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Archive for the ‘robba de feisbu’ Category

quando saremo tutti più normali
e ci sveglieremo dal lungo sonno
e diremo non devo più mangiare
peperoni la sera
e quando saremo tutti più sobri
e ristabiliti e deprecheremo
i politici che tuittavano
imbranati e felici al tempo della
campagna elettorale
quando lasceremo pagine e gruppi
e ci verrà da ridere al pensiero
di quanto tempo dedicato al poco
al nulla suo fratello
quando scriveremo lettere vere
o mia cara or son due mesi mi manchi
come io spero lo stesso sia di te
di là dall’oceàno
quando saremo umani per l’ultima volta
ci incontreremo al bar sotto casa
in strada al cinema in pizzeria
chi lo sa dopo si vedrà

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il supermercato la vigilia di natale
è come quel tal cammino alto
e silvestro. me metto dentro
alle secrete cose, non sapendo
ancora se tenermi al quia della
ricetta della zia o all’ultimo grido
dello chef maestro, mentre pecunia
langue drento la scarsella ne lo giorno
della lieta novella: un’altra di quelle
promesse non mantenute ché lieta, si sa 
come finì, e novella, forse, ma è sempre quella:
salvo per il (popolo) bue, e asinello

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tisana che sani
i seni rassodi
i sogni rassereni
i sensi risollevi
insana che sono
ti bevo tisana
sai di fieno
sai di paglia
fai schifo tisana
tu sana non sei
e scotti, lo sai.

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sempre a caccia di begli endecasillabi
e di settenari me ne impippo
delle mode e dei vaticinanti
poeti strologanti
venditori di fumo
I.M.H.O.
(molto poco umile opinione)
responsabilità che mi assumo
in toto e in torto
tarlo che mi assilla

trappola scorno diatriba inghippo

che una rosa non è una rosa
fin che la parola non l’ha resa
cosa

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è proprio stupido dire domani si dorme un’ora in più perché è domenica e se uno vuole dorme anche dieci ore in più. vale per chi deve andare comunque al lavoro e magari monta il turno delle sei poverini loro sì che l’ora in più gli serve. ma insomma a me non mi serve e poi l’abitudine vince gli orologi: mi sono svegliata all’ora solita alle 6 e mezza. mi sono alzata ho fatto un giro mi sono incipriata il naso ho guardato l’orologio in cucina ed erano le 6.40 ma ci ho messo un po’ a capire perché quando le lancette sono in quella posizione intermedia che non sono proprio sul sei e neanche sull’otto che segna i minuti potevano essere con gli occhi un po’ annebbiati che ho al mattino anche le 7.40. e allora sono tornata a letto anche se lo stomaco reclamava latte latte! che vuol dire che sono sicuramente quasi le sette. sono tornata a letto e per un po’ ho pensato che forse erano quasi le sei perché si doveva tirare indietro ancora un’ora per rimettere tutto a posto o che forse erano quasi le otto poi mi sono detta ma no che farebbe ancora più buio al mattino! ho provato a ricordare com’era l’anno scorso e tutti gli anni prima e un po’ ho faticato ma sono pervenuta a questa conclusione che quando si rimette l’ora solare si porta l’orologio indietro e non fa più buio al mattino ma alla sera. poi il computer che lui non ha le lancette mi ha dato ragione. ho tenuto un po’ duro per cominciare subito con un nuovo orologio biologico e ho fatto colazione con caffelatte e biscotti adesso mentre tutto tace che gli altri sono degli snaturati e non hanno orologi. però ho anche pensato che come altre cose tipo guelfi coda di rondine ghibellini greca dico le torri merlate o capuleti e montecchi e quando ero piccola catilina e caligola devo sempre pensarci prima di dire correttamente chi è dei due. se l’ora legale è indietro o avanti l’anno prossimo a bruciapelo non lo so di nuovo

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noi si va a fare cose serie, ora. dormito s’è dormito di gusto, mangiata una collatio saporosa, in compagnia, che ell’è cosa di molto rara, in ispecie la domenica mattina, ora, fatte quelle due riassettature della casupola, ma proprio due, indove che si mangia e indove e’ ci si lava, tolti di mezzo libri e calepini e zibaldoni, tori cuscini e copertoj, resta a vedersela coll’impresa la più seria che esista in una magione che dirsi si voglia ben temperata, hoc est la cucina, sancta sanctorum alla quale e’ s’entra solo se di molto commendati, altramenti s’have ad havere la patientia di attendere di fuori infin a l’hore tredici, anco quattordici, quando la squilla chiama. frattanto odori alquanti sgusciano di sotto l’usci e pajono dire “vieni! o che fai te tu là anchora? non senti che egli è un odor di paradiso, un’essenza di serafini codesto aroma che guari escito di prigione si spande per l’aria tutta?”. ma il primo ch’avesse la malaugurata opinione di intrufolarsi in quel luogo, avrà a gustare urlo, o mestolo, o batticarne sull’ossa craniche, o padella, o griglia de la maniera di san lorenzo co’ su’ carboni e tutto.

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finzioni

e intanto ne è passata una
e un’altra ricomincia
non so che luna
avrò
(perché io ho lune,
dato vi sia d’una lancia!)
non affanni non cure
non mal di pancia.
io corro, o cari,
e di corsa, of course!

spio i vostri cuori
gli sguardi gli umori:
non son dai miei diversi,
ipocriti fratelli miei perversi!

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