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Archive for the ‘scrivere’ Category

Tre quarti delle cose che si scrivono e si stampano in questo paese da circa trent’anni fa pena. Ed è per questo che tanti, parlando di sé, ricorrono alla parola “scrittura”, che in apparenza pare un ritrovato sciccoso e invece è la prova che, inconsciamente, molti sanno che il loro scrivere non è, prima di tutto, “letteratura”. Questa terribile deformazione-illusione ottica per cui ci prendiamo la scrittura senza la letteratura, è supportata da tutta una rete di critici poco critici, che fanno letture approfondite quanto un guado, mentre fingono di spargere “di parlar si’ largo fiume”: in ispecie tre o quattro donnicciuole famosette: ma poracce, bizzose, da cui i nostri scrittori temono di farsi maltrattare, mentre sarebbe un onore stare in cagnesco a simili non-critici. Fate un po’ come vi pare: finché trovate chi vi pubblica le vostre pippe, finché le regole sono queste, finché ottomila copie sono un traguardo: tranquilli. Però non parlate di “scrittura” (di letteratura guai a voi!): ricorrete piuttosto alla perifrasi “quello che scrivo”: un ottimo onesto significativo grado zero. Il grado zero della scrittura, appunto.

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quando al massimo esisteva il correttore di bozze, lo scrittore pubblicabile, ma che abbisognasse di rivedere il suo romanzo, riceveva alcune indicazioni dall’editore e si rimetteva – alacremente (mi piace alacremente) – a correggere, cassare, riscrivere, reinventare, rimpolpare, alleggerire, caratterizzare, vivacizzare, spegnere etc. etc. era roba sua comunque: non era la prima redazione, neanche la seconda? ma quello che finiva nelle mani del lettore era opera sua. le redazioni spurie, i manoscritti diventavano roba buona per i filologi, per una disciplina come la variantistica, che, modestamente, la seppi.
ora, domando e dico: ma con certe delusioni cocenti che si provano alla lettura, con chi me la devo prendere? con lo scrittore o con l’editor? e se quello che arriva nelle nostre mani è frutto di spinte e controspinte di questa figura grigia e silenziosa, com’era l’originale? logica vuole che fosse peggiore. e che hanno visto gli addetti ai lavori in un mediocre libro – redazione finale – quando stava allo stadio iniziale, e quindi vicino a orrendo, tale da volerlo pubblicare? mi sa che funziona a spinte e controspinte d’altro genere, mi sa.
tanto, il lettore-fan webbico pronto a sdilinquirsi, si trova come i funghi sotto i pioppi, alle cinque di mattina, lungo l’argine della brenta.

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“Billy. Non voglio che tu stia male. E so che presto starai meglio. Spero che un giorno mi potrai perdonare. Magari mi scriverai e mi racconterai come stai.”
Aveva un tale desiderio di mollare valigia e bagaglio da viaggio e correre ad abbracciarla e chiederle di cambiare idea che solo la rabbia riusciva a frenarlo. E con la chiarezza dettatagli dalla rabbia vide una verità che lo aiutò a uscire dalla porta.
“Vuoi vincere su tutti i fronti, vero? Beh, scordatelo. Accontentati di ciò che hai scelto.”

Andre Dubus II, Il lanciatore

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…, per dire

http://danielebarbieri.wordpress.com/2012/07/14/premio-strega-nomen-omen/

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in(d)izi

ci sono almeno cinque buoni inizi più un inizio che non è un inizio ma è un falso inizio a partire dal corpo centrale che non è una cattiva idea ché anzi sempre a dire lascia stare gli inizi inizierai più tardi petrarca voi ch’ascoltate l’ha scritto sicuramente dopo gli altri 365 ma io sono mica petrarca ho bisogno di un inizio certo perché se parto dal centro in giù dal centro in su potrebbe sballare il quadro aggiungi poi che adesso m’è venuto questo riassorbimento della punteggiatura che così dove cominciassi non si vedrebbe e magari mi scappa un altro inizio sovrapposto al primo inizio perché mi prende l’ansia da prestazione da inizi e dove attacca il pezzo dal centro verso la fine lo stesso con il rischio di ripetermi ecco non inizio né dal centro in basso né dal centro in alto proprio non scrivo dico tutto a voce che ho anche una bella voce dicono

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per me la poesia – ammesso che il mio dire lo sia, cosa di cui non sono certa e di cui mi importa tuttavia molto poco, dato il caos imperante – non è comunque uno sfogo. non è neanche dolore, anche se parla di dolore. non è niente di strutturato, di riconoscibile. non ha nulla di eccitante, di superiore: neanche quando è visionaria. arriva con un treno, scende, fa una sosta a casa mia, poi riparte e chi s’è visto s’è visto. è una visita che non attendo, non bramo. non mi svuota, non mi riempie. l’ho detto altre volte. scrivere in prosa mi fa l’effetto che a molti fa la poesia: mi tremano le mani, sono felice, non mi accorgo del reo tempo che vola, e che il diavolo se lo porti! scrivere in prosa è come un appuntamento con un amante che mi si concede, e raramente. sono proprio alla rovescia!
più in generale intendo dire che la poesia ha rotto anche l’argine del male di vivere. era un bel baluardo entro cui stare: un rassicurante mondo angoscioso tutto da raccontare. non siamo venuti a capo di nulla, mi pare.
ma continueremo a scrivere. e pazienza se tante cose fanno peggio di quello che fa il latte col lattosio agli intolleranti come me. comprese le mie, sia chiaro.

(da una replica su Verfallenheit )

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La penna leggera

Non ho la penna leggera che vorrei:

scrivere alla fine è un gran stupore

come le cose si combinino dopo

avermi attraversata da sotto

a sopra passando per di là

come dopo l’amore un’immensa

spossatezza e ancora la scema

voglia di ricominciare con la carne

che fa male e si ribella. Scrivere

è un uomo che mi ama e mi dilania

che non voglio mai più amare

ma a cui torno perché i sensi

lo cercano a tentoni, non io.

E hanno ragione i sensi

com’è vero che io nacqui per lui.

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