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Archive for the ‘scrivere’ Category

http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2011/04/18/vivalascuola-79/#more-48031

con un mio omaggio all’indimenticato prof. G. P. del liceo classico “Marco Foscarini” di Venezia.

Grazie professore!

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6 aprile 1327

Petrarca si innamorò. Era ‘l giorno ch’al sol si scoloraro… (che poi pare fosse un lunedì, e non il venerdì santo): cominciò in questo modo una storia lunga settecento anni, che ancora non è finita e intride di se stessa la poesia degli italiani. Poche parole, montate smontate e rimontate, un serbatoio d’immagini infinito. Poeta immenso, ancorché per me irritante. Architetto versatile del sonetto, ha dato esempi magistrali che troppi si affannarono come pappagallini a imitare, producendone centoni noiosissimi. Di questi imitatori si salvano le poetesse del Cinquecento, in particolare Gaspara Stampa. Rude il Buonarroti, ormai baroccheggiante il Della Casa. Petrarca in poesia è come Dio: onnipresente. Io mi reputo, perciò, miscredente, ovvero laica.

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(a tutti i poeti che hanno perduto la strada)

Qual è colüi che sognando vede,
che dopo ‘l sogno la passione impressa
rimane, e l’altro a la mente non riede,

cotal son io, ché quasi tutta cessa
mia visïone, e ancor mi distilla
nel core il dolce che nacque da essa.

Dante, Paradiso XXXIII, 58-63

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Storie, storie, storie: per me non esiste altro. Spesso gli scrittori che non riescono a inventare una storia seguono altre strade, perfino sostituendo lo stile alla narrazione. Invece io sono convinto che la storia sia l’elemento di base della narrativa, anche se questo ideale non gode di molta popolarità tra i discepoli del nouveau roman. Mi ricordano quel pittore che non riusciva a dipingere le persone, così dipingeva sedie. Le storie ci accompagneranno finché esisterà l’uomo. Lo si capisce, in parte, dall’effetto che hanno sui bambini. Grazie alle storie i bambini capiscono che il mistero non li ucciderà. Grazie alle storie scoprono di avere un futuro.

Bernard Malamud, 1967?

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qui

un’interessante intervista a Michele Lupo

qui

la mia recensione al suo ultimo libro.

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20110207#

Non è un gran momento: io e la scrittura stiamo rientrando in conflitto, sono riprese le ostilità, le vecchie ruggini, le insuperate incomprensioni. Siccome lei è più forte, mi ritiro io, in buon ordine. Una volta lessi della decisione drastica, da parte di una blogger, di smettere di scrivere. Non lo capii allora, né posso dire se è il mio caso: chi lo sa come vanno queste cose? Per il momento penso che, qualunque cosa facciamo, nel passato si trova di sicuro chi ci ha rubato l’idea: e anche l’idea opposta, quella di rimettersi al lavoro, e di scrivere un’opera necessaria. Ma stiamo tranquilli: non ho le illusioni che molti covano – a torto – su se stessi e nessuno dovrà recensire con imbarazzo niente di mio. Per intanto, mi prendo una breve, media, lunga, istantanea, volante, definitiva pausa.

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Riprende la serie dei pensierini domenicali con una riflessione un po’ più lunga, che devo tagliare per esigenze di “categoria”. Mi permetto di intrufolarmi nella meditazione che può suscitare: ciò che leggerete è un’idea di letteratura “ingenua”? Lo dico subito: è un’idea di letteratura, punto. E’ ciò che sento io stessa di fronte allo sfascio umano, civile e letterario conseguente. Dal mio punto di vista tra i libri inutili metto anche certa – troppa – cervelloticità che fa entrare veleno nei polmoni, che scrive male al riparo delle critiche, con attorno il solito codazzo consenziente e colluso. La grande sfida per me rimane la scrittura limpida, la comunicazione chiara, netta, senza straccionerie di sorta. Lo spessore senza intoppi, intralci, furbate.

“Vogliamo dei libri necessari, libri che si possano leggere all’indomani di un funerale quando per il troppo pianto non ci sono più lacrime, quando non ci si regge più in piedi, inceneriti dal dolore; libri che siano come parenti stretti dopo aver messo a posto la camera del figlio morto […] Noi non sappiamo che farcene dei libri insignificanti, dei libri vuoti, dei libri fatti per piacere. Noi non vogliamo libri raffazzonati, scritti in fretta e furia, si sbrighi,  me lo finisca per luglio, a settembre facciamo un lancio come si deve e ne vendiamo centomila copie di sicuro. Vogliamo libri per noi che dubitiamo di tutto, che piangiamo per un niente, che sobbalziamo per ogni minimo rumore alle spalle.Vogliamo libri che al loro autore siano costati molto, libri in cui siano depositati i suoi anni di lavoro, il suo mal di schiena, i suoi punti morti, qualche volta il suo panico all’idea di perdersi, il suo scoraggiamento, il suo coraggio, la sua angoscia, la sua tenacia, il rischio che si è assunto di sbagliare. Vogliamo libri splendidi che ci tuffino nello splendore del reale e lì ci tengano avvinti; libri che ci provino come l’amore sia all’opera nel mondo accanto al male e totalmente contro di lui, anche se talvolta non si capisce, e che lo sia sempre, tanto quanto il dolore lacererà sempre i nostri cuori. Vogliamo buoni romanzi. Vogliamo libri che non ignorino niente della tragedia umana, niente delle meraviglie quotidiane, libri che ci facciano tornare l’aria nei polmoni”.

Laurence Cossé, La libreria del buon romanzo, 2010, Edizioni e/o, pp. 268-269

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