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Archive for the ‘teatro’ Category

“L’odor de l’omo fa revegnir la dona”.

Carlo Goldoni, La puta onorata, Scena ultima

Si vorrebbe di no, ma più passa il tempo e più me ne convinco. A chi l’omo  mancò o manca, si dice che le manca “el soramànego”, specie di pialla atta a sgrossare. Luigi Meneghello dice che “le done … gussarle”: passarle alla “gua”, arrotarle. Sempre di “attrezzo” si tratta. Conosco donne antipatiche con le donne, che appena arriva un paio di pantaloni nel raggio di tre metri squittiscono, miagolano, tutto uno zucchero. Ecco, quella è una cosa che mi fa imbestialire.  Inversamente proporzionali nel gesto alla quantità di ripassate, piallate, arrotate ch’hanno pigliato nella di lor vita.

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Devo riappropriarmi del mio sesto senso. Mi rilassa affidarmi alle sensazioni,  alla loro pretesa irrazionalità. Non devo riflettere, mettermi in difesa, essere guardinga: basta che mi metta in ascolto e da qualche parte vibrerà di sicuro la corda dell’armonia, del piacere della novità, oppure, al contrario, striderà facendomi accapponare la pelle, mandandomi segnali di resistenza al pericolo. Invece il più delle volte mi vergogno con me stessa di essere stata irrazionale di fronte ad una nuova conoscenza: questo quando provo fastidio, quando qualcosa di una persona non mi piace, lì per lì. Ripensandoci mi dico che non si deve mai togliere la fiducia ad un cristiano senza prove certe. Ed è lì che sbaglio. Quello sgradevole brividino, quella nota stonata mi ritorneranno indietro, prima o poi, sotto forma di fregatura, di delusione. Al contrario, quando freno gli entusiasmi,  mi privo del  piacere di godermi la persona che ho davanti, condizionando senza volere il feedback della relazione che si va instaurando, o il piacere pieno e disinteressato della prima volta, quella in cui, per quanto mettiamo su una maschera, è difficile sapere in precedenza come reagirà l’altro, e così, in un modo magari pasticciato, siamo tuttavia sinceri. Se mi offro alla novità senza porre resistenza, sarò capace di percepire l’essenza dell’altro, diversamente ne percepirò un’eco smorzata.

Ieri per esempio ho conosciuto Vitaliano Trevisan e l’ho trovato una persona dolcissima, tenera, quasi indifesa, a dispetto di tutto quanto scrive. Sono andata ad assistere al monologo “Oscillazioni” che avevo letto, tra l’altro, non più di quindici giorni fa. E’ stato tutto una sorpresa: l’andare a teatro, all’ultimo momento, incontrare lo scrittore nella calle antistante, rivolgergli la parola senza pudori. Si è voltato ed è stato bello scambiare, assieme a mia figlia, un po’ di impressioni sui suoi “romanzi”. Dopo la lettura ha risposto ad alcune domande del pubblico e lì ho rivisto l’ uomo gentile, timido, umile che mi aveva colpito un’ora prima. E’ una persona piacevole, non è niente di tutto quello che, duole dirlo, spesso sono gli scrittori. Ero rilassata e contenta e non mi è passato neanche un secondo il dubbio che si trattasse di  una messinscena ad usum cretini. Non tutti gli scrittori vengono per nuocere.

Il monologo “Oscillazioni”, con la sua ferocia e il suo finale aperto, con i temi più cari all’ autore (l’irriducibile ed eroica resistenza alle convenzioni, ai luoghi comuni, alla banalità del quotidiano, all’ortodossia del vivere) è stato letto con ironia dall’autore, che ha saputo valorizzare le enumerazioni, le ripetizioni, le ossessioni tipiche del suo linguaggio.

Vitaliano Trevisan, Due monologhi, Einaudi 2009

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Ho visto scorrere Lucietta in un lampo

sulle gambette larghe riccioli quasi bianchi

guance rosse “Siora mare, me maridarògio?”

e Carlo che ti sorrideva, limpido e sereno,

compiaciuto.

Ho visto l’uccello del paradiso le piume e i passi di airone

nelle barene attorno a Venezia, al tempo dei barbari a cavallo.

Ho visto una signorina grandifirme agitata dai troppi caffè.

E ho visto Venere, con le rughe, e siora Marina, e la città più bella,

divinità ctonia strisciante nel profondo.

Ho visto una Pizia innamorata splendente nel suo peplo.

Ho visto una giovane donna che ha ammazzato sua madre

ma era per finta: quella madre non ero io

così come tu non eri tu ed allo stesso tempo eri tu,

solo più piccola, più magra e indifesa,

tremante.

E mi hai spezzato il cuore, è andato in frantumi:

mille schegge di orgoglio e passione al cospetto

del tuo terribile daimon.

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Il 5 ottobre 2010, ore 20.30, al Teatro  Universitario “Giovanni Poli” – Santa Marta – Venezia

BIRDBATH

PERSONAGGI:
FRANKIE BASTA (Federico Pietrobelli), un poeta di circa 29 anni.
VELMA SPARROW (Alessandra Giuriola), una nervosa ragazza di 26 anni.

NOTE DI REGIA:
…”Birdbath” (1965, atto unico di Leonard Melfi, angloamericano vissuto a New York) non è particolarmente conosciuto in Italia: se ne ha testimonianza solo nell’81, quando fu rappresentato per la regia di Giuseppe Patroni Griffi al Piccolo Eliseo di Roma. Nulla che superi gli anni ottanta, nessuna traduzione pubblicata. Ecco che il rischio di far rivivere un testo straniero con queste premesse, in ambiente universitario, diviene così qualcosa di molto vicino alla ricerca.
É nell’intercapedine tra parola e azione che si esprime la scelta registica; “Birdbath” offre, in entrambe queste direttive, una sceneggiatura velatamente cinematografica: linguaggio scarno, frequenti cambi di intenzione ed espressione dei personaggi, i luoghi stessi, tre, che mutano con rapidità. Si avverte una tensione sotterranea che, flebile, diviene sempre più evidente, e si fa ricordo, memoria non delineata, interferenza tra passato e presente.
Sull’interferenza è impostata la messinscena, volta a esacerbare le possibilità dialogiche e sceniche che il testo suggerisce. Tempo e spazio non hanno più una localizzazione precisa, ma cambiano di continuo sulla scena. Non si è più nel Bronx del 1965, almeno non solo. Si passa da una caffetteria qualunque alla stanza di un poeta, in un volo unico, forse fin sulla luna. L’assenza di tempo è luce, tutto è bianco, lo spazio si fa spazio astraendosi, ogni forma diviene unità di base, il cubo. Le interferenze sono linee nere, come quelle che delineano la scatola scenica, come le sagome dei due personaggi, uomo e donna, Frankie e Velma, nei loro sintomi di modernità. Una scelta scenica che mira a rendere assordante, per allontanamento ed astrazione, l’esistenza dei due personaggi, la loro storia.

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Cassandra a Leonida: “Sale, sale un sentimento cupo, si impadronisce di me, temo…”

Efialte: “Chi non ha creduto prima, non può tradire poi”

Leonida è morto. Cassandra: ” Già lo vedo alle mie spalle, credo si stia avvicinando a me, come ad abbracciarmi”

Quelli delle Termopili, Retroguardia Nonsensista, Teatro Momo, Venezia, 3 giugno 2010

Opera originale ispirata alla tragedia delle Termopili, sul tema della scelta. Bravi e bellissimi i giovani attori.

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ci sono giovani che sono dei mostri. non erike, non pietromasi. mostri di bravura, di spirito, di grazia. io ne conosco parecchi, perché ci vivo in mezzo e perché, tra le altre cose fatte, feci una figlia,  un giorno. figliolina graziosa e sveglia, con l’attitudine a recitare ballare e cantare fin dalle fasce o giù di lì. la prima canzone memorizzata fu au claire de la lune, che cantava a due anni: oclerdelalune monamìpeò pettemuàtapume puechìenmò eccetera. il primo brano teatrale,  qualche mese più tardi, la scena prima dell’atto primo de i rusteghi: un segno del destino. ma non parliamo di lei,  che le son madre e dopo la stessa mi si mangia viva e tutto. i giovini che mi lasciano piacevolmente sorpresa sono quelli della compagnia retroguardia nonsensista (vedi facebook) che in sole tre settimane hanno scritto un copione, lo hanno messo in scena,  fornito di coreografie di danza contemporanea sul tema proposto da ca’ foscari, all’incirca “aldo rossi e il teatro del mondo”.  encomiabile l’intento dell’università di spingere i giovani a fare teatro. insomma,  questi ventenni, hanno aderito in toto all’iniziativa rispettando in pieno l’idea della città galleggiante, la nostra venezia. si sono ispirati al motivo dell’acqua e del profondo, in una prospettiva rovesciata. la divinità sta in basso, dove il basso è un inizio ed è non sottoterra, perché sottoterra per venezia (che diventa la città) vuol dire acqua. è in un fondo marino che è il cielo: più si scava per scendere, più si sale. la gestualità stessa, sviluppata nelle coreografie, richiama il gesto dello scavo e della profondità acquatica che è anche profondità del ventre della donna, ricetto di altre acque. pensavo a bachtin, alla sua idea di “basso”, da cui deriva la nozione di comico: che è ribaltamento ed è contiguità, fratellanza con la morte. i monologhi dei diversi attori toccavano acqua/vita/morte: ora con il disincanto dell’ubriaco, tuttavia visionario, ora con la grazia lieve  di una cittadina di una venezia-isaura (le città invisivibili di calvino), ora con l’inquietudine di un non-morto, o con la hybris non ancora sopita del travolgente ulisse dantesco.  su questo avvicendarsi di personaggi simbolici si aggirano lievi due diafane presenze danzanti e mute: le divinità marino-ctonie che spingono la città verso l’alto.

grazie a federico fabio jean simone alessandra (smuà smuà: la musa!) e a myriam e giorgia.

verso la città, un u-topos, verso ogni luogo, gli uni verso gli altri.

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