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http://carteggiletterari.org/2015/06/18/poeti-santi-navigatori-2-la-solitudine-del-lettore-e-i-testi-di-rottura/

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La festa delle capanne o dei tabernacoli, detta anche semplicemente “Tabernacoli”, in ebraico Sukkot, è una delle principali festività dell’ebraismo. E’ una festa di ringraziamento, posta all’inizio dell’autunno, per onorare il frutto del lavoro, il raccolto estivo e primoautunnale che si conclude con la vendemmia. Per sette giorni, estesi più tardi a nove fuori da Israele, nella diaspora, la festa intendeva anche commemorare il periodo passato dagli ebrei nelle tende o in capanne in Egitto e nel deserto durante l’esodo. Il rito prevedeva di abitare per sette giorni in capanne dal tetto di foglie di palma e deambulare intorno all’altare del tempio e, in seguito, attorno al pulpito nelle sinagoghe, impugnando dei ramoscelli di mirto, salice e palma nella mano destra e cedro nella sinistra.

Ci danno notizia di tale festività non solo gli ebrei stessi nel libro dei Giudici, ma anche due storici tra loro contemporanei, Plutarco e Tacito. Quest’ultimo ne parla nel V libro delle Historiae, nel quale affronta la narrazione della guerra giudaica (66-70 d.C.) che porterà alla presa di Gerusalemme, alla distruzione del tempio per mano dell’imperatore Tito e alla diaspora (cui seguiranno la diaspora del 74 d.C., dopo il suicidio in massa degli assediati dell’ultima roccaforte di Masada, “Metzada”, e alcune ribellioni represse nel sangue, da ultimo da parte di Adriano con la perdita di un territorio nazionale fino al 1948). Tacito, così come fa nelle due opere Agricola e Germania, non rinuncia a illustrare, prima di entrare nel vivo del racconto più propriamente storico, il carattere del popolo straniero, i suoi usi e costumi, la sua religione. Soprattutto questa gli appare enormemente lontana dallo scetticismo romano, dal pragmatismo della religiosità latina che per questo suo carattere non disdegnò mai di accogliere nuove divinità nel proprio Pantheon, purché i culti non assommassero regalità e sacerdozio, quell’orientalismo da cui già i greci rifuggirono. L’ebraismo non poteva non colpire lo storico con la sua diversità di fondo:  il monotesimo, cui si aggiungeva una certa difesa del particolarismo e il disdegno a omologarsi ad altri culti più rozzi e utilitaristici.
La lettura che fa Tacito di ogni carattere ebraico è intrisa di antisemitismo che colpisce particolarmente in quanto i romani non mostrarono questo tipo di rifiuto nei confronti di nessun altro popolo. Se accostiamo all’antisemitismo di Tacito la sua apparente esaltazione della razza germanica nell’operetta già citata Germania, capiamo come la sua auctoritas potesse essere assunta opportunisticamente dai fautori dell’antisemitismo fin de siècle che portò dritto ai ben più gravi e tragici esaltazione della razza e antisemitismo nazisti.
Nel parlare di Sukkot Tacito allude a Plutarco il quale si pone la domanda su chi sia il dio degli ebrei, nelle Quaestiones convivales. Lo storico greco fa dire a uno dei dialoganti che sicuramente il dio degli ebrei è Dioniso, perché all’epoca della vendemmia essi apparecchiano tavole con frutta d’ogni tipo sotto capanne intrecciate di viti ed edera, fanno processioni dei rami o del tirso, suonano la tromba dentro le capanne, in cui è probabile si svolgano delle orge bacchiche, dato che anche gli abitanti di Argo suonavano piccole trombe per invocare Dioniso. Plutarco aveva colto esteriormente la festa delle capanne assimilandola ingenuamente ai culti dionisiaci. Ed è su questa “ingenuità” che cade l’osservazione di Tacito:

Sed quia sacerdotes eorum tibia tympanisque concinebant, hedera vinciebantur vitisque aurea templo reperta, Liberum patrem coli, domitorem Orientis, quidam arbitrati sunt, nequaquam congruentibus institutis. Quippe Liber festos laetosque ritus posuit, Iudaeorum mos absurdus sordidusque.

“Ma poiché i loro sacerdoti cantavano accompagnandosi col flauto e dei timpani, si adornavano d’edera e nel tempio fu trovata una vite d’oro (allude agli abbellimenti voluti da Erode alle porte del tempio nel 20 a.C. attestati da Flavio Giuseppe, Guerra giudaica, V, 210), alcuni credettero (ecco la probabile allusione a Plutarco) che gli ebrei venerassero il padre Libero (altro nome di Bacco o Dioniso), domatore dell’oriente, nonostante i riti non avessero alcuna attinenza perché Libero ha fondato riti gioiosi e allegri, mentre le pratiche dei giudei sono assurde e turpi”.

Certamente ha ragione Tacito a non vedere alcun possibile accostamento tra le due religioni, tra loro così distanti perché all’ebraismo manca l’estasi dell’orgia, la felicità derivante dall’invasamento del dio: ma ciò che fa l’autore latino non è motivato da sola obiettività: tutt’altro! Quello che Tacito intende mettere in luce, come ha già fatto nei capitoli dedicati all’ “archeologia giudaica”, è il carattere estraneo, irriducibile e totalmente irrecuperabile della diversità degli ebrei in ogni campo. Paradossalmente l’errore di Plutarco è segnato da maggiore apertura e comprensione del diverso, di quanto non sia l’atteggiamento tacitiano, foriero delle terribili interpretazioni che sappiamo in età contemporanea.

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un contributo interessante:

http://poetarumsilva.wordpress.com/2012/09/01/un-profondo-turbamento-la-poesia-di-vittorio-sereni-nelle-pagine-di-franco-fortini-2/

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