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Posts Tagged ‘retroguardia nonsensista’

Cassandra a Leonida: “Sale, sale un sentimento cupo, si impadronisce di me, temo…”

Efialte: “Chi non ha creduto prima, non può tradire poi”

Leonida è morto. Cassandra: ” Già lo vedo alle mie spalle, credo si stia avvicinando a me, come ad abbracciarmi”

Quelli delle Termopili, Retroguardia Nonsensista, Teatro Momo, Venezia, 3 giugno 2010

Opera originale ispirata alla tragedia delle Termopili, sul tema della scelta. Bravi e bellissimi i giovani attori.

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ci sono giovani che sono dei mostri. non erike, non pietromasi. mostri di bravura, di spirito, di grazia. io ne conosco parecchi, perché ci vivo in mezzo e perché, tra le altre cose fatte, feci una figlia,  un giorno. figliolina graziosa e sveglia, con l’attitudine a recitare ballare e cantare fin dalle fasce o giù di lì. la prima canzone memorizzata fu au claire de la lune, che cantava a due anni: oclerdelalune monamìpeò pettemuàtapume puechìenmò eccetera. il primo brano teatrale,  qualche mese più tardi, la scena prima dell’atto primo de i rusteghi: un segno del destino. ma non parliamo di lei,  che le son madre e dopo la stessa mi si mangia viva e tutto. i giovini che mi lasciano piacevolmente sorpresa sono quelli della compagnia retroguardia nonsensista (vedi facebook) che in sole tre settimane hanno scritto un copione, lo hanno messo in scena,  fornito di coreografie di danza contemporanea sul tema proposto da ca’ foscari, all’incirca “aldo rossi e il teatro del mondo”.  encomiabile l’intento dell’università di spingere i giovani a fare teatro. insomma,  questi ventenni, hanno aderito in toto all’iniziativa rispettando in pieno l’idea della città galleggiante, la nostra venezia. si sono ispirati al motivo dell’acqua e del profondo, in una prospettiva rovesciata. la divinità sta in basso, dove il basso è un inizio ed è non sottoterra, perché sottoterra per venezia (che diventa la città) vuol dire acqua. è in un fondo marino che è il cielo: più si scava per scendere, più si sale. la gestualità stessa, sviluppata nelle coreografie, richiama il gesto dello scavo e della profondità acquatica che è anche profondità del ventre della donna, ricetto di altre acque. pensavo a bachtin, alla sua idea di “basso”, da cui deriva la nozione di comico: che è ribaltamento ed è contiguità, fratellanza con la morte. i monologhi dei diversi attori toccavano acqua/vita/morte: ora con il disincanto dell’ubriaco, tuttavia visionario, ora con la grazia lieve  di una cittadina di una venezia-isaura (le città invisivibili di calvino), ora con l’inquietudine di un non-morto, o con la hybris non ancora sopita del travolgente ulisse dantesco.  su questo avvicendarsi di personaggi simbolici si aggirano lievi due diafane presenze danzanti e mute: le divinità marino-ctonie che spingono la città verso l’alto.

grazie a federico fabio jean simone alessandra (smuà smuà: la musa!) e a myriam e giorgia.

verso la città, un u-topos, verso ogni luogo, gli uni verso gli altri.

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venere e babbeo, in una scena della commedia “de cupiditate amoris” opera originale della “retroguardia nonsensista”, andata in scena venerdì scorso al teatro aurora di marghera (venezia) su cui certamente su facebook ci sono notizie in dettaglio e commenti e gruppi. commedia esilarante, dall’argomento scabroso eppure mai scaduta in battute volgari. si ride dall’inizio alla fine. plautina, aristofanea (beffe, “a parte”), ricca di citazioni, tratta dei tentativi di cupido (in pannolone, in cui nasconde spray magici e cellulare) e venere (affascinante, ma preoccupata di rughe e cellulite,  col birignao) di far innamorare un “babbeo”, un imbranato senza speranza, assolutamente incapace di fare la corte ad una ragazza e di avere così la sua prima esperienza sessuale. preoccupatissimi del ritardo, di morire “immacolati” sono il pene e i…coglioni. naturalmente il quartetto in scena produce frequenti qui pro quo mediante inevitabili giochi di parole. da cornice la scena del pene (in tutina rosa) che, indossato un cappello militare (rivestito di rosa), con piglio marziale da sergente dei marines insegna al babbeo le regole della “guerra” che dovrà andare a combattere. la scena ricorda chiaramente “full metal jacket” ed è giocata dai due giovani attori con un senso del ritmo, degli spazi, urlata a sopraffare la musica, che due attori professionisti  non avrebbero saputo fare  meglio. finale doppio: uno riflessivo, malinconico, con un invito a “spogliarci” di tutte le sovrastrutture per tornare all’amore essenziale, e uno nuovamente pirotecnico, scoppiettante,  con sorpresa.

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