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Archive for the ‘scuola’ Category

il grande scoglio è il passaggio dalla teoria alla pratica (di scrittura) con lo stramaledettissimo saggio breve/articolo di giornale, la perdurante c***** pazzesca dell’esame di stato. le ho provate tutte e tutte di testa mia in questi quindici anni. non è morto nessuno. da alcuni anni mi regolo così e così anche diversi colleghi: tutta la terza solo analisi del testo, dalla quarta introduzione – che già la parola – graduata del saggio-articolo. a volte do qualche passo di teoria da studiare, tanto per ricavarne indicazioni da discutere, a volte no. i ragazzi fanno domande a cui per rispondere mi costringono a innumerevoli peripli fitti di esempi. una domanda onnicomprensiva di tutte le possibili difficoltà (e di conseguenza la risposta rischiava di essere lunga come il restante anno scolastico) è stata questa: “come facciamo a strutturare un testo da espositivo ad argomentativo, perché tipo non è che se scrivo di machiavelli e guicciardini su virtù e fortuna, arrivo io, e argomento chissà che tesi” . bella domanda. il rischio delle definizioni! allora ho provato a dire che l’argomentazione non è cavar fuori chissà che travolgente ragionamento innovativo, ma far collidere quelle quattro acche che vengono fornite, cercando di sostenere un ragionamento coerente e coeso (altra parola insopportabile: coeso). dico: è la veste, l’involucro che tiene insieme considerazioni e citazioni testuali, l’occasione fittizia che intelligentemente uno si crea ex-post facendola passare per ex-ante. mi sono venute in mente quelle belle recensioni di film, di libri, di film e libri, così per niente recensioni, che scriveva beniamino placido che aveva il “dossier” (come chiamano la mappata di fogli con pezzettoni di testi che danno ai poveri studenti, supponendo che non sappiano nulla attorno ad un dato argomento) tutto dentro di sé. hanno capito per lo meno questo.
“esempi concreti?”. dico: cercate alla voce beniamino placido e vedete se scappa fuori qualcosa. poi ho pensato a certi blog a cui ho partecipato anch’io. poi ancora ho dato due o tre nomi perché vedano in concreto come, in tremila battute, anche meno (meno! meno!) si può partire da una situazione reale (un incontro, un discorso carpito al bar, al supermercato), che può risultare realissimo anche se costruito ad arte, poco importa, e incastonarci delle riflessioni letterarie, ma anche d’altra natura, per inferenza inversa, quasi. mi è venuto in mente “the wolf of wall street”: perché, a proposito di “virtù e fortuna” non farne una recensione e mettere in filigrana il pensiero di machiavelli e guicciardini?
ma una che deve fare di più? a volte mi faccio sinceramente pena, se penso che alcuni di questi poveretti continuano a non saper ideare, a scrivere in modo spoglio, elementare anche un microsaggio di approfondimento su un autore, privo di vincoli e invenzioni posticce, infarcendolo di errori sintattici e lessicali. te lo do io il saggio breve.

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dovrei entrare più tardi: ed entrerò più tardi, raddoppiando i tempi da bradipo nel fare le cose del mattino. ma la notte è durata poco ugualmente: l’imperativo categorico e il super-io che si sono messi in combutta contro di me hanno posizionato la sveglia biologica sulle 5.45, quanto a quella concreta, con la musichetta suadente da vomito, han fatto in modo che non mi avvedessi di non averla esclusa. così mi sono rigirata tre quarti d’ora, poi mi sono alzata. e non ho comprato il latte. alle dieci sbranerò la materia prima del mio lavoro.

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c’è una cosa che odio profondamente, che faccio anche se la odio;  la faccio perché ancor più ne odio un’altra: odio quando un paio di alunni ridacchiano tra loro ripetutamente mentre spiego cose noiose ma necessarie. ma non se ridacchiano quella volta soltanto: la faccio se hanno riso o perso tempo anche quando non era affatto noioso. perché sono di quelli che non gli interessa quasi niente, che non sanno stare buoni venti minuti, che continuano imperterriti e manco s’accorgono che li stai guardando. tiro avanti una settimana, gli do tempo di mettersi in riga. niente. allora faccio la cosa odiosa. vado avanti tranquilla: le cose noiose ma necessarie sono anche difficili: perdersi un passaggio anche minimo può essere fatale.
dico una cosa apparentemente poco importante e invece decisiva: tipo che leggiamo la scuola siciliana toscanizzata ma che abbiamo la prova che i testi erano a tutti gli effetti in siciliano e spiego perché. poi richiamo le vacanziere e le avverto seccamente che è da un po’ che le sto tenendo d’occhio: si scocciano. poi ancora mi metto a leggere “amor è uno desio che vien da core” in siciliano. mentre tutti sono attenti, una delle due ridanciane se ne esce giuliva non raccapezzandosi del perché questa befana stia facendo ‘sta cosa buffa e inutile: e mi fa un po’ divertita e sprezzante: ma noi non abbiamo il sonetto scritto così! ha un’aria trionfante, stracolma di ripicca.
si voltano in tanti in classe, con aria di compatimento: l’aveva detto che avrebbe letto in siciliano per farci capire la differenza.
la prossima volta ti do quattro, per dire.

[molti a questo racconto hanno obiettato che dovrei dare due, subito]

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Entrava sorridendo appena, un saluto gentile. Sempre impeccabile, preferibilmente in grigio. Portava i capelli ben pettinati, grigi anch’essi, argentei. Mai un filo di barba, l’aria fresca, ordinata, di chi provvede con cura, ma senza smancerie, alla propria persona. Parlava con calma, precisione, graffiando leggermente le erre, non tutte, come se avesse cercato a lungo di sbarazzarsi di un difetto che conferiva alla sua parlata un esotismo percepibile come un inutile vezzo femmineo, all’epoca tollerato non senza qualche sorrisetto degli astanti.

Se ci distraevamo o parlottavamo tra noi, picchiettava con la penna sulla cattedra, inarcando leggermente le sopracciglia. Era di una chiarezza insuperabile, pacato, gradevolissimo all’ascolto. Non ricordo di essermi mai distratta durante le sue lezioni. I compagni non lo amavano tutti: l’amore per i professori andava per lo più ad altri soggetti, allora, che sprizzavano maggiore energia: jeans, camicia a quadri, pipa, capello lungo, barba. Di quelli che ci lasciavano sedere sui banchi, uscire in continuazione, leggere il giornale, discutere discutere discutere nella misura in cui, a livello, anche quando non c’era da discutere niente. Con lui ci si sedeva al proprio posto, si apriva il libro e si leggeva. Dava volentieri la parola, poneva domande sempre più complesse sullo stile, la retorica, il punto di vista. Così all’antica e pure così aperto al nuovo: chi altro mai avrà portato alla maturità nel 1976 il Gruppo ’63 e i Novissimi? Si studiava, si scriveva molto. A me veniva facile, e gli piaceva la mia maniera. Sapeva che leggevo tantissimo e che riversavo le mie letture in quello che scrivevo: mi incoraggiava a farlo con il suo modo sobrio, quasi asciutto.

Solo dopo molto tempo, non più di un anno o due fa, ho provato a scrivere timidamente i primi versi. Penso a lui spesso, rivedo il suo viso sereno e quella che mi sembrava allora severità, mentre era timidezza, era pudore, come se sapesse di maneggiare una cosa fragilissima come la letteratura e la sua bellezza, e di farlo per individui delicati e difficili, sospettosi, perfino ostili, quali eravamo. Penso a lui anche se non mi spinse mai in nessuna direzione esplicitamente. Incontrai più tardi dei grandi e riconosciuti maestri all’università, però talora, quando scrivo, penso al professor P., alla grazia e alla leggerezza della sua profondità di spirito, e se mi sorride, socchiudendo gli occhi, vuol dire che la pagina tiene.

(apparso su Lpels il 18 aprile 2011)

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leggere scrivere far di conto
ad ogni età il suo livello
parlare un paio di lingue
per non morir di fame
e non perdersi nella nebbia
delle metropoli del nord
bocciare gli asini scartavetrare
i pigri aiutare i migliori
ad esserlo davvero
senza malagrazia senza fretta:
a ciascuno il suo.
gli investimenti ministra falli
senza fallo non in mezzi tecnici
ma in aule sane e studenti
che facciano gli studenti
che abbiano ansie e timori
nella riuscita e soddisfazioni
a ben fare. che sia vietato
il cellulare! che il lunedì sia
occupato a raccontare
la domenica: come si faceva
alle elementari. chi è andato in bosco
chi al castello chi a vedere la tempesta
del giorgione o una vera
cosa ha provato cosa ha pensato
che ne scriva una poesia ne faccia
un disegno un saggio un report.
dal martedì a testa bassa
come in un monastero a scrivere
studiare pensare e pregare
che tutto vada bene con la vergogna
nella cartella e la gratitudine
spalmata sul panino a merenda.
non sarebbe così tremenda
la mia scuola: sarebbe scuola.
non parcheggio non parco
dei divertimenti non gogna
non calvario ma un eterno
seminario senza preti
con piantine che spuntano
dove prima c’erano sassi.

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se non vedi dov’è la bellezza che ti mostro quando ti dico che “il fiume appare chiaro nella valle” è una stronzata, mentre “e chiaro nella valle il fiume appare” è un verso immenso, per tutte le cose che ti ho detto e che tu hai già dimenticato; se non capisci la grandezza di chi ti ricorda che la morte fa parte della vita, che ti dice che gli uomini vogliono tutto come dei, ma temono tutto come mortali, ecco, se non percepisci l’essenza di questa proposta, che nessuno ti obbliga a far tua, almeno non deriderla: non far spallucce, non guardarmi come fossi io quella che non capisce. abbi la decenza di assumerti le tue responsabilità, ché sei maggiorenne, puoi votare, diomio! guidi la macchina, puoi bere, andartene di casa senza che nessuno ti possa fermare. ecco, se non ti interessa, non sono io che sono demente: io avevo brividi alla tua età. non pretendo questo: e forse tu pensi che io voglia quel rispetto per me. non lo voglio per me: lo esigo per quei grandi che porto davanti al tuo sguardo vuoto, alla nocciolina rinsecchita del tuo cervello. a loro lo devi, non a me.

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http://nonvolevofarelaprof.blogautore.espresso.repubblica.it/2012/10/12/lettera-molto-seria-di-una-insegnante-al-ministro-profumo/

 

http://www.orizzontescuola.it/news/docenti-italiani-confronto-con-leuropa-lavorano-di-pi%C3%B9-e-vengono-pagati-meno

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