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Posts Tagged ‘dove va la poesia’

di che parla la poesia?
della morte.
solo della morte?
della morte, sicuro.
ma non è vero: c’è di tutto nella poesia.
c’è di tutto, sì: ma lei è sempre lì.
ci sono alberi e vento e acque…
…ma lei è sempre e ovunque: in quegli alberi in quel vento e nelle acque.
non posso pensare che i poeti mi parlino solo della morte.
se i poeti sono poeti ti parleranno sempre e soltanto della morte
che la nominino o la tacciano, la morte di tutti, la loro stessa morte
è sempre e ovunque.
non ci credo.
ora non lo pensi: ma poi lo penserai.
e quando?
quando incontrerai davvero un poeta. e lo incontrerai dentro di te e dentro
di te ti parlerà con parole che non si leggono che non si possono sentire.
e dietro gli alberi i volti le case la guerra l’amore sentirai che si nasconde lei.
ti prenderà un brivido una vertigine ti stringerà alla gola.
sarà terribile, sarà spaventoso?
sarà scoprire che si può amare la vita.

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la poesia ha rotto
anche l’argine del male
di vivere. era un bel baluardo
entro cui stare: un rassicurante mondo
angoscioso, tutto da raccontare.
non siamo venuti a capo
di nulla, mi pare.

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Se la poesia non viene naturalmente come le foglie vengono ad un albero, è meglio che non venga per niente. (John Keats)

L’argomento della mia poesia (e credo di ogni possibile poesia) è la condizione umana in sé considerata; non questo o quello avvenimento storico. Ciò non significa estraniarsi da quanto avviene nel mondo; significa solo coscienza, e volontà, di non scambiare l’essenziale col transitorio. Non sono stato indifferente a quanto è accaduto negli ultimi trent’anni; ma non posso dire che se i fatti fossero stati diversi anche la mia poesia avrebbe avuto un volto totalmente diverso. Un artista porta in sé un particolare atteggiamento di fronte alla vita e una certa attitudine formale a interpretarla secondo schemi che gli sono propri. Gli avvenimenti esterni sono sempre più o meno preveduti dall’artista; ma nel momento in cui essi avvengono cessano, in qualche modo, di essere interessanti. Fra questi avvenimenti che oso dire esterni c’è stato, e preminente per un italiano della mia generazione, il fascismo. Io non sono stato fascista e non ho cantato il fascismo; ma neppure ho scritto poesie in cui quella pseudo rivoluzione apparisse osteggiata. Certo, sarebbe stato impossibile pubblicare poesie ostili al regime d’allora; ma il fatto è che non mi sarei provato neppure se il rischio fosse stato minimo o nullo. Avendo sentito fin dalla nascita una totale disarmonia con la realtà che mi circondava, la materia della mia ispirazione non poteva essere che quella disarmonia. Non nego che il fascismo dapprima, la guerra più tardi, e la guerra civile più tardi ancora mi abbiano reso infelice; tuttavia esistevano in me ragioni di infelicità che andavano molto al di là e al di fuori di questi fenomeni. Ritengo si tratti di un inadattamento, di un maladjustement psicologico e morale che è proprio a tutte le nature a sfondo introspettivo, cioè a tutte le nature poetiche. Coloro per i quali l’arte è un prodotto delle condizioni ambientali e sociali dell’artista potranno obiettare: il male è che vi siete estraniato dal vostro tempo; dovevate optare per l’una o per l’altra delle parti in conflitto. Mutando o migliorando la società si curano anche gli individui; nella società ideale non esisteranno scompensi o inadattamenti ma ognuno si sentirà perfettamente a suo posto; e l’artista sarà un uomo come un altro che avrà in più il dono del canto, l’attitudine a scoprire e a creare la bellezza. Rispondo che io ho optato come uomo; ma come poeta ho sentito subito che il combattimento avveniva su un altro fronte, nel quale poco contavano i grossi avvenimenti che si stavano svolgendo. L’ipotesi di una società futura migliore della presente non è punto disprezzabile, ma è un’ipotesi economica-politica che non autorizza illazioni d’ordine estetico, se non in quanto diventi mito. Tuttavia un mito non può essere obbligatorio. Sono disposto a lavorare per un mondo migliore; ho sempre lavorato in questo senso; credo persino che lavorare in questo senso sia il dovere primario di ogni uomo degno del nome di un uomo. Ma credo altresì che non sono possibili previsioni sul posto che occuperà l’arte in una società migliore della nostra. (Montale,1951)

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la capacità di un poeta è quella di guardarsi attorno e cogliere aspetti legami corrispondenze tra le cose e tra gli uomini e tra gli uomini e le cose istituendo sulla pagina  relazioni che un altro non riuscirebbe a intravedere. questa disposizione dell’animo e dell’intelletto è indubbiamente naturale: non la si ottiene, non la si può possedere. si è poeti e ci si nutre di poesia: cioè di quel particolare sguardo sul mondo. e tuttavia per diventare ciò che si è v’è bisogno di una lingua, di mezzi espressivi che sono quelli che altri hanno già tentato prima. solo in seguito verrà la lingua che si attaglia perfettamente su di noi. come tutti gli abiti anche una lingua poetica che ci soddisfa può logorarsi. possiamo dimagrire, o aumentare di peso: ecco che dobbiamo cambiare d’abito. lungo la giornata portiamo cose diverse: via i tacchi e le gonne affusolate o le giacche e le cravatte: se stiamo in casa una tuta e delle pantofole vanno meglio. l’abito-lingua elegante può sporcarsi accanto ai fornelli, al contrario essere imbarazzante se troppo trasandato rispetto alle occasioni serie. così fin dall’antichità sono sorte le teorie degli stili, oggi in buona misura superate, talora però senza risultati convincenti. non mi convince più nemmeno la pretesa assolutezza del fare poetico. nessuno si trae fuori dal proprio tempo: nemmeno – o tanto meno – chi dichiara una poetica di distanza da un tempo divenuto odioso.   è poeta  chi fa passare attraverso di sé, attraverso i suoi lampi o le sue meditazioni, un male di vivere universale. questo sempre, ma in talune epoche, come questo reo tempo,  mi parrebbe decisamente imprescindibile. e invece quanti diteggiano specchi con dita impiastrate.

scopro ora una riflessione interessante:

http://rebstein.wordpress.com/2010/02/27/monologo-sullambiguo/#comments

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pharmakon

di scrivere poesie
non ce lo ordina il medico
perché tediare allora il prossimo
con impiastri unguenti e semi di lino
di poesia inutile a peggiorare
costipazioni di petto
fistole piaghe che  ne abbiamo
tutti di nascoste e vergognose?
la poesia è medicina
quando lenisce calma cicatrizza
oppure quando come ferro rovente
scava nella ferita a estrarre
il marcio a portarlo in superficie
col suo giallo e verde di palude
quando cerca gli omuncoli schifosi
che guazzano nella melma puzzolente
del tuo cancro
non quando dice per dire
quando non è miele e non è fiele

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non avevo niente con me per prendere appunti mentre questa mattina, non so nemmeno con precisione a che ora, ho ascoltato su radio tre un’intervista al poeta dialettale franco loi.
mi ha colpito una cosa, tra tante di grande umanità che ha dette. egli parlava dell’ispirazione sostanzialmente come fece dante in purgatorio XXIII:
“…I’mi son un che, quando
Amor mi spira, noto, e a quel modo
ch’è ditta dentro vo significando”
fin qui, dunque, niente di nuovo. ma poi il poeta ha aggiunto altre considerazioni che cercherò di ricordare:
1. quando scrivo poesia non sono io a scrivere, non so da dove vengano le parole (lo spirare di cui parla dante)
2. poi però ci torno su: e allora sono io che rielaboro, sostituisco anche se l’impianto rimane quello iniziale (il labor limae)
3. quando scrivo sono allegro: non circa quello che scrivo, ma traggo soddisfazione dall’atto della scrittura, dal fatto di far fluire quella cosa che sento dentro (qui franco loi ha ricordato che leopardi in una lettera alla sorella sosteneva la stessa cosa: l’allegrezza non deriva dall’argomento – anche perché leopardi non è che scrivesse cose allegre – ma proprio dall’atto dello scrivere)
io, per me, non so se, quando scrivo, amore, o chi per lui, mi spira dentro: non provo nemmeno vere urgenze, sommovimenti, affezioni particolari. ho solo una specie di ronzio in un angolo del cervello, un mormorio che devo far smettere per ripristinare il silenzio. un fastidio, un solletico. non una gran cosa, e nemmeno tanto frequente. provo a scrivere: è vero: non so da dove prenda forma il racconto, non da dove sgorghi la poesia. e mi diverto, tanto. anche se poi, quando riguardo le parole stese davanti a me, mi accorgo che non c’è da stare allegri perché ho sparso qualche brandello di anima, dei filamenti di segreti, delle cose generalmente dolorose camuffate, malamente rimpannucciate in un lembo del mantello del ricordo. quelle cose provano a nascondersi, come hanno fatto per tanto tempo, anche ora che sono sgusciate fuori a mia insaputa. hanno anche un po’ di freddo quaggiù, poverine. ma il senso lor non  m’è duro (e rubo a dante, ma lui è un amico e mi lascia fare).

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ieri ho prestato la voce per leggere testi in una bella conferenza sui futuristi, nell’ordine: “la fontana malata” di palazzeschi, “zang tumb tumb” di marinetti, “moka” di l. folgore, “uomo+montagna+vallata” di boccioni, questo, di gran lunga il più bel pezzo. non vado pazza per questi poeti (poeti?), mi piace molto di più il palazzeschi crepuscolare o come autore delle “sorelle materassi”, così come di boccioni sono notevoli le opere pittoriche. [pare che sia piaciuta la mia lettura].
il contatto con una dose massiccia di questi autori mi ha sbattuto una volta di più sotto il naso il problema su cui vado rimuginando da un po’. nel “manifesto tecnico della letteratura futurista” marinetti mette, tra le altre sparate, quest’affermazione:”solo il poeta asintattico e dalle parole slegate potrà penetrare l’essenza della materia e distruggere la sorda ostilità che la separa da noi”; e quest’altra: “bisognerà… rinunciare ad essere compresi. esser compresi, non è necessario”.
in primo luogo la rottura con la tradizione fu un mero episodio, certo significativo, ma non necessario, in secondo luogo, l’inevitabile oscurità espressiva che ottennero (principalmente marinetti: luciano folgore appare meno propenso a rinunciare del tutto agli strumenti comunicativi) punta dritta, coerentemente ma tragicamente, verso una separatezza, un incolmabile vuoto tra la loro arte e i lettori (o spettatori).
che senso ha scrivere per non essere compresi? farne, addirittura, un punto programmatico?
ha senso se ti chiami marinetti, o se sei un po’ annoiato, se è il 1909, se il livello di comprensione, almeno in italia, della “cosa” letteraria si aggira attorno al 10% della popolazione: tanto non ti comprenderebbero lo stesso.
ha senso mettere le parole in libertà dopo la costrizione carducciana, già non più così tanto dopo la magniloquenza e tanto sperimentalismo di d’annunzio (che poi il filippo tommaso e il gabriele si assomigliano: due tromboni), non mentre i crepuscolari stanno facendo, silenziosamente, una loro ironica battaglia alla lingua e alla fuffa del dire inimitabile.
però però però.
però niente viene per caso e niente totalmente per nuocere. anche loro, i futuristi, hanno messo la loro pietruzza miliare e un bel dito nell’occhio all’establishment letterario, a quel tempo molto  tendenzialmente borghese, “gesuitico e tardo”.
poi si passò ad altro. ecco perché mi chiedo insistentemente il senso di operazioni scrittorie, a distanza di un secolo, intese a marcare una distanza abissale tra l’autore e il pubblico (già ristretto in partenza, poiché la poesia sarà sempre molto meno letta del romanzo), liberando ulteriormente parole ormai divenute anarchiche. quello che vedo di contemporaneo mi appare ridicolmente ombelicale e in formato collage o patchwork: mi riferisco a poeti che si impongono in ambienti propriamente letterari, che pubblicano con la benedizione di qualche critico o professore universitario abbastanza noto, non alla vitalissima produzione, spesso di buona, nonché migliore, qualità, di autori pressoché sconosciuti, che tutti possiamo leggere per esempio in internet. battagliare o battibeccare in certi blog rinomati su questo tema è inutile. ogni bello spirito che scrive certe cosucce incomprensibili, magari dopo essersi fino a lì espresso grammaticalmente, sintatticamente, lessicalmente come ogni buon cristiano parlante la nostra lingua, trova una sponda illimitata di estimatori a far boccuccia, a ricevere l’onda anomala, ma preziosa, del loro canto. se ad un povero cristo viene il sospetto che le summenzionate cosucce non sappiano di nulla, che siano una bella presa per i fondelli, che puzzino di futurismo stantìo, si leva unanime un coro di intellettualissimi entusiasti che ti rimbrottano al grido: provaci tu, allora, visto che critichi tanto (gnègnegnegnegnèeeee).
più che futurista, l’idea che la po(i)esia, quella vera, possa tornare a ficcare qualche bel dito nell’occhio di questo superbo e sciocco, eterno, autoriproducentesi establishment, sic stantibus rebus, mi pare futuribile.

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