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Mio cugino il fascista è il romanzo d’esordio di Vincenzo Ciampi, napoletano d’origine, romano da sempre. Fu pubblicato da Robin Edizioni nel 2005, ristampato nel 2013. E’ un libro che merita attenzione perché stratificato, cioè leggibile da livelli diversi di gusto e comprensione. Può risultare utile a chi poco sa degli avvenimenti degli anni ’30-’40, e tra questi  molti giovanissimi, se è vero, come è vero, che quando si accenna a sigle quali CLN e RSI, si cita la guerra partigiana, la data dell’8 settembre, poco o nulla sanno, a meno che non siano “arrivati” a quel periodo storico. Spesso ne conservano tuttavia una conoscenza fumosa: si convincono che i tedeschi erano nemici, e che gli italiani erano alleati degli Alleati. Dunque il libro potrebbe avere un’utilità a coprire, con l’accattivante formula del romanzo, delle voragini di conoscenze. Il romanzo ha la forma e la stoffa dei buoni romanzi storici: documentazione, sfondo, credibilità dei personaggi, una morale. La lezione manzoniana vi è tutta: inutile storcere il naso: quella rimane la scuola più alta a cui accostarsi per scrivere una storia d’invenzione che non stucchi con trovate banali, contraffacendo il “vero”. Di Ciampi ho letto con gusto Nulla se non il corpo, 2008, romanzo storico ambientato nella Roma della tarda Repubblica, in cui si intrecciano le vicende personali e collettive degli uomini politici di quell’epoca furibonda, viste dall’angolazione di Fulvia, moglie, tra gli altri, di Marcantonio. In entrambi i romanzi lo scrittore mostra di saper gestire con levità e chiarezza, senza perderli di vista, avvenimenti complessi nei quali si incastonano alla perfezione le vicende individuali di personaggi storici, noti e meno noti, e di personaggi d’invenzione. Nel caso del Cugino prevale l’invenzione, essendo la voce narrante quella di Michele, un giovane di famiglia altoborghese, del tutto inventata. Destinato a sicura carriera nel mondo brillante delle professioni, nella Roma fascista, Michele è attratto, anche se a volte se ne discosta criticamente, dalla straripante personalità del cugino Alessandro, Alex, di poco più vecchio, con il quale, più che con il proprio fratello, intratterrà tutta la vita un rapporto fraterno d’amicizia e fedeltà. Nessuno nasce perfetto: Alex milita nel Fascio, con astuzia e temerarietà e un pizzico di mistero ricopre incarichi importanti per il regime; Michele, al contrario, non vanta serie convinzioni politiche, è cresciuto negli agi propri della sua classe, diventa avvocato, entra in Banca: niente che lo veda particolarmente determinato in una o l’altra delle direzioni che poteva prendere la sua vita. Goffo con le donne, quanto abile e spregiudicato è il cugino, Michele si ritrova catapultato in circostanze più grandi di lui, a compiere, con oculatezza e metodo fino a lì impensabili, azioni pericolose a sostegno della Resistenza, segno che il suo mentore, l’ineffabile Aristide Dell’Acqua, non si sbagliava su di lui. E’, il Dell’Acqua, un liberale cavouriano, irriducibile ad ogni sopruso, ma anche abile edificatore di ricchezze imprenditoriali nel segno della correttezza, che ritiene il Fascismo una terribile disdetta, un inconveniente sulla strada della crescita economica e culturale dell’Italia e, come tale, oltre che per le nefandezze che va compiendo come alleato dei nazisti, va combattuto. Il romanzo è anche un bildungsroman: però il protagonista cugino risulta un personaggio statico nel suo inquieto ed irrequieto stile di vita, non scostandosi molto da ciò che era da ragazzo, un tantino sbruffone e temerario, per quanto sinceramente affezionato a Michele, mentre Michele entra nella storia con nessuna certezza, un po’ imbranato, quasi un inetto, per poi diventare uomo, uscendo dalle vicende patrie profondamente mutato. Nella conclusione Michele rivede con estrema umiltà il suo apporto alla causa della libertà non sentendosi affatto l’eroe che in molti dipingono: ha invece imparato, a titolo del tutto personale, a valutare le persone che lo avvicinano e a dire no alla comodità di una professione sicura. La storia ha il suo bello in questo tenere in equilibrio coerente i personaggi, fornire qualche colpo di scena da batticuore, il giusto dosaggio di vicende amorose e familiari, il rigore, ma anche la leggerezza di tratto circa le vicende storiche. Si incontrano gustosi quadretti sui vari personaggi che spesso spingono il lettore a fare paragoni con l’attualità: è, questo, tra gli altri, il fattore per cui si diceva che il libro è leggibile in maniera stratificata. Il libro ha inoltre una morale: ma non del moralismo. Chi, per svariate circostanze, milita dalla parte sbagliata, ha diritto ad essere rappresentato e non giudicato: illuministicamente il lettore è condotto a trarre le sue conclusioni. La scrittura è limpida, non ha nessun atteggiamento manierato, si mette classicamente al servizio della storia narrata, e questo è veramente molto: come dire che lo stile vero, finalmente, è sembrare di non avere uno stile, mentre narrare è l’unica legge a cui rispondere.

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