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Archive for the ‘recensioni’ Category

La lotta del romanzo con la realtà è davvero una lotta epica” (mia

recensione su W.Siti, Resistere non serve a niente, Premio strega 2013)

http://www.lestroverso.it/?p=4477

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http://giardinodeipoeti.wordpress.com/2013/07/31/stefania-crozzoletti-2/

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http://giardinodeipoeti.wordpress.com/2013/04/17/andrea-pomella/

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La misura del danno, romanzo di Andrea Pomella edito da Fernandel, 2013, è un libro godibilissimo, rappresentativo del terribile ventennio che abbiamo vissuto e che pare non voler terminare ancora. E’ la storia di un ragazzo romano, del popolo, attraente, che fa fortuna ben presto in tv con le fiction e la pubblicità, sposa giovanissimo una giovane ricca borghese, ha una figlia, è scontento della mediocrità delle sue prestazioni e aspira al cambiamento. Questo arriva e, come se niente fosse, il pubblico che lo osannava come un eroe popolare, con la sua bella faccia da fotoromanzo, lascia il posto ad un pubblico colto più vicino ai gusti e all’educazione della moglie. All’apice del successo, quando sembra aver fatto dimenticare a tutti il suo passato di mediocre attore di filmetti, si incapriccia di una giovanissima fan, amica di sua figlia , che gli fa capire in tutti i modi possibili di avere una cotta per lui. La seduce nella casa al mare dei suoceri: è evidente che non ne verrà nulla di buono, lo sa, ma si consegna al rischio mani e piedi, in preda ad una sorta di desiderio inconscio di autodistruzione o, per lo meno, di quel cambiamento che nemmeno la svolta nella carriera gli aveva veramente fatto provare. Quando crede che tutto sia morto e sepolto, dopo mesi dall’accaduto viene a galla il fattaccio, con le conseguenze catastrofiche che tutti possono immaginare.
Fin qui si potrebbe pensare che la storia, pur emblematica di certi ambienti (quello dello spettacolo e quello medio-alto borghese) sia esigua: e in un certo senso lo è. Quello che però è interessante – o per lo meno ha sorpreso me – è la notevole capacità di Pomella di calibrare gli inevitabili frequenti flash-back con il tessuto più leggero della vicenda centrale. L’uso dell’analessi può risultare depistante rispetto all’azione centrale e stucchevole, eppure molto spesso appare, appunto, irrinunciabile laddove l’intenzione sia quella di rappresentare il personaggio alle prese con una sorta di redde rationem che affonda le radici nei nodi irrisolti del passato. Ma Pomella è riuscito a gestire questo mezzo in modo agile, mostrando, proprio nei lacerti di passato, di avere doti di narratore e di scrittore: il binomio non è propriamente ciò che, come si dice, nasce sotto i cavoli, specie in quest’epoca piuttosto avara persino di buoni narratori.
Ci sono delle belle pagine di scavo del personaggio, scritte bene, asciutte, ma non aride e delle pagine sferzanti su una certa borghesia illuminata che – parere del tutto personale – ha contribuito negli ultimi vent’anni a svuotare il paese di energia e fantasia, persa dietro ai propri riti ipocriti, velleitaria, fintodemocratica, snob e nemmeno, poi, così colta come ama, al contrario, pensarsi. In questo mondo Alessandro Mantovani, questo il nome del protagonista, non si è mai mosso del tutto a proprio agio: un po’ perché ha vergogna della sua provenienza operaia, un po’ perché sarebbe abbastanza puro e discretamente intelligente per aspirare a qualcosa di meglio che non stare, per esempio, al gioco di vecchie fricchettone, bizzarre, artistoidi, annoiate e terribilmente snob che di lui non sanno che farsene, lo tollerano appena.
Per questa spessa coltre di imposture – è un’impostura anche il rapporto con la moglie – forse fa il gesto del tutto imbecille, da cui avrebbe tempi e modi per sottrarsi, che lo rovinerà. Appare, all’inizio, motivato da un capriccio come un qualunque sporco bastardo di cui le cronache sono piene; senza peraltro parteggiare per lui, il personaggio ci viene consegnato alla fine animato da un desiderio che non è propriamente di redenzione, ma, almeno, di tentare una strada meno idiota e falsa di quella della sua precedente vita. E’ un personaggio tragico e insieme grottesco – per lo meno il finale lo è e non lo premia -. I personaggi di contorno sono ben delineati senza troppo dispendio energetico. Bella la figura malinconica e pertinace del padre che ha qualcosa di mitologico, saturnino quasi.
Ho ritrovato in questo libro il piacere di certe pagine di Ian McEwan, autore molto abile nel raccontare storie di normalità in cui irrompe la follia o il gesto insignificante ma catastrofico e allo stesso tempo bravissimo nello scavare la psicologia del maledetto bastardo, senza pietà, senza concessioni. Lo sfondo è ben tratteggiato ed è quello che più di tutto rende conto del titolo dell’epilogo “Questo paese ci morirà tra le braccia” e del titolo stesso del romanzo. A chi chiederemo il risarcimento per il “danno” patito in questi vent’anni?

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http://www.paradisodegliorchi.com/cgi-bin/pagina.pl?Tipo=recensione&Chiave=1262

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Ho letto in ritardo Solar, di Ian Mc Ewan, un autore di cui mi mancano forse un libro o due all’appello e tra i miei preferiti, se non il preferito, apprezzamento che non fa fare tanto una bella figura (ricordo di essere stata presa in giro spesso, per questo) nei più diversi e raffinati ambienti letterari italiani, così diffusamente popolati di scrittori “frasetta-punto” , controfigure di B.E.E. (come, non sai chi è B.E.E.?). Il ritardo è stato dovuto al tempo sprecato con qualche italiano di troppo negli ultimi due anni, mi tocca dirlo (io i libri li leggo a fondo e con relativa lentezza, anche quelli che non meritano attenzione), ma ho passato nell’ultima settimana qualche serata in buona compagnia: anzi, la notte scorsa ho tirato tardi per finirlo. Ho ritrovato in questo libro la cattiveria che contraddistingue l’autore, la sua ferocia nel tratteggiare i personaggi, in questo caso addirittura dell’empietà (in-pietas) riversata sul protagonista.  Il sentimento della catastrofe – planetaria e individuale – disseminato allegramente, irriverentemente, in ogni pagina. Ho ritrovato quell’aria stupita che sembra avere Mc Ewan quando fa prendere pieghe inaspettate al corso degli eventi: “ah, scusate, forse non vi avevo ancora detto che…”. Mc Ewan è la sintesi di narratore e scrittore: sa inventare storie e sa scrivere delle belle pagine. Ho letto una sola cosa sua in lingua originale, per il resto mi fido di chi mi conferma che il suo inglese è bellissimo, elegante, frizzante. Ci sono passaggi, in questo libro, scritti secondo la migliore tradizione satirica inglese: I.M.E. è capace di grottesco, senza stuccare. Sa suscitare un ribrezzo contenuto, realistico per i suoi eroi negativi: la prima cosa che ti sale alla bocca è “ma guarda questo grandissimo figlio di puttana!”, che non hai ancora deciso se è rivolta allo scrittore o al personaggio. Di che cosa parla il romanzo è detto dal titolo: quello che conta, al di là della precisione documentaria (altro aspetto spesso traballante negli scrittori di casa nostra, persino negli autori di noir, che non sanno distinguere un commissario di polizia da un maresciallo dei carabinieri, per dire) è il guscio nel quale è inserito il tema scientifico, che fa da controcanto stridente agli alti obiettivi umanitari della lotta al riscaldamento del pianeta. Il protagonista, pluridivorziato, goloso e lussurioso, un tempo vivace studioso di fisica, ex-premio nobel, pigro, indifferente, anaffettivo, fisicamente infelice, fastidioso ottimista (poiché grandissimo codardo, bugiardo, sugliardo) si mette, come spesso accade ai personaggi di Mc Ewan, su una brutta strada: più come conseguenza inaspettata di un agire altrettanto non voluto, che come scelta. Una catena di eventi, apparentemente quotidiani, nella quale irrompe l’extraordinario, l’atto eccessivo che comporterà tutta una serie di situazioni che da lì in poi ci aspettiamo e che puntualmente si verificheranno: ma non esattamente come le abbiamo immaginate. Questo aspetto, tra le molteplici capacità scrittorie di I.M.E., è quello che rende i suoi libri, come si dice: avvincenti e convincenti. Leggo che in patria considerano Solar come il suo migliore: direi di no, però è innegabile che anche qui, come in Espiazione o ne L’amore fatale brilla la sua capacità di sezionare la scena e di farcela vedere da angolazioni – in senso stretto – differenti. Torna, cioè, il tema del “niente è quello che sembra”, che in tutti i suoi romanzi ha una funzione significativa nell’articolazione dell’intreccio e nella resa stilistica. Qui l’autore sembra riflettere metaletterariamente, quasi, esplicitandolo con ironia, sul risultato dello sguardo del lettore-spettatore, sollecitandone l’attenzione con mezzi dichiaratamente televisivi e cinematografici. Da leggere.

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Dire la verità: il buono e il meno buono. Selezionare, accennare a, e poi valutare. Come fare a far stare in equilibrio tutte queste componenti?

qui

un esempio da imitare.

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