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la mia è vita
che si sottrae
che si ritira
e in questo
non starci
– che mai
avrei pensato –
ho trovato
un senso
– penso –
uno dei tanti
– niente di che –
una specie
di pertugio
di anfratto
da cui spiare
l’infinito

ai poeti ostinati

la poesia, come la nostra vita,
non è immortale – oggi non è immortale -,
non ci seguirà nemmeno nella tomba:
e non rende immortale alcunché.
ma non è, sia chiaro, sfogo.
è un mutante, e una mutanda:
da calzare per coprire malamente
la vergogna di essere vivi.

la domenica è in questo guardare
è nel perdere tempo
nella gioia sottile
del vuoto delle ore
è il fuori dai vetri
che mi sfugge ogni giorno
la terra smossa nei vasi di fiori
spiarne curiosa la crescita stenta
non cala il tenore del mio stare
al mondo che continua a girare
sono solo più attenta
alle cose da niente
che quelle importanti mi azzanneranno
comunque e dovunque
tutto il tempo dell’anno

il relativo
in cui impari a vivere
t’insegna tutto
a goderti il giorno
a immaginar la notte

alla fin fine
niente vogliam sapere
niente sappiamo

giornata propriamente uggiosa
non ne so il sapore ma lo posso
immaginare dall’umore. è il giorno
ch’al sol si scoloraro etc. etc. ma i rai
non ci sono affatto e perciò – povero cristo
anche tu – : che scolorerai? il mondo ‘sì
prosegue dirittamente sfigurato
non v’è morte che lo possa trattenere.
dio è morto dice nice: ma nessuna razza
di eroi – bugiardo che fu! – l’ha rimpiazzato.

madri

non so cosa voglia dire, ma dopo tanto tempo ho sognato due volte mia madre in pochi giorni. l’ultimo sogno è stato bruttissimo.
stavamo su un tram, lei seduta, io in piedi. reggeva, tenendola verticale, una cartellina con dei documenti che tirava fuori perché io le chiedevo insistentemente di trovarmi un certo documento di qualcosa che dovevo pagare. e lei, con lo sguardo un po’ eccitato che aveva negli ultimi tempi prima di morire, negava di avere con sé cose mie e mi mostrava, un po’ prendendomi in giro, tutt’altri documenti, non meglio identificati. disperazione mia, lei quasi sardonica. vedi, non c’è. e io che faccio? ma non c’è. io ho tutte le mie carte, di tuo qui non c’è niente.
e ancora una risatina di sfottò, in difesa e con l’occhio pazzo.
ho chiuso il sogno con una cosa orrenda, tanto brutta che mi sono svegliata:
tu sei una perfetta merda!
ero molto turbata al risveglio: ma poi ho pensato che merda è l’anagramma di madre.