, la donna tutta bagnata che sorride, Enea che la guarda impensierito, umido, gentile. E tutto a un tratto le mostra la tega! La grande tega troiana!

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