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Archive for the ‘storie di ordinaria follia’ Category

dovrei entrare più tardi: ed entrerò più tardi, raddoppiando i tempi da bradipo nel fare le cose del mattino. ma la notte è durata poco ugualmente: l’imperativo categorico e il super-io che si sono messi in combutta contro di me hanno posizionato la sveglia biologica sulle 5.45, quanto a quella concreta, con la musichetta suadente da vomito, han fatto in modo che non mi avvedessi di non averla esclusa. così mi sono rigirata tre quarti d’ora, poi mi sono alzata. e non ho comprato il latte. alle dieci sbranerò la materia prima del mio lavoro.

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c’è una cosa che odio profondamente, che faccio anche se la odio;  la faccio perché ancor più ne odio un’altra: odio quando un paio di alunni ridacchiano tra loro ripetutamente mentre spiego cose noiose ma necessarie. ma non se ridacchiano quella volta soltanto: la faccio se hanno riso o perso tempo anche quando non era affatto noioso. perché sono di quelli che non gli interessa quasi niente, che non sanno stare buoni venti minuti, che continuano imperterriti e manco s’accorgono che li stai guardando. tiro avanti una settimana, gli do tempo di mettersi in riga. niente. allora faccio la cosa odiosa. vado avanti tranquilla: le cose noiose ma necessarie sono anche difficili: perdersi un passaggio anche minimo può essere fatale.
dico una cosa apparentemente poco importante e invece decisiva: tipo che leggiamo la scuola siciliana toscanizzata ma che abbiamo la prova che i testi erano a tutti gli effetti in siciliano e spiego perché. poi richiamo le vacanziere e le avverto seccamente che è da un po’ che le sto tenendo d’occhio: si scocciano. poi ancora mi metto a leggere “amor è uno desio che vien da core” in siciliano. mentre tutti sono attenti, una delle due ridanciane se ne esce giuliva non raccapezzandosi del perché questa befana stia facendo ‘sta cosa buffa e inutile: e mi fa un po’ divertita e sprezzante: ma noi non abbiamo il sonetto scritto così! ha un’aria trionfante, stracolma di ripicca.
si voltano in tanti in classe, con aria di compatimento: l’aveva detto che avrebbe letto in siciliano per farci capire la differenza.
la prossima volta ti do quattro, per dire.

[molti a questo racconto hanno obiettato che dovrei dare due, subito]

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suv con ragazzotto in sosta sul ciglio della strada impediente l’accesso al parcheggio: ma parcheggia, cristo! devo clacsonare due volte, si muove con ostentata lentezza.
sono io che chiedo, capite?
suv con ragazzotta che mi sorpassa da destra per precedermi al semaforo, rosso. che poi ritrovo davanti al prossimo rosso, al prossimo rosso, al prossimo rosso. nei miei sogni scendo, apro la portiera del suv, la tiro giù e la meno di santa ragione.
ciuffo di adolescenti che attraversi fuori dai passaggi pedonali, chiacchierando amabilmente, parlando, o digitando, al cellulare, e io non ho nessuno dietro, perciò potresti aspettare se quella minchia di padri che vi ritrovate vi avesse insegnato a non sentirvi il centro dell’universo: ecco accelererei e farei una strage, depurando il mondo da futuri quarantenni coglioni.
trentenne rinsecchita che mi dici “sveglia, signora” perché mi sono imbambolata di fronte ad uno scaffale al supermercato non ricordando affatto, morta di sonno, che cosa devo comprare: hai ragione, sto dormendo in piedi. ma tu, vedi, trentenne del cazzo, secca secca, sveglia signora lo dici a tua madre, che nel frattempo nei miei sogni s’è beccata della donna dai facili costumi, e se non ce l’hai, una madre, che dall’educazione che hai mi sa tanto di no, vedi di andare, in fenicio, a FNCL.

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quand’ero ragazza, l’idolo polemico più in voga era l’assetto borghese. era un concetto fumoso, scarsamente etico, più che altro fondato su una sbrigativa idea che un certo modo di vestire, di parlare, che certi luoghi e abitudini fossero superati e dunque “borghesi”. io sono contenta di essere borghese, se questo coincide con la buona educazione, con la salvaguardia di alcuni sentimenti, più che valori, parola che mi mette sempre un po’ a disagio. resto stupefatta ogniqualvolta che, chi ha l’aria di non essere borghese in nulla, perché ad esempio si dà da fare moltissimo per sottolineare, se hai figli, che i figli, la famiglia non sono valori di riferimento, se hai una fede religiosa, che la fede non è qualificante, se credi nell’ordine, che l’ordine nasconde ben altri disordini e così via, ecco, proprio questi attentissimi nemici della mentalità borghese – che per parte mia non impongo come valore per gli altri –  al rientro ti dicono: dove sei stata di bello? – loro che certamente hanno fatto costose e strampalate vacanze.  da nessuna parte. sgranano gli occhi. come: “da nessuna parte”? non hai fatto ferie? no. una tipa una volta mi ha detto che non capiva come si potesse non fare ferie. se non hai soldi, non le fai. non credo si sia vergognata della sua nonborghese invadenza, ma mi abbia compatita. sono d’accordo sulle difficoltà che possono derivare dal non fare un buon periodo di riposo, un bel viaggio: infatti le scarsissime ferie di questi ultimi tre anni cominciano a pesarmi sulle ossa. però la faccia stupita, direi scandalizzata, il dare per scontato che si debba timbrare il cartellino di una certa pratica, questa come altre, che s’abbia da avere qualche cosa di bello da raccontare a tutti i costi, mi lasciano un po’ interdetta. io che sono così borghese, non mi vergogno di non avere un centesimo, né di non essermi potuta permettere vacanze. al massimo mi preoccupo per la salute: schiena e raffreddori mi presenteranno il conto.

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bisogna fare uno sforzo e uscire dal personale, dice. cioè, lo dice a me: ma lei no, lei sul suo personale ci sta a meraviglia e guai a entrarci.
incappo sempre in persone che mi dicono come dovrei comportarmi, che lo dicono bene, usando l’impersonale: un messaggio disinteressato e universale, a cui tutti dovremmo adeguarci. comincia tu! chi, io? sì, ce l’ha con me: mi vuole salvare. ma il giorno che toc! toc! com’era per esempio, che so: uscire dal personale, non prendere tutto come riferito a noi? no, perché vedo che te la sei presa tanto. ah… capito: tu non sei della categoria per cui va bene l’uso dell’impersonale. tu meriti una considerazione maggiore: di me di sicuro e poi tu non ferisci, non parli a cazzo, non pontifichi e, soprattutto, non sei di quelle che pretendono dagli altri quello che per prime non sono nemmeno lontanamente in grado di fare. esatto: non in grado. perché quelle/i che hanno sempre la definizione a portata di mano, che ti ingabbiano, ti stigmatizzano in un giro brillante di parole, hanno il cuore secco, arido, prosciugato. non possono, perché non sanguinano che per ciò che le/li riguarda molto da vicino. non possono perché si piacciono da morire, malgrado il loro continuo scavare alla ricerca di improbabili magagne da ostendere giusto il tempo che qualcuno le neghi con forza, gratificando il loro smisurato ego.
ecco, allora, a distanza di tempo, dopo aver sceso milioni di scale, avendo un esprit de l’escalier bradipesco, un Treppenwitz comatoso ti dico non una frase brillante, non chissà che: ti invio il mio più sentito MVFNCL in fenicio.

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maschi cinquantenni con un accenno di seno, la pancetta “da spritz” (avoja anna’ in palestra), le chiappotte o piatte e larghe (da ex senza culo) o un po’ cascanti, guardanti verso il basso anziché no (da ex cianbelculo), criticano cosciacce e pance di coetanee, nonché gli afrori che esalano dai corpi cavernicoli spalmati sulle spiagge.
1. sta’ a casa

2. credi che perché tu guardi le figaccione trentenni, le trentenni guardino te?

3. che pensi pensino di te le cinquantenni in carne?

4. perché le donne dovrebbero avere più doveri verso il proprio corpo che si sfascia, di quanti non ne abbiano gli uomini cui si sfascia il corpo e in più l’onor del capo, molto spesso, nonché il cervello che se rincojonisce morto ma morto prima?

5. sei sicuro delle tue ascelle? e dell’alito da sorcio morto?

6. mi fermo perché è un giochetto da regazzini e non mi diverto

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Quella farfalla ci ha tanta energia perché ella si nutre degli indumenti suoi; lei sorride, onorato di ospitarla e di esserne l’eletto, ma la farfallina femmina ha già scelto, come tutte le femmine, e come le femmine, male femmine, le dilapida il patrimonio, bucherellando maglioni, pantaloni, cappotti, coperte. Lei festevole la saluta e quella dice bravo babbeo, noi s’è gradito particolarmente il velour del soprabito, lo shetland del maglione blu: ce n’avessi ancora, e’ sarebbe cosa gradita assai. Lei ride sul far della primavera, piangerà poscia in autunno (frattanto la farfallina ha già depositato ovetti nient’affatto pasquali che si schiuderanno in una catena ininterrotta, poiché l’unica interruzione possibile stava nella ciabattata iniziale, nello spray alla lavanda, nel controllo immediato degli anfratti di casa e degli armarii).

da un mio commento su LPELS che mi è stato rimpallato da una ricerca webbica

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