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il relativo
in cui impari a vivere
t’insegna tutto
a goderti il giorno
a immaginar la notte

alla fin fine
niente vogliam sapere
niente sappiamo

giornata propriamente uggiosa
non ne so il sapore ma lo posso
immaginare dall’umore. è il giorno
ch’al sol si scoloraro etc. etc. ma i rai
non ci sono affatto e perciò – povero cristo
anche tu – : che scolorerai? il mondo ‘sì
prosegue dirittamente sfigurato
non v’è morte che lo possa trattenere.
dio è morto dice nice: ma nessuna razza
di eroi – bugiardo che fu! – l’ha rimpiazzato.

madri

non so cosa voglia dire, ma dopo tanto tempo ho sognato due volte mia madre in pochi giorni. l’ultimo sogno è stato bruttissimo.
stavamo su un tram, lei seduta, io in piedi. reggeva, tenendola verticale, una cartellina con dei documenti che tirava fuori perché io le chiedevo insistentemente di trovarmi un certo documento di qualcosa che dovevo pagare. e lei, con lo sguardo un po’ eccitato che aveva negli ultimi tempi prima di morire, negava di avere con sé cose mie e mi mostrava, un po’ prendendomi in giro, tutt’altri documenti, non meglio identificati. disperazione mia, lei quasi sardonica. vedi, non c’è. e io che faccio? ma non c’è. io ho tutte le mie carte, di tuo qui non c’è niente.
e ancora una risatina di sfottò, in difesa e con l’occhio pazzo.
ho chiuso il sogno con una cosa orrenda, tanto brutta che mi sono svegliata:
tu sei una perfetta merda!
ero molto turbata al risveglio: ma poi ho pensato che merda è l’anagramma di madre.

Mia nonna.

Mia nonna è una donna che si preoccupa.
Si preoccupa di un sacco di cose: che la tovaglia spanda; che il capello sia in ordine; che riesca a metterti dei soldi in mano con l’accortezza di un agente del kgb che ti passa un microfilm, prima che tu esca da casa sua.
Togliere la chiave fuori dalla porta di casa sua, invece no, non la preoccupa affatto. Quello no.
Mia nonna si preoccupa soprattutto quando ti vede sciupata e non c’è stato giorno nella mia vita in cui mia nonna non mi abbia visto sciupata. Anche quando ho preso 18 chili perché aspettavo l’anarchico.
Mia nonna imputa lo sciupamento a due essenziali fattori: numero uno, non mangia; numero due, le hanno fatto il malocchio. (Nel mio caso, c’è anche un terzo fattore: i capelli. Lei mi preferisce afro, quindi quando mi liscio, mi sciupo.)
Le soluzioni allo sciupamento approntate da mia nonna sono tre.
Nell’ordine: riempirti di cibo sperando ti cresca un secondo stomaco per riempire anche quello; pregare Sant’Antonio (grazie al quale ho passato la maggior parte dei miei esami universitari); sottoporti al rituale di smalocchio.
Spesso queste tre soluzioni vengono applicate contemporaneamente e all’unisono.
Tipo un pomeriggio di quand’ero giovinetta, nel quale mi recai presso la magione a porle il consueto saluto settimanale.
Mi accoglie il profumo di melanzane fritte e un lieve, ma proprio proprio appena percettibile, aroma di aglio.
Lei armeggia ai fornelli. Mi guarda e si mette le mani in viso.
“Uuuuh! Sant’Antonio mio, come sei sciupata!” e mi mette due fette di melanzane bollenti in mano.
“Aspetta ca ti smalocchiu”.
Ora essendo io, secondo mia nonna, incredula (nei giorni buoni) e musulmana (in quelli meno buoni), non credo al malocchio, ma credo a mia nonna: se me lo leva lei, funziona.
Mi sento meglio già quando la vedo preparare, con la mano tremula, il piatto con dentro l’acqua, che deve essere ferma, e il cucchiaio con l’olio. Poi mi viene vicino, pregando a bassa voce (ma potrebbe essere supercalifragilisicchespiralidoso), e mi fa i segni della croce sulla fronte con il pollice.
Intinge il dito mignolo nel cucchiaio con l’olio e ne fa cadere le gocce nel piatto con l’acqua.
La prima goccia si allarga e sparisce all’istante.
Terrore.
La seconda, e quelle dopo, uguale.
Raccapriccio.
“Fori malocchiu. Dentro bonocchiu” dice lei rovesciando l’acqua del piatto nel lavandino, con l’espressione grave dell’ortopedico che guarda le lastre di uno stuntman.
Poi commenta con astio generalizzato: “te lo mandarono dai pedimenti”, l’avada kedrava del malocchio.
Mi mette in mano altre due fette di melanzane e il sempre gradito microfilm.
La bacio, esco e sto bene.
Sono sazia, smalocchiata, Sant’Antonio veglia e l’odore d’aglio che mi è rimasto sulla fronte sarà l’amico fedele del pomeriggio.
Non sia mai incontrassi un vampiro.

oggi qui:

https://libroguerriero.wordpress.com/2016/03/10/madri-e-figlie-di-lucia-tosi/

di che parla la poesia?
della morte.
solo della morte?
della morte, sicuro.
ma non è vero: c’è di tutto nella poesia.
c’è di tutto, sì: ma lei è sempre lì.
ci sono alberi e vento e acque…
…ma lei è sempre e ovunque: in quegli alberi in quel vento e nelle acque.
non posso pensare che i poeti mi parlino solo della morte.
se i poeti sono poeti ti parleranno sempre e soltanto della morte
che la nominino o la tacciano, la morte di tutti, la loro stessa morte
è sempre e ovunque.
non ci credo.
ora non lo pensi: ma poi lo penserai.
e quando?
quando incontrerai davvero un poeta. e lo incontrerai dentro di te e dentro
di te ti parlerà con parole che non si leggono che non si possono sentire.
e dietro gli alberi i volti le case la guerra l’amore sentirai che si nasconde lei.
ti prenderà un brivido una vertigine ti stringerà alla gola.
sarà terribile, sarà spaventoso?
sarà scoprire che si può amare la vita.

è il vizio dell’alba
il risveglio alla bajonetta
non c’è lunedì non c’è domenica
non tirar tardi non galline
quando suona la sveglia
dentro un sogno malsano
una discrepanza nel tempo
nello spazio nei volti
dei vivi e dei morti
mescolati insieme
l’allarme spalanca
le luci alla luce
trasale la nebbia
turbata dal suono
comincia la ressa
delle eterne domande
senza riposo

La Crusca nella tazza mi sobilla
perch’io diffonda quest’endecasillabo:
– Così ti metti l’anima in pace:
“Non ti curar di lor, ma guarda, e taci” –

voglio che mi baci voglio uno
di quei baci che ravanano in profondo
di quelli di allora – ricordi? – quando il mondo
bruiva in sottofondo e non ci importava di nessuno