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Posts Tagged ‘futuristi’

ieri ho prestato la voce per leggere testi in una bella conferenza sui futuristi, nell’ordine: “la fontana malata” di palazzeschi, “zang tumb tumb” di marinetti, “moka” di l. folgore, “uomo+montagna+vallata” di boccioni, questo, di gran lunga il più bel pezzo. non vado pazza per questi poeti (poeti?), mi piace molto di più il palazzeschi crepuscolare o come autore delle “sorelle materassi”, così come di boccioni sono notevoli le opere pittoriche. [pare che sia piaciuta la mia lettura].
il contatto con una dose massiccia di questi autori mi ha sbattuto una volta di più sotto il naso il problema su cui vado rimuginando da un po’. nel “manifesto tecnico della letteratura futurista” marinetti mette, tra le altre sparate, quest’affermazione:”solo il poeta asintattico e dalle parole slegate potrà penetrare l’essenza della materia e distruggere la sorda ostilità che la separa da noi”; e quest’altra: “bisognerà… rinunciare ad essere compresi. esser compresi, non è necessario”.
in primo luogo la rottura con la tradizione fu un mero episodio, certo significativo, ma non necessario, in secondo luogo, l’inevitabile oscurità espressiva che ottennero (principalmente marinetti: luciano folgore appare meno propenso a rinunciare del tutto agli strumenti comunicativi) punta dritta, coerentemente ma tragicamente, verso una separatezza, un incolmabile vuoto tra la loro arte e i lettori (o spettatori).
che senso ha scrivere per non essere compresi? farne, addirittura, un punto programmatico?
ha senso se ti chiami marinetti, o se sei un po’ annoiato, se è il 1909, se il livello di comprensione, almeno in italia, della “cosa” letteraria si aggira attorno al 10% della popolazione: tanto non ti comprenderebbero lo stesso.
ha senso mettere le parole in libertà dopo la costrizione carducciana, già non più così tanto dopo la magniloquenza e tanto sperimentalismo di d’annunzio (che poi il filippo tommaso e il gabriele si assomigliano: due tromboni), non mentre i crepuscolari stanno facendo, silenziosamente, una loro ironica battaglia alla lingua e alla fuffa del dire inimitabile.
però però però.
però niente viene per caso e niente totalmente per nuocere. anche loro, i futuristi, hanno messo la loro pietruzza miliare e un bel dito nell’occhio all’establishment letterario, a quel tempo molto  tendenzialmente borghese, “gesuitico e tardo”.
poi si passò ad altro. ecco perché mi chiedo insistentemente il senso di operazioni scrittorie, a distanza di un secolo, intese a marcare una distanza abissale tra l’autore e il pubblico (già ristretto in partenza, poiché la poesia sarà sempre molto meno letta del romanzo), liberando ulteriormente parole ormai divenute anarchiche. quello che vedo di contemporaneo mi appare ridicolmente ombelicale e in formato collage o patchwork: mi riferisco a poeti che si impongono in ambienti propriamente letterari, che pubblicano con la benedizione di qualche critico o professore universitario abbastanza noto, non alla vitalissima produzione, spesso di buona, nonché migliore, qualità, di autori pressoché sconosciuti, che tutti possiamo leggere per esempio in internet. battagliare o battibeccare in certi blog rinomati su questo tema è inutile. ogni bello spirito che scrive certe cosucce incomprensibili, magari dopo essersi fino a lì espresso grammaticalmente, sintatticamente, lessicalmente come ogni buon cristiano parlante la nostra lingua, trova una sponda illimitata di estimatori a far boccuccia, a ricevere l’onda anomala, ma preziosa, del loro canto. se ad un povero cristo viene il sospetto che le summenzionate cosucce non sappiano di nulla, che siano una bella presa per i fondelli, che puzzino di futurismo stantìo, si leva unanime un coro di intellettualissimi entusiasti che ti rimbrottano al grido: provaci tu, allora, visto che critichi tanto (gnègnegnegnegnèeeee).
più che futurista, l’idea che la po(i)esia, quella vera, possa tornare a ficcare qualche bel dito nell’occhio di questo superbo e sciocco, eterno, autoriproducentesi establishment, sic stantibus rebus, mi pare futuribile.

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